ORARI TV
SKYSPORTF1HD
Giovedi 20 Maggio

Libere 1 Ore 11:30 - Libere 2 Ore 15:00
Sabato 22 Maggio
Libere 3 Ore 12:00 - Qualifiche Ore 15:00
Domenica 23 Maggio
Gara Ore 15:00

DATI CIRCUITO
umero di giri 78
Lunghezza circuito 3.337 km
Distanza di gara 260.286 km
Giro record 1:14.260
Max Verstappen (2018)
ALBO D'ORO PILOTI
VITTORIE
Schumacher, Hamilton 6
Prost, Mansell, Hakkinen 3
Senna, Räikkönen, Alonso 2
Vettel, Verstappen 1
Button, Rosberg 1

POLE POSITION
Schumacher 7
Hamilton 6
Senna 4
Häkkinen, Räikkönen, Rosberg 2
Mansell, Prost, Alonso 1
ALBO D'ORO COSTRUTTORI
VITTORIE
Ferrari 12
McLaren 8
Williams, Mercedes 7
Lotus 6
Red Bull 3
Renault 1

POLE POSITION
Ferrari 13
Mercedes 9
McLaren 8
Williams 6
Lotus 5
Red Bull 2
Renault 1
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“Don’t stop them”
• Formula 1 • GP dell’Emilia-Romagna: Da Lewis a Daniel, versi liberi del pilota


emilia romagna 2020 f1 ricciardo hamilton imola redf1gp| F1 GP Emilia Romagna 2020, Lewis Hamilton, Daniel Ricciardo - FOTO BY dunapress.org |
Imola. Primo giorno di novembre, come il primo di maggio di sedici anni fa, non per la tragedia ma per l’adrenalina vintage messa in mostra dai piloti. È palese ormai che su certe piste e, in particolare, in certe condizioni, anche i piloti di oggi riescono a tirar fuori una carica di quell’agonismo che ha fatto la grande F1 tra gli anni Ottanta e Novanta. Il successo di Hamilton, la rimonta di Kvyat e il podio di Ricciardo sono solo alcuni esempi di quanto sta (ri)accadendo nel Circus.

Date una vettura di F1 a Kimi Räikkönen, ordinategli di correre su un circuito vecchio stile, possibilmente veloce, una roba tipo Monza o Imola, e state sicuri che ci sarà da divertirsi. Se poi Iceman non dovrà affrontare noiose sfide per una eventuale e altrettanto noiosa lotta per il titolo, be’, la faccenda si farà ancora più semplice: lo avrete nel pieno della sua forma, non come quando la pressione mediatica affievolisce il suo spirito norreno.

Proprio Kimi, non a caso, grazie alla libertà raggiunta sulla mediocre Sauber dipinta come l’Alfa Romeo è stato quello che a Imola s’è fatto notare di più, con un ritmo gestito sullo stesso treno di gomme a livello semplicemente disumani. Il sogno del podio resta ancora lontano, considerati i mezzi a disposizione. Anche perché lì davanti c’era chi quel podio non era intenzionato a lasciarselo sfuggire: un certo Daniel Ricciardo.
Sono le situazioni eccezionali, quelle non previste dagli studi ingegneristici, dalle strategie partorite da quei geniacci calcolatori ai box, a rendere i piloti di nuovo protagonisti. Tutti hanno un carattere, parliamo pur sempre di esseri umani. Nessuno è un computer. Il punto è: come estrarre da queste apparenti “macchine umane” un po’ della loro pura, volgare e schietta umanità? Il pathos, la poesia, il desiderio proibito, ovvero la soluzione miracolosa riassunta dall’esperienza imolese di Pierre Gasly, che con il casco di Ayrton Senna ha voluto e dovuto affrontare la sfida delle sfide: quella con se stesso, di fronte al ricordo del proprio idolo.

Lo stesso desiderio, forse non espresso con la stessa giovanile impudicizia, deve aver dominato l’ora e mezza di gara di Lewis Hamilton, desideroso più che mai di raggiungere il trionfo a Imola: scisso tra il bisogno cannibale di portarsi a casa il trofeo imolese in quella che sarebbe stata la prima e ultima apparizione – sua e non soltanto – sullo storico tracciato, e la questione umana, psicologica e storica legata al suo mito Ayrton, è finito aggredito dai bisogni personali che lo hanno reso un uomo libero: «Don’t stop me», traducibile anche come «Fanculo Bono, me la vedo io». Per vincere. A qualunque costo.

Una dimensione che Daniel Ricciardo deve aver raggiunto da parecchio tempo, in una stagione in cui il suo avversario in casa, Ocon, non sembra in grado di tenere un passo decente. Esteban è distante, troppo, dal talento cristallino di Daniel, il quale ha trovato il mezzo per sbizzarrirsi proprio nel suo essere uomo squadra in senso quasi nichilista: è in partenza, è vero, ma resta ancora l’uomo indispensabile in casa Renault. Per un podio. O per sognare, da qui alla fine del 2020, una vittoria.
Come trasformare, dunque, una F1 tanto tecnica e ragionata, in uno sport più umano e disposto ad accogliere moventi del genere? Le occasioni accidentali non mancano – safety car, rimescolamenti delle carte, pneumatici Pirelli che paiono avere vita proprio – ma non possono e non devono essere la regola. Al bando dunque idee folli, stro*zate avanguardistiche, surreali, come quelle tirate in ballo di tanto in tanto dal buon vecchio Bernie. Serve qualcosa che sia in grado di rispettare la natura della F1.

La fattura dei tracciati contemporanei, condizionata in gran parte dalle tanto discusse vie di fughe ossessivamente in asfalto – con la scusa della sicurezza che, se si pensa a Baku, cade giù come un castello di carte – e una limitazione dei team radio, buoni per lo show televisivo da Grande Fratello ma sostanzialmente inutili se parliamo di sport, potrebbero essere una soluzione.

Quello che ci auspichiamo, al di là delle soluzioni prettamente tecniche, è una F1 che dia spazio a questa umanità dei piloti: persone dai caratteri troppe volte celati, vive, forti, intriganti, alcune diversissime tra loro – ed è anche questo il bello – e pronte, in virtù di queste differenze, allo scontro in pista. Perché la F1 non significa solo schiacciare i pedali e girare un volante. E il talento motoristico conosce strade che la ragione dell’ingegneria conosce solo in parte.

Claudio Santoro.

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“Massiccio Ricciardo”
• Formula 1 • GP dell’Eifel: Un talento che deve cavarsela da solo


eifel 2020 f1 ricciardo nürburgring redf1gp| F1 GP Eifel 2020, Daniel Ricciardo - FOTO BY Formule1.nl |
Nürburgring. Condizioni meteo incerte. Acqua in pista, pochissima, nonostante la stagione a rischio. Circuito storico per le mille e una storia che ha raccontato. Ma anche Rheinisches Schiefergebirge, un complesso di massicci di modesta altitudine tra cui “spicca” l’Eifel. È questa la località che il destino ha prescelto come teatro di quel ricongiungimento, in termini numerici, fra due campioni di diverse generazioni: Hamilton e Schumacher, ora entrambi a quota 91 vittorie. Questo unico GP dell’Eifel è anche la metafora della carriera di Daniel Ricciardo.

