ORARI TV
SKYSPORTF1HD
Giovedi 20 Maggio

Libere 1 Ore 11:30 - Libere 2 Ore 15:00
Sabato 22 Maggio
Libere 3 Ore 12:00 - Qualifiche Ore 15:00
Domenica 23 Maggio
Gara Ore 15:00

DATI CIRCUITO
umero di giri 78
Lunghezza circuito 3.337 km
Distanza di gara 260.286 km
Giro record 1:14.260
Max Verstappen (2018)
ALBO D'ORO PILOTI
VITTORIE
Schumacher, Hamilton 6
Prost, Mansell, Hakkinen 3
Senna, Räikkönen, Alonso 2
Vettel, Verstappen 1
Button, Rosberg 1

POLE POSITION
Schumacher 7
Hamilton 6
Senna 4
Häkkinen, Räikkönen, Rosberg 2
Mansell, Prost, Alonso 1
ALBO D'ORO COSTRUTTORI
VITTORIE
Ferrari 12
McLaren 8
Williams, Mercedes 7
Lotus 6
Red Bull 3
Renault 1

POLE POSITION
Ferrari 13
Mercedes 9
McLaren 8
Williams 6
Lotus 5
Red Bull 2
Renault 1
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“Punto di non ritorno”
• Formula 1 • Belgio 2008: Gocce di pioggia tra Raikkonen e Hamilton


belgio 2008 gp spa raikkonen hamilton redf1gp| F1 GP Belgio 2008, Kimi Raikkonen, Lewis Hamilton - Foto by motorsport-magazin.com |
Il 7 settembre 2008, sulla pista che quattro anni prima aveva suggerito il passaggio di consegne a Maranello, con la vittoria di un certo giovane finlandese e la festa per il settimo titolo del Kaiser, va in scena il più bel duello tra la McLaren MP4/23 e la F2008: Kimi contro Lewis. Uno scontro che vale più di una singola vittoria al GP del Belgio o di un mondiale e che rappresenta il momento decisivo della sovrapposizione tra due generazioni di fenomeni.


S
pa-Francorchamps 2008. Hamilton è in testa alla classifica mondiale. L’unico che sembra potergli rovinare la festa, già rimandata l’anno precedente per varie ed eventuali cause, è Felipe Massa. Il ferrarista di San Paolo sta correndo la sua migliore stagione, in veste di sostituto spirituale del finlandese campione del mondo in carica, fino ad ora sfortunato e non poco; a tratti, forse, non all’altezza di se stesso. In ogni caso, sconfortato.

In Belgio, però, scatta qualcosa nella testa di Kimi. La pista è quella che preferisce: anfiteatro sinuoso e velocissimo, Spa è il luogo ideale per mettere in scena talento e predisposizione al rischio. La rincorsa al titolo sembra proibitoria per lui, a causa del ritardo in classifica, ma non impossibile. L’idea di poter recuperare quel dannato distacco accumulatosi durante la stagione e la voglia di abbattere il giovane inglese, sono tentazioni troppo grandi.
Partito dalla quarta piazza, il finlandese si sbarazza presto dei rivali, incluso Hamilton, e inizia a fare il vuoto. Un dominio netto, con una Ferrari che si comporta da regina, tenuta per mano dal sovrano ideale di Spa-Franchorchamps, fin qui degno erede del Kaiser sull’asfalto belga. Lewis lo insegue: la belva feroce che abita il suo casco pare calma, consolata dai punti ipotetici guadagnati sul più diretto rivale Massa.

A rimescolare le carte, però, arriva la pioggia. Poche gocce in crescendo: l’ideale per smuovere una F1 che soffre della sua stessa perfezione tecnologica. La pista bagnata annulla gli ipotetici vantaggi tecnici ma, soprattutto, sopprime le remore, i timori: bagna la coscienza dei piloti e la loro fame di trionfo. Il duello tra Kimi e Lewis si accende a cinque giri dalla fine. I due non possono più rinunciare al corpo a corpo.