Pronti, partenza, via: l’attenzione è subito per Valtteri Bottas che prova, più duramente del solito, a resistere al compagno d’armi Lewis, duro anch’egli in una manovra stile Austin 2015. Ma il boscaiolo applica la lezione microfonata da Rosberg e resiste all’assalto del pirata anglo-caraibico. Quello che non ha imparato, però, è un metodo buono per tutta la stagione che lo metta nelle condizioni di vincere più di una gara ogni tanto. La superiorità di Lewis è evidente anche quando l’inglese non fa nulla di eclatante: si manifesta nella sua freddezza, dote che al buon Valtteri non è ancora stata concessa.

Al di là del record raggiunto da Hamilton e della sfida sempre più profumata tra il pilota Mercedes e Max Verstappen, il week-end racconta, essenzialmente, la storia di una carriera, quella di Daniel Ricciardo, classe 1989, passaporto australiano, origini italiane. Fin qui, cose buone per affezionarsi al sorriso più bello del Circus. Ma farsi amare in F1 conta fino a un certo punto, specie se il tuo obiettivo è quello di diventare campione del mondo in un’epoca di grandi talenti e di pochi sconti manageriali.
Soprattutto se quell’obiettivo non è solo un sogno campato per aria, ma una necessità alimentata da risultati e dimostrazioni in pista che raramente si sono viste negli ultimi vent’anni. Ricciardo è il pilota delle grandi rimonte in Red Bull, delle staccate estreme e nostalgiche che riportano alla mente, con entusiasmo, quelle di Gilles Villeneuve tra gli anni Settanta e Ottanta: una roba disumana, che segna la differenza tra l’essere un pilota forte e un fuoriclasse. Ma Daniel è, soprattutto, il pilota che in Red Bull ha dimostrato di non avere timore di nessuno, e a buon ragione, considerando i risultati, al netto di qualche sfiga, ottenuti contro un Sebastian Vettel in passaggio di volante e un Max Verstappen all’apice di una gerarchia imposta, i due fenomeni mitteleuropei per eccellenza in una F1 che ultimamente scarseggia di materiale umano tedesco.

Non si vincono a caso tre gare in una stagione come quella del 2014, ingresso ufficiale nella Hybrid Age, l’epoca del nuovo Reich germanico fondato da Mercedes. Non si vince a caso neppure nelle stagioni successive, quando ti piazzano a fianco un pilotino giovane che, secondo esperti, piloti e appassionati, era il pilota più promettente di allora e quello più veloce e talentuoso di oggi. Le vinci, quelle gare, se sei Daniel Ricciardo, e pure se ti hanno già bollato da alcuni anni come “sfortunato” tu continui a sorridere, manifestando quella gioia di accelerare, curvare, e schiacciare di nuovo il pedale come se dovessi azzannare una preda in pista.

Il fenomeno di Perth vive in un Circus difficile da interpretare, specie in quegli anni ambigui in casa Red Bull: fabbrica di piloti eccelsi, ma anche fornace in cui infilare talenti precocemente “bocciati” per farli sparire nel nulla o, peggio, per torturarli in contesti inferiori, da Serie B calcistica, come quell’AlphaTauri buona, precisa, “carina”, ma inadatta a un talento superiore. Un’ultima stagione, quella vissuta da Daniel a Milton Keynes, che rivela in una allegoria prepotente i meccanismi dai tratti assai grotteschi del team austriaco.
Il sacrificio inizia in Spagna, stagione ’16, quando il team adotta una strategia farlocca che premia Max Verstappen a discapito di un Ricciardo più performante. È il primo atto di una predilezione implicita, divenuta manifesta poi, per la gloria e il marketing rispetto alla sostanza di un pilota rimasto fedele alla squadra e già “responsabile” di successi divenuti scomodi, invecchiati troppo in fretta per un Helmut Marko il cui orologio biologico lancia continui allarmi contro i suoi piloti. Un conflitto interno che ricorda quello che ha complicato (e non di poco) la carriera di Jarno Trulli, protagonista in Renault nella prima metà del 2004, poi boicottato in favore del più giovane e “hermoso” Fernando Alonso.

Dal passaggio in Renault nel 2019, Daniel ha sfiorato il podio più volte. Solo al Nürburgring ha raggiunto l’agognata meta, in fase pandemica mondiale; dettaglio, questo, che lo ha obbligato a festeggiare in privato bevendo champagne dalla sua scarpa sudata più che mai, dopo una prestazione in solitaria, in linea coi suoi standard decisamente sopra la media del Circus, senza dubbio superiori a quelli del compagno di team Ocon. Ci sono carriere che per varie ragioni vengono abbandonate al destino: quella di Daniel ne è l’esempio lampante, osservando i risultati e misurando in pista, unica vera unità di misura valida, la sua velocità resa sublime dalla costanza.

Al termine di una gara che è anche la metafora della sua carriera, Daniel continuerà la stagione consapevole, una volta di più, del suo talento naturale, con i piedi ancora pigiati sui pedali della sua Renault R.S.20 e un occhio obbligato a sbirciare a quella che sarà la sua nuova macchina da guerra: una MCL36 motorizzata Mercedes, al servizio di una squadra che potrebbe diventare un duplice mezzo di fortuna: per noi, di rivivere romanticamente le metodologie folli di Ron Dennies, con l’accoppiata sui generis Ricciardo-Norris; per Daniel, di giungere a quello che, umanamente ma soprattutto sportivamente, sarebbe un titolo di campione del mondo meritatissimo.

Claudio Santoro.

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“Voglia di outsider”
• Formula 1 • Quando anche Daniel Ricciardo avrebbe vinto


daniel ricciardo renault f1 the protester redf1gp| F1 Daniel Ricciardo, Renault F1 Team - FOTO BY @RenaultF1Team |
Meraviglioso il tempo in cui un outsider, come un Daniel Ricciardo dell'oggi, con la sua “macchinina” inferiore, riusciva ad agguantare podi e, qualche volta, persino una vittoria. I più grandi talenti, anche nella F1 relativamente recente, sono venuti fuori così: su Benetton, Lotus, McLaren (e chi più ne ha più ne metta) quando inferiori alla concorrenza, all’eventuale dominio monocolore che da sempre rappresenta un elemento ricorrente nel motorsport e nella F1 in particolare.