Nel momento dell’incontro ravvicinato, Hamilton va lungo alla Bus stop e taglia la chicane. Il sorpasso alla prima curva è inevitabile ma non decisivo. Raikkonen non molla, resta attaccato all’inglese, sfrutta la pista e l’asfalto che la circonda. I due rivali sono ormai immersi in una sfida che va al di là di ogni concezione matematica. Posseduti dal diavolo della competizione, vivono due giri infernali: è una questione di principio, un principio sacro.
Si sfiorano. Kimi si gira. Lewis rischia di tamponare un doppiato. Assaporano entrambi la dolcissima visione dell’avversario in difficoltà e l’ossessiva e amara constatazione di vederlo scappar via di nuovo. “Agrodolcezza” all’ennesima potenza. Fino al punto di non ritorno, quello che cambia la carriera di Raikkonen: un’uscita di pista che lo condanna al muro. Fuori dalla partita. Fuori dal mondiale. Senza possibilità di appello.

Hamilton taglia il traguardo per primo. Il mondiale si avvicina… almeno in teoria. Al momento della “conta”, l’inglese paga con una penalità, forse esagerata, il precedente taglio della chicane. La vittoria va a Massa che può così gongolare, insieme al box Ferrari, per quei punti dal sapore fondamentale guadagnati sul rivale inglese. Ma ciò che è accaduto va al di là della più "banale" questione iridata d'annata.

Ciò che nessuno può immaginare in quel momento è il peso che la sconfitta belga avrà su Iceman e sulla F1 in generale. In quell’uscita di pista si cela il massacrante passaggio di consegne fra due generazioni: quella di Raikkonen e Alonso, che avrebbero potuto dominare in quegli anni, e quella di Hamilton e Vettel, quest’ultimo prossimo alla sua prima vittoria appena una settimana dopo, a Monza.

Claudio Santoro.

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“Mucchio selvaggio”
• Formula 1 • GP degli Stati Uniti: libertà e furore in Texas


f1 gp stati uniti 2018 kimi raikkonen ferrari| GP Stati Uniti 2018, Kimi Raikkonen - Foto by REDDIT.COM |
Austin. Occasioni per correre in libertà: un Kimi che fa scintille come ai vecchi tempi, un Hamilton che non molla e rischia tanto pur di portare a casa il quinto titolo con tre gare di anticipo e un Verstappen di troppo a ostacolarlo che raggiunge il secondo gradino del podio dopo essere partito diciottesimo. Questo e molto altro sull'asfalto americano. Il circus delle meraviglie è servito dal Texas.

È bastato poco alla Formula 1 per (ri)scoprirsi sport dello spettacolo. Un’attrazione selvatica messa in scena da superuomini il cui DNA è legato a quello di belve feroci i cui istinti atavici dominano ancora le loro azioni. È bastata la “libertà”, parola-simbolo dell’America che ha ospitato il Gran Premio ad Austin domenica scorsa.

Libertà dalla lotta per il titolo piloti. Per Vettel il mondiale è ormai un’ombra con una bandiera britannica a fare da sfondo; per Hamilton, nonostante il “ritardo”, la faccenda iridata resta una pura formalità. Libertà di azzardare, di rischiare a causa e per mezzo dei sentimenti. La voglia di vendicarsi della sfortuna (Sebastian), la voglia di laurearsi campione del mondo in Texas (Lewis), la voglia di rimontare e diventare leggenda ancor prima di vincere un mondiale (Max) e, sopra quelle degli altri, la voglia di lasciare un ulteriore sigillo, un segno, il marchio della bestia in un gran premio che inizia ad acquisire una dignità storica propria, ad allestire una tradizione: la vittoria di Kimi esattamente undici anni dopo quel trionfo a Interlagos che gli consegnò il mondiale 2007, l’ultimo titolo piloti acciuffato da Maranello.
Voglie, desideri… oppure bisogni: istinti animali, viscerali, degni di un circus che quando si lascia andare a lotte aggressive come quelle messe in pista sul circuito di Austin, ritrova se stesso. Non i “bei tempi andati”, noiosi anche quelli a volte, ma i tempi ideali: quelli in cui i piloti danno spettacolo, mostrano i denti, si inseguono e fuggono recitando di volta in volta la parte del cacciatore feroce e della preda astuta. Si mordono, si feriscono, si aggrediscono senza esitazioni; resistono anche, senza alcun timore reverenziale.

Di “numeri” – non quelli freddi, buoni per le statistiche, ma quelli da circo delle meraviglie – i piloti ne hanno portati in scena parecchi, domenica. Ha iniziato Vettel il quale