P
odi insperati e preziosissimi, vittorie miracolose, piazzamenti da urlo al sabato. C’erano una volta gli outsider in F1 ovvero i vincitori che non ti aspetti: quei piloti al volante di quelle vetture improponibili al tavolo dei pronostici, ma non di rado sorprendenti alla prova del nove in gara. Anche in qualifica l’outsider trova (trovava) occasioni buone per venir fuori, per scatenare dubbi. Ma anche per farsi notare: perché se parti affiancato al poleman con una vettura inferiore significa che un qualcosa di prezioso si nasconde dentro quei guanti colorati.

Quelle potenziali chicane mobili venute fuori meglio del previsto o frutto di uno studio accurato: vetture divenute, in ogni caso, rispettabili, degne di attenzione da parte dei media, specie se uscite dall’officina di squadre condannate al low budget; intriganti per le trovate tecniche fuori dall’ordinario e, cosa forse ancora più interessante, per i giovani piloti a cui quelle genialate meccaniche venivano affidate. Il giallo, di solito, era il colore della speranza, dell’attesa silente, dell’entusiasmo celato, messo in stand-by dai più razionali, portato alla ribalta dai sognatori.
Risultati ottenuti al volante di vetture buone, sì, ma non eccellenti; non a quel livello, non buone per vincere. Quasi. Ma non abbastanza. La domanda sorge spontanea: è ancora possibile fare quella differenza? Sembra di no. Qualcuno potrebbe obiettare: «È colpa dei piloti. Non esistono più quei fenomeni. Villeneuve, Senna, Schumacher… non sono la “regola”. Non ne nascono sistematicamente, ogni tot anni, di piloti così». Eh già.

Vero, verissimo: la leggenda di alcuni passa per la loro differenza, per la loro unicità. Non può essere una regola. Se fosse una regola, non si tratterebbe di una leggenda, di un miracolo. Tutto giusto… se non fosse che, a ben pensarci, in quel modo son venuti fuori anche piloti bravi, bravissimi ma non necessariamente leggendari, magari con minor frequenza o sul secondo o terzo gradino del podio. È questo che, oggi, non è concesso a taluni.

A Ricciardo, a Norris, a Raikkonen: piloti che, in momenti diversi della loro carriera, non possono in ogni caso lottare neppure per un terzo posto. Liberty Media sembra intenzionata a rimescolare le carte, a dare spettacolo secondo una filosofia basata sul caos: uno studio attento, dal punto di vista teorico, il cui scopo è quello di generare incertezza in pista. Ma non è questo il punto. La F1 non può essere confusione, non lo è mai stata.
E il bello, di quei piccoli o grandi miracoli compiuti dagli outsider, è sempre stato proprio quell’atto ribelle, dai tratti anarchici. Infrangere una regola durissima, scientifica, grazie alla componente prettamente umana, miscuglio di talento e motivazione, di coraggio e incoscienza. Se esistesse una soluzione semplice, chi ha in mano il potere decisionale sarebbe già intervenuto. In questa gestione, in particolare, la F1 pare ricercare uno spettacolo esteticamente eclatante (per alcuni, anche troppo).

Difficile esprimersi, al momento, sulle regole che entreranno in vigore dal 2021. La percezione è quella di una tendenza all’uniformità, capace nella dimensione teorica di promettere un ritorno dei cosiddetti terzi (e magari quarti) incomodi ma, al tempo stesso, inevitabilmente destinata a “raggruppare”, tagliare le gambe alle piccole o grandi novità che solo chi è libero di creare può proporre. Un’omogeneizzazione che lascia perplessi in tanti, incluso il sottoscritto.

Quello che auspica chi scrive è il ritorno di una F1 in cui la creatività possa di nuovo vestire i panni della protagonista; una F1 dove ci sia ancora spazio per piccoli o grandi outsider, per quei risultati esclusi dalle previsioni iniziali ma raggiungibili grazie soprattutto alle idee, al coraggio e alla combattività di progettisti, meccanici, strateghi e piloti.

Ma si sa, i desideri non badano alle possibili soluzioni, sorgono e basta, specie in epoche che suggeriscono alla memoria possibili déjà-vu, per merito o colpa di talenti dall’aria intrigante, incatenati a vetture discrete, a volte molto buone; non abbastanza, però, per il miracolo. Una via di mezzo nella via di mezzo. E certe imprese da outsider rimangono nell’anarchica culla dei sogni.

Claudio Santoro.

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“Cinque più cinque”
• Formula 1 • Caro Ricciardo, in Francia non si passa così(?)


f1 gp francia 2019 daniel ricciardo renault monday debriefing| F1 GP Francia 2019, Daniel Ricciardo, Renault - FOTO BY FoxSports |
Un weekend del Paul Ricard filato via liscio, senza particolari sussulti, su una pista nuova, vecchia di Francia che pare soffrire queste vetture moderne. Poco morbida lato chance di sorpasso, poco fornita da punti di pura frenata, tranne per l'interrotto, famosissimo Mistral. Tranne per quella macchia gialla Renault dilagata ad opera di Daniel Ricciardo.


N
on c'è stato molto da raccontare dopo il Gran Premio di Le Castellet: dominio imbarazzante di Lewis Hamilton, con Valtteri Bottas in cronometrica sofferenza per il ritorno di Charles Leclerc all'ultimo giro. Una supremazia schiacciante Mercedes, dopo la parentesi canadese, dopo il fattaccio sanzionatorio comminato a Sebastian Vettel e la Ferrari.

Ultimo giro, si diceva, la gara si è ravvivata solo alla tornata 53, grazie alla lotta tra Hulkenberg, Ricciardo, Raikkonen e Norris. Un grappolo di piloti e macchine in lotta serrata, a minima distanza, pur sempre a distanza. Fino all'improvvisa guerra lampo esplosa in concomitanza del recupero della Ferrari #16 sulla seconda piazza.

Daniel ha provato l’attacco su Lando alla chicane del rettilineo del Mistral, finendo per demarcare un fuori pista nel bel mezzo del sinistra destra. Lasciando campo alla prossima Alfa Romeo di Kimi Raikkonen, aggredita e fulminata fuori pista, sulla demarcazione destra celeste dell'ultimo tratto prima della Courbe de Signes. Risultato? 10 secondi di penalità.
Spiace vedere una Formula 1 imbrigliata da regole, penalità, ma, stavolta andiamo controcorrente. Sorpassare con due ruote fuori dalla pista non si può, lo sappiamo, lo sapevamo. Manco ci sarebbe bisogno di appellarsi al regolamento odierno per comprendere i 5 secondi di penalità per la manovra su Raikkonen.

Di certo, quella alla chicane del Mistral, in quanto a fuori pista poteva anche non valere i restanti 5 secondi inflitti. Roba rientrante nel campo dell'attuazione interpretativa di una regola, e come per il Canada, si è deciso per la punizione, senza considerare l'ovvia eventualità di un leggero lungo.

Si finisce sempre lì, su una metodologia di analisi da moviola in campo, relativamente inapplicabile per uno sport come la Formula 1. Si cerca disperatamente di favorire i sorpassi, e quelli tentati, macchiati da una piccola escursione vengono talvolta sanzionati. Fermo restante il caso indiscutibile del sorpasso, voluto, cercato fuori tracciato.

Il rischio è quello di farsi annebbiare dalle polemiche e dai complotti, dimenticando le ovvietà. La gravità sta, piuttosto, nell'aver vissuto un'emozione solo all'ultimo giro: il Circus necessita un ripensamento di molte regole, tecniche e non, per ravvivare uno spettacolo che sta facendo fuggire in molti, quantomeno dalle TV.

Christian Caramia.

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“Le pagelle di RED F1 GP”
• Formula 1 • Qualifiche GP del Messico 2018


f1 gp messico 2018 pagelle qualifiche daniel ricciardo red bull racing| Qualifiche GP Messico 2018, Daniel Ricciardo, Red Bull Racing - FOTO BY NEWS.SKY.COM |
Pagelle qualifiche da Città del Messico. Una sorpresa che ti mette le ali: il team di Horner e Marko si esalta oltre ogni previsione sul circuito messicano. Verstappen è obbligato dal cronometro a cedere la pole a Ricciardo, il quale si prende una rivincita contro tutti: avversari, statistiche, team, compagno di squadra. Una griglia che promette scintille, un mondiale pronto a risolversi alla partenza… o all’ultima curva; Hamilton e Vettel appaiati e un primo giro destinato a procurare infarti.

Piloti

Kimi Raikkonen
Foto by sportmediaset.com


7 | Kimi Raikkonen - #7 | 1:15.330



Austin è andata e Kimi sembra pronto per tornare nei ranghi, quelli rispettosi e un po’ effimeri del pilota che lavora per sé, che se la cavicchia e porta una macchina (buona, qui in Messico) in una posizione discreta e nulla più. Sesta piazza. Certo, la qualifica non è mai stato il punto forte di Raikkonen, salvo qualche esperienza mistica in McLaren. Ma il campionato costruttori è ancora in ballo e Maranello si aspetta da Iceman un tocco audace, un colpo eccellente, una mossa vincente in questa gara. Rivali? Bottas, per ora. Intanto lì davanti fanno finta di aver dimenticato Austin e l’eccellenza di Kimi. Iceman gli rinfrescherà la memoria o si accontenterà del minimo sindacale? Stazionario.

Valtteri Bottas
Foto by iltalehti.fi


7 | Valtteri Bottas - #77 | 1:15.160



Quando si tratta di lottare per il titolo, al di là del ruolo personale nella faccenda, Valtteri c’è e mostra i denti. Ora che il mondiale tra Hamilton e Vettel è diventato una mera questione di numeri, anzi di tempistiche, il secondo pilota Mercedes si è ammosciato, si è spento in un grigiore che poco ha dell’argento brillante che lo ha visto protagonista in alcune gare di questo 2018. In Messico sembra in grado di dire poco; in prospettiva 2019, forse, si sta caricando per partire con un piede diverso, più in stile 2017, tanto da far tremare (o quasi) le gerarchie a Stoccarda. Sognare non costa nulla. Certo è che questa quinta posizione, sebbene non sia poi così male, segnala un lieve ritardo tedesco rispetto alla controparte austriaca. Grigio.

Sebastian Vettel
Foto by skysports.com


8 | Sebastian Vettel - #5 | 1:14.970



La stampa parla di problemi personali determinanti in chiave-titolo. La Ferrari sostiene il suo pilota di punta in ottica 2019, uno che con quattro titoli in tasca non ha, a prescindere, bisogno di presentazioni. Sebastian non se la ride come Lewis, anzi, porta di fronte alla telecamere, dopo le qualifiche, una faccia incazzata degna di nota. Certo, è dietro a Lewis e questo non può fargli piacere, da qualunque ottica si guardi la cosa. Ma è lì, e già in quel di Austin ha dimostrato che in gara è tutt’altra faccenda, che il ritmo c’è e che, soprattutto, lui è lì, pronto a tirar fuori tempi da capogiro. Perché non si vince per caso e non si arriva nemmeno a un passo dal titolo. E qualche spunto per soddisfazioni conclusive c’è, eccome se c’è. Teso.

Lewis Hamilton
Foto by standard.co.uk


8,5 | Lewis Hamilton - #44 | 1:14.894



A Lewis basta poco, dannatamente poco per laurearsi per la quinta volta campione del mondo di Formula 1 qui in Messico. Una settima posizione in gara, in teoria: roba di poco conto, se si pensa all’aggressività impiegata fino all’esaurimento nervoso nell’ultimo appuntamento in Texas. Ancora poco, se si valuta la terza posizione ottenuta in qualifica. Un obiettivo intrigante se si prende in considerazione la presenza, lì davanti, di due Red Bull inferocite e affamate, e a fianco, in quarta piazza, di un Vettel più indiavolato che mai. Dai, Lewis, il quinto titolo è vicino, e tu te la ridi perché sei davanti alle rosse. Manca poco. Controllati. Sereno.

Max Verstappen
Foto by pinterest


9 | Max Verstappen - #33 | 1:14.785



Un week-end da dominatore. Un campionato che lo ha incoronato come il talento numero uno, quello indiscusso, quello che ricorda i grandi del passato. Un finale di stagione che lo ha visto protagonista di duelli all’ultima curva con Hamilton e Vettel senza alcun timore reverenziale, nonostante un mezzo che, al di là di ogni ragionevole dubbio, resta leggermente inferiore alla concorrenza. Tranne qui in Messico, e tranne al sabato in cui tutti si aspettano la sua pole. Seconda piazza, dietro a Ricciardo: la beffa delle beffe e un broncio da bambino delle elementari che deve assaporare l’amaro di avere (ancora per poco) un compagno come l’australiano. Imbronciato.

Daniel Ricciardo
Foto by sportcentrs.com


10 | Daniel Ricciardo - #3 | 1:14.759



Tra slogan pro-Verstappen (legittimi se parliamo di velocità e talento) e sabotaggi in casa Red Bull (anche solo psicologici, emotivi, familiari; questi decisamente meno legittimi) il caro Daniel ne esce a sorpresa con una pole position bestiale, da spaccare il cruscotto, da bere in anticipo lo champagne dalla sua vecchia scarpa, così, per sfregio. Una pole da sfregio, infatti, per ricordare al caro Helmut Marko che, fino a prova contraria, il più veloce, quello dalle staccate alla Villeneuve, è lui e non il giovane Max. E lui se la ride. Irridente.


Team

Scuderia Ferrari
Foto by ferrari.com


8 | Ferrari



Il trionfo in Texas sembrava aver risollevato le sorti di una Ferrari in apparenza relegata a seconda forza stabile (o addirittura terza) di questo mondiale. In Messico sembra esserci poco da fare contro una RBR in gran spolvero, e il risultato del confronto con la Mercedes è in linea con quello di un’annata tiratissima, caratterizzata da una sfida tesissima, intrappolata nell’agonismo personale, umano, atavico tra Vettel e Hamilton. Se parliamo di ritmo e di strategie, a Maranello sembrano essersi svegliati. Le possibilità di agguantare il titolo dei costruttori ci sono e animeranno senza dubbio queste ultime gare. Ma non tocca sbagliare una virgola. Osservata.

Mercedes AMG Petronas F1 Team
Foto by @MercedesAMGF1


9 | Mercedes



Mozzi forati sì, mozzi forati no. Non si sa, non si vuol sapere. Quel che è certo è il sorriso di Hamilton dopo le qualifiche; perché stare davanti alla Ferrari, a prescindere da tutto, è l’obiettivo Mercedes in quest’annata turbolenta, piena di polemiche e di duelli all’ultima regola. In gara resta l’incognita del consumo Pirelli: un piccolo problema che ha già afflitto Lewis e che potrebbe regalare qualche sorpresa. La macchina è competitiva, Hamilton se la ride e questo pare già più che sufficiente. Beata.

Aston Martin Red Bull Racing
Foto by f1-fansite.com


10 | Red Bull



Una promessa non mantenuta da anni, un motore Renault criticato e criticato ancora, pronto per la sostituzione con un promettente ma ancora indefinibile Honda. Una sostituzione (dolorosa), quella di Ricciardo. Un Verstappen scalpitante e una macchina che, indubbiamente, è in crescita. Sì, fin qui ci siamo. E un 10 pieno per questa prima fila indiscussa, indiscutibile e mai in discussione, la Red Bull se lo merita tutto. La lode, no, quella se la sarebbe meritata solo se avesse puntato sul buon Daniel anche per il 2019, in un abbinamento mostruoso con Max. Si perde qualche colpo in ottica 2019 e si ripetono promesse già espresse. Intanto, un trionfo in Messico sembra quantomeno “probabile”. Fortissima.

Claudio Santoro.

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“Daniel, sentiti ossequi!”
• Formula 1 • Ricciardo rifiuta l'imprudenza Red Bull


f1 piloti 2018 daniel ricciardo red bull racing renault| Daniel Ricciardo, Red Bull Racing - FOTO BY SPORTNIEUWS |
Daniel Ricciardo ha scelto. Ha dato un calcio al team che lo ha portato ad essere fiore all'occhiello di questa modernissima, complicatissima Formula 1. Di fatto, la sua di fama è stata alimentata dalla sua grandezza, dalla sua tenacia, voglia di emergere. Dal suo talento, forse mai apprezzato seriamente da Horner & Co.. Un dovere, confuso con un diritto.


Daniel Ricciardo mette le ali e vola via, lascia la Red Bull. Si accasa in Renault. Ecco, la notizia bomba del mercato piloti d'annata è questa: Daniel si "parcheggia" nel team francese, forse in attesa che dal 2020/2021 possa finalmente approdare nelle scuderie di rango, Ferrari e Mercedes.

Scelta illogica la sua? No, ma sicuramente con le palle. Ce ne vogliono per passare a un team teoricamente inferiore lasciando Red Bull, scuderia dove Daniel è nato. Ma ora ha detto basta, STOP! Ne aveva abbastanza già da tempo della situazione lì dentro. Plausibilmente, ha compreso durante questo 2018 che Marko & Co. tengono al #3, ma quello in doppia cifra sul musetto.
Il pupillo di casa è l'olandese volante, quel muso duro che finora non ha schiantato l'australiano volante nel derby interno come forse qualcuno si aspettava. Il nativo di Perth è oramai stufo di fare i conti con strategie ai box sbagliate, con gestioni dei piloti assurde e perché no, ha anche declinato al passaggio ai motori Honda che rischia di essere a tutti gli effetti una scommessa azzardata per i "bibitari".

Insomma, Ricciardo s'è fatto due conti e ha capito che per Red Bull la strada per vincere è ancora lunga, e lui di tempo non ne vuole perdere ancora molto. Sebbene in Renault ci sarà da soffrire, lottare, sviluppare, lì dove un certo Nico Hulkenberg è attualmente il primo degli altri nella generale, e non vediamo perché Daniel debba fare peggio di lui. Figuriamoci di Sainz.

Bravo Daniel, hai avuto le palle. In Red Bull coraggio ne hanno, ma in negativo: le parole di Chris Horner, che parlano di un Ricciardo spaventato dal confronto con Max, sanno quasi di ridicolo, di diffamazione, la giusta cartina tornasole di una scuderia frustrata che dal 2014 ha perso la rotta e non riesce più a vincere.

Horner e Marko si sono lasciati scappare un grande talento, puntando forte sul nuovo che deve avanzare, senza che ancora il gioco valga la candela. Senza il supporto di tempi maturi, in un momento cruciale, di riconversione in cui lo spessore, la dedizione e l'umiltà di un professionista come il #3 avrebbero suonato come una garanzia.

Si diceva del coraggio di Milton Keynes, una realtà sempre più controversa, dove il management attuale sembra non essere più capace di tappare le falle di una nave che affonda, lentamente. Un mondo dove l'audacia delle scelte future sembrano risuonare con un riverbero di imprudenza, cieca.

Magari se ne pentiranno, forse no. Intanto la sensazione è che in Red Bull sulla gestione dei piloti e delle lingue ci sia molto da fare. Daniel magari si pentirà, forse no. Intanto la sensazione è che l'australiano abbia optato per una nave comunque salva.

Christian Caramia.

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“Sliding doors”
• Formula 1 • GP di Austria: Bottas e Ricciardo, situazioni complesse


f1 gp austria 2018 valtteri bottas daniel ricciardo| GP Austria 2018 - Podio GP Austria 2017, Valtteri Bottas e Daniel Ricciardo - Foto by REDBULL.COM |
Spielberg. Un anno fa salirono entrambi sul podio del GP di Austria. Entrambi autori di una gara monstre, l'uno partito dalla pole e saldamente in testa dal primo all'ultimo giro. L'altro in gran spolvero, in una corsa a ritmo da qualifica. Oggi la fantastica foresta della Stiria li ha rigettati senza alcun riguardo, cancellati dall'ordine di arrivo 2018 a mezzo noie tecniche.

Niente da fare stavolta al GP di Austria per il duo rivale Valtteri Bottas, Daniel Ricciardo. Dispersi a distanza di tornate gara lungo il nastro d'asfalto del circuito di esclusiva proprietà "bibitara", Red Bull Ring. Appiedati dalle rispettive vetture, proprio nel mentre in cui i rispettivi compagni di colori erano a conduzione dei destini domenicali.

Un gran premio un po' buio per il finlandese argentato, abbastanza per l'australiano dal sorriso smagliante. Tanti i motivi, i nessi, le condizioni alquanto paragonabili all'interno delle rispettive scuderie. Valtteri, diciamo contro Lewis Hamilton. Daniel dichiaratamente contro Max Verstappen. Lotte per certi versi impari, non tanto per le questione dentro la pista, semmai per quelle fuori.

Il tempo è tiranno, nella fattispecie quando ci si ritrova a fare i conti con scelte importanti, fondamentali. Quelle che rappresentano un bivio per la carriera, poche certezze per un roseo avvenire. Di certo, l'opzione tra il rimanere a galla e lo sprofondare. Un dilemma brutale, specie quando hai dimostrato di avere quasi, o tutte, le carte in regola per meritare una candidatura a campione del mondo di Formula 1.
Lo sa benissimo il #3 di Milton Keynes, passato a cavallo di quest'inizio estivo da papabile pilota Ferrari a banale confermato in Red Bull Racing. Una investitura da uomo mercato 2019 dal sapore prestigiosissimo, un fuoco di paglia allorché le speranze di approdo in Maranello sono svanite nel giro di qualche weekend di gara. Un pacco da recapitare tra Woking o Enstone, da far partire, forse. Chissà.

Una sorta di dramma, avente come protagonista principale un signor pilota come Daniel Ricciardo. Un fiore all'occhiello indiscutibile del panorama piloti planetario, capace di tutto e di più, meritevole se non più di altri di colleghi. Impotente di fronte alla logica degli uomini d'affari che manovrano i fili dei top team, dei media propensi a cavalcare l'onda orange targata Verstappen figlio, quando in giro per il vecchio continente.

Un riflesso che si staglia in pista, specialmente intorno la pista. Con una RB14 #3 ferma dopo una domenica sul momento poco colorita, con il suo di driver insofferente e leggermente avvelenato con la piramide di vertice di casa Mateschitz. Fantasmi venuti dalle lande francesi, terre zeppe di "Chateau" come a breve testimoniabile dal Tour de France. Ombre che hanno gettato la mente titanica del pilota originario di Ficarra, Sicilia, in una condizione di simil sconforto.

Lo sa bene il #77 di Stoccarda. Il pilotino di Finlandia tanto caro al due volte iridato Mika Hakkinen, quel predecessore scandinavo iridato che scorgerebbe nel ghigno di un bambolotto biondo, occhi azzurri, i numeri buoni per seguire le orme mondiali di Kimi Raikkonen. Valtteri, uno della stessa razza del suo connazionale manager blasonato, appartenenti entrambi alla sfera dei piloti dal talento costruito. Antipodici per tal natura in riferimento all'enfante prodige di Espoo.
Non fosse che l'altro suo di gestore della carriera risponde al nome di Torger Christian Wolff. Si, il capo Mercedes, il Zinedine Zidane tra i team manager del Circus. Un tutore della ragion di stato, un boss potentissimo, al cospetto del quale il veloce Bottas riveste primariamente il ruolo di pedina leale e fedele, fondamentale per la causa della freccia d'argento.

Un ragazzo che in questo 2018 sta andando fortissimo. In qualifica, in gara. Bello tosto sulle Pirelli standard, in questo inizio di stagione spesso più della prima guida di fatto Mercedes. Un Lewis Carl da buon viso a cattivo gioco che, tra un sorrisino ed una pacca sulla spalla, sa di avere una semplice guardia del corpo pronta a cedergli il passo, a rubare punti pesanti ai suoi di rivali.

Due campioni, Ricciardo e Bottas. Due piloti ingabbiati nelle ambizioni, nei sogni di gloria da due primi attori. Uno di diritto, l'altro di fatto. L'astro nascente Max Verstappen, il Lord di Stevenage. Eppure, nell'optare per la linea di galleggiamento, esiste un precedente inconfutabile, emblematico, uno spiraglio per l'emersione totale. Nico Rosberg.

Gianluca Langella.

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“Il sorriso dell'umiltà”
• Formula 1 • GP di Monaco: La vera forza dei grandi Campioni


f1 gp monaco 2018 daniel ricciardo red bull| GP DI MONACO 2018, Daniel Ricciardo, Red Bull Racing - Foto by @Mobil1TheGrid |
Montecarlo. C'ha pensato l'amato sorriso di Daniel Ricciardo a dare brio al GP di Monaco 2018, con una strepitosa prestazione per l'intero weekend. Più forte dei problemi, più forte di Max Verstappen. Il migliore nella sua scuderia. E allora, poca roba i vari Vettel, Hamilton e comprimari di turno. Le Pirelli, che Dio le benedica.

Tanti i temi restituiti da questa edizione del grande slam della Formula 1 di Montecarlo, troppi, ad oscurare i dovuti meriti per una impresa alquanto titanica firmata Daniel Ricciardo. Un pilota che si trova a lottare unicamente per se stesso, da anni, dall'inizio della sua avventura bibitara ufficiale. Nonostante un rendimento di quelli fuori media per antonomasia, ratificato da numeri pesantissimi.

Questo il riflesso principale restituito dal weekend monegasco, una rivincita totale di un ragazzo come Daniel, anche maturo come pochi in giovanissima età. Capace di impressionare in ogni ambito di definizione del vero, grande pilota di Formula 1. Con l'oltre la pista che dovrebbe far riflettere, addetti ai lavori e non, per l'incorruttibile umanità che lo contraddistingue, fondata sulla lealtà, il rispetto, il sacrificio. L'umiltà. Queste, alcune delle carte migliori per uno che vuole diventare campione del mondo, che ambisce ad entrare nei cuori di qualsiasi appassionato.

Tutto scritto lì, nel suo sorriso a mille denti, proprio come Bruce, lo squalo più simpatico e cattivo dei cartoni animati. Nemo, nella fattispecie. Un ritratto perfetto coincidente con quello sguardo da ragazzotto semplice e sincero. Pronto a trasformare due dolci occhioni in quelli di un predatore vero, in carne ed ossa, imbattibile quando sente l'odore della vittoria. Queste, in estrema sintesi, le preziose doti da dentro e fuori pista di Ricciardo. Prontissimo a rispondere colpo su colpo al miasma di noie procurategli dalla sua Red Bull.
Un Team tenuto su da quel moderno arciduca asburgico, Sir Dietrich Mateschitz, un genio del capitalismo, troppo gentile verso Horner, verso il connazionale Helmut Marko, il talent scout delle "lattine". Un signorotto esacerbato dalle sue convinzioni in materia di vivaio piloti, incline ad una perversa metodologia di crescita talenti rasentante l'ideologia dietro le arene dell'antica Roma in cui i gladiatori lottavano secondo il principio "mors tua vita mea". Allorquando il console, il "Cesare" di turno, propendeva svisceratamente per il suo prediletto.

Come Max Verstappen, l'annunciato re di tutti i tempi della Formula 1, sostenuto senza se e senza ma dai vertici di Milton Keynes. Cresciuto in malo modo, in un clima di competizione personale senza limiti, messo coi paraocchi in un cammino da scavezzacollo. Costretto a viaggiare in totale incoscienza verso una dimensione da professionista arrivato che ancora non gli appartiene. In balia di un eccezionale talento, soggiogato da superbia, egoismo, enfatizzato da una sorta di inquinamento spirituale istigato finanche dalla figura paterna.

E come Massimo Decimo Meridio, il comandante dell'esercito del nord, generale delle legioni Fenix, servo leale dell'unico vero Imperatore Marco Aurelio, Daniel d'Australia è il gladiatore di questa beneamata Formula 1. Una condizione, talvolta da manicomio, sapientemente gestita da una indole di sopravvivenza cementata sulla pazienza. La virtù dei forti. Una mente sanissima, abile a fare dell'attendismo il suo principale nutrimento, l'asso nella manica per ogni circostanza, l'ancora di salvezza in caso di cadute. Per ogni risalita, la fionda per colpire nuovamente. E forte.
L'ennesimo emblema, stavolta targato Ricciardo, che rivede l'uomo battere la macchina, quel sistema ostile alla sua permanenza, affermazione. Il trionfo di una identità vera, corazzata dall'umiltà, l'armatura superiore per brillare in qualsiasi firmamento. E non v'è noia tecnica che tenga, non v'è discutibile deficienza prestazionale lato caucciù che possa avere il potere di interferire, lì in quell'arena di lusso, dove i battuti del sabato hanno perso in partenza la partita. Loro si, immobilizzati da scarpe troppo spesso scomodissime, senza alcun stralcio di motivo.

Ora è fatta, per il caro condottiero australe. Ha conquistato la supremazia ultima sul tavolo dei potenti, pronto, come se non bastasse, a sbattere il pugno per imporre finalmente il suo di volere. Vezzeggiato da una forza ulteriore, quella più importante atta a piegare ogni resistenza residua, qualsiasi componente di disturbo. Con il sommo potere decisionale acquisito, sarà la piena discrezionalità in suo possesso a portarlo verso l'oculata scelta relativamente il prosieguo di una carriera bellissima che chiede il giusto coronamento.

Sebastian Vettel, si, proprio lui, dall'alto della sua intelligenza, in barba all'immaginario collettivo sulla faccenda, sa benissimo che il suo male minore potrebbe rispondere solo a quel nome. L'unico paladino anche della ragion di stato, nel momento in cui, il tutto, passa preventivamente per una stretta di mano tra uomini di sport. Un eventuale approdo caldo, caldissimo, lì al suo fianco, una situazione da gestire con maturità, con fiducia, rispetto, complicità e piacere. Nell'intento di un obiettivo comune di concerto con la Ferrari.

La scuderia principe del Circus, condannata a vincere, sempre, di fronte ad una opzione da due galli nel pollaio da trattare coi guanti bianchissimi. L'opportunità per indebolire i competitors, per rafforzare ulteriormente un progetto in divenire. Per garantire, regalare, il sogno della coppia d'attacco di cui tutti vorrebbero godere. Quella la sola anagrafica per il dopo Raikkonen, un treno che passa una volta sola, anche per Maranello. Daniel Ricciardo.

Gianluca Langella.

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“La vittoria di un duro”
• Formula 1 • L'unica emozione di una avara Montecarlo


f1 gp monaco 2018 red bull ferrari daniel ricciardo sebastian vettel| GP Monaco 2018, Daniel Ricciardo, Red Bull Racing - FOTO BY @SietsevdWerff |
Una domenica tra le più emblematiche di quelle vivibili a Montecarlo. Con, nel mezzo, tante connivenze per uno spettacolo più avaro del solito. Una stella, Daniel Ricciardo, illumina con la sua matta RB14 la scena di una gara cristallizzata tra pneumatici incomprensibili, magagne da famiglia allargata. Tanto, ad infangare la buona storia del Principato della Formula 1.


Ricciardo vince il GP di Monaco dopo un weekend tutto in prima posizione, dal giovedì alla domenica. L'australiano ha gestito la gara facendo spalle larghe su Vettel, correndo tutta la seconda metà della corsa con un problema all'ERS.

Su un'altra pista con un guaio simile non sarebbe riuscito nemmeno a finire nella top 5, visto il pesante calo che Daniel ha dovuto imporre al suo ritmo gara. "Stai concentrato", gli ripetevano dai box. Detto, fatto, portando a casa una vittoria molto più difficile del previsto.

Già, perchè se ormai tutti ritengono Montecarlo una pista non da mondiale di Formula 1, forse ci scordiamo quanto sia complicato rimanere concentrati per 78 giri in un simile toboga, dove i grandi trionfano e i baby affondano (leggasi Verstappen).
Una gara monotona, condizionata anche dalle gomme, in un weekend dove la Pirelli ha introdotto la mescola più tenera Hypersoft ma comunque capace di reggere per più giri, per non parlare della Supersoft in grado di coprire l'intera distanza del gran premio. Soft, quindi, per modo di dire, con una Pirelli più attenta all'immagine che nel mettere in condizioni di lottare i piloti, tanto da partecipare il più del dovuto anche a questo 2018.

Il fattore pneumatici sta diventando una variabile fin troppo determinante: i piloti quasi non tentano nemmeno più il sorpasso, a stare troppo sotto al retrotreno della vettura rivale spesso viene a mancare la fiducia nelle gomme. Per fenomeni ormai anomali di usura, conosciuti, ma troppo improvvisi ed imprevedibili. Inaudito.

Ma questo è solo un aspetto di un campionato pieno di contraddizioni, combattuto sempre più a squadre fuori dalla pista: lascia perplessi la condotta di gara di Esteban Ocon platealmente arrendevole nella difesa su un Lewis Hamilton fresco di sosta ai box. Un favore che ha permesso all'inglese di non subire un eventuale undercut da parte di Kimi Raikkonen.
Force India si dimostra sempre più Junior Team Mercedes, un pò come la Sauber per la Ferrari o la Toro Rosso per la Red Bull: fossimo nella FIA e in Liberty Media daremmo qualche reprimenda in più ai piloti che corrono come il francese e vieteremmo di far diventare i GP delle partite a scacchi, piuttosto che pensare alle grid girls...

Ci voleva la vittoria di un duro e puro come Ricciardo, in un weekend avaro di emozioni, pieno di chiacchiere, giochi di squadra allargati e rese delle mescole alquanto discutibili. Tanto per cambiare.

Christian Caramia.

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“Le pagelle di RED F1 GP”
• Formula 1 • Qualifiche GP di Monaco 2018


f1 gp monaco 2018 pagelle qualifiche daniel ricciardo red bull| Qualifiche GP Monaco 2018, Daniel Ricciardo, Red Bull Racing - FOTO BY F1.COM |
A Monaco rientra tutto un po' nei ranghi, quando prima di Barcellona, prima delle "ribassate", in qualifica i crono da pole sono stati sempre conseguiti con la copertura più morbida. La rosa, Hypersoft, stavolta. Con una Ferrari davvero veloce, con una Mercedes migliorata. Non quanto la Red Bull.

Piloti

Esteban Ocon
Foto by Reuters India


7 | Esteban Ocon - #31 | 1:12.061



Il francesino "Mercedes" porta il più in alto possibile la sua Force India su di una pista come quella di Monaco. Una qualifica decisamente consistente, sovente davanti allo scomodo Sergio Perez, con un bel carico di decimi in più nel piede. Anche nella testa, quella di un giovane talento che viene da una stagione da rivelazione, con un inizio di 2018 alquanto difficile. Differenza di manico, meno di macchina, visto dove è finita l'altra "big babol", capace con un ritmo diesel di presentarsi in forma nel circondario nazionale. Una gara in salita, con un Alonso alle spalle prontissimo ad azzannarlo. Sorprendente.

Valtteri Bottas
Foto by iltalehti.fi


5 | Valtteri Bottas - #77 | 1:11.441



Il finlandese d'argento da tutto nell' ultimo tentativo, ma nelle qualifiche del 2017. Oggi, nulla. Lontano, vicino solo per contenutissima estensione lineare del tracciato, abbattuto da una W09 ritornata "Diva", dopo la parentesi su pista test. Bottas, stavolta le prende da chi doveva dargliele, dal #44, dal quattro volte mondiale. Le riprende dal collega in rosso, a detta dei non addetti ai lavori, nel momento peggiore, quello della riconferma in quel di Stoccarda. Soprattutto dopo un ottimo inizio di stagione. Rimandato.

Kimi Raikkonen
Foto by sportmediaset.com


7 | Kimi Raikkonen - #7 | 1:11.266



Lo stesso voto di Ocon. Ebbene si, visto che guida una SF71H e non la rosa della griglia. Quarto, relativamente lontano parente del poleman dell'anno scorso, un po' per tutto il weekend sin qui. Dietro ad una delle Mercedes, quella che è al comando del mondiale piloti, non l'ideale su questa pista di Monaco, dove passare è sempre impossibile. In scia alla sua classe, quella che lo proietta ad assoluto protagonista nel primo run delle Q3, troppo spesso una dote fantasma nel tentativo del colpo finale. Un tantino troppo lontano dal compagno di colori in termini di crono, visti quei poco più di 3 km per giro. Deluso.

Lewis Hamilton
Foto by standard.co.uk


8 | Lewis Hamilton - #44 | 1:11.232



Lewis è tornato, a tutti gli effetti, da quel po' di vacanza concessasi con la sua nuova Mercedes. Anche sulla pista più contorta del mondiale, nonostante una passo lungo che mostra di avere una coperta un pelino più corta contro le avversarie. Nonostante una gomma rosa che ha dovuto farsi andare a genio, dopo che in Q2 stava facendo una frittata fucsia, per questioni di eccessivo ottimismo Ultrasoft. Un cagnaccio che sbatte una palmata sul volante dopo il primo tentativo della vera qualifica. Un picco di stizza che gli vale un fucsia in pista, ma solo nel T1, per poi appassire in tutto il suo ultimo run. Difensore.

Sebastian Vettel
Foto by skysports.com


9 | Sebastian Vettel - #5 | 1:11.039



Il nativo di Heppenheim è sempre un bell'andare tra le stradine di Alberto, e contrariamente alle qualifiche scorse, di un Raikkonen davanti, nemmeno l'ombra. Un Lion Lap, che mannaggia non vale la prima casella di partenza, se non una mezza salvezza per aver acciuffato una meritata prima fila. Uno da 53 pole in carriera, e certi numeri saranno pure freddi, ma contano, inutile illudersi con i sentimentalismi. Questione di frequenza, di attitudine alla qualifica, uno status che raramente rappresenta sorprese in negativo per uno come Vettel. Pur sempre l'altro quattro volte mondiale di questa Formula 1. Predatore.

Daniel Ricciardo
Foto by sportcentrs.com


10 | Daniel Ricciardo - #3 | 1:10.810



Monaco è sua. Per la seconda volta. Una pole facile visto il suo monopolio in ogni sessione di libere, nonostante quello squalo olandese scomparso rovinosamente dalla scena di questo sabato. Assoluti demeriti, contrapposti agli altrettanti meriti dell'australiano volante. Un ragazzo viaggiante nelle sfere mentali a livelli inimmaginabili per il suo giovane compagno d'armi. Come un killer infallibile, pronto ad arretrare ogni barriera molesta, pronta a spiaccicarsi sulla sua RB14. Come un uomo capace di camminare sull'acqua, coccolato dalle dolci, per lui, difficilissime pieghe di Montecarlo. Imbattibile.


Team

Mercedes AMG Petronas F1 Team
Foto by @MercedesAMGF1


10 | Mercedes



Non era la sua pista, un weekend di quelli difficili, dura battere Ferrari e Red Bull. Una cantilena da mani avanti iniziata dopo il trionfale weekend del Montmelò, un po' per attenuare le polemiche sul "Gomma-gate" imperversate dopo la prima doppietta d'annata. Tutto vero, come nelle previsioni, con una W09 fatta per l'oltre Monaco, e che deve difendersi alla meglio in piste da altissimo carico aerodinamico. Salvata dal pilota di punta, lì nel tugurio monegasco dove è solo il vero campione a dover, poter fare la differenza. Una solida corazzata, ancora una volta, in pole position per una bella fetta di punti alla domenica. Sorniona.

Scuderia Ferrari
Foto by ferrari.com


9 | Ferrari



La mamma è sempre la mamma, verrebbe da dire. Quella SF70H più "bassina" in lunghezza rispetto alla figlia. Una SF71H che riconquista le doti di finestra di funzionamento degli pneumatici che l'anno sempre contraddistinta, tranne con le famosissime nere "ribassate". Una versatilità che al sabato del Principato sembra essere ritornata in buono spolvero, nonostante una rivale tosta che ha seguito certe scie di quella mamma altrui di nome Gina. Tant'è, per riprendere un cammino lanciato, e sereno, divenuto complicato, forse troppo improvvisamente. Nonché inaspettatamente. Ripartita.

Aston Martin Red Bull Racing
Foto by f1-fansite.com


10 | Red Bull



La RB14 si dimostra all'altezza delle aspettative, riposte in primis da tutti i non addetti ai lavori. Una velocità annunciata da orde di cori in canto perenne dopo la campagna di Spagna. Una realtà che ha trovato la piena concretezza dopo le FP3 di questo sabato, quando l'oramai solo Ricciardo ha dato la prima mandata al catenaccio per la chiusura della partita pole position. Tutto secondo i programmi, non fosse che manca l'altra blue, quella col 3 in doppia cifra sul musetto, consegnata alle barriere della seconda delle piscine. Una svista in gestione piloti recidiva per i vertici di Mateschitz. Felina.

Gianluca Langella.

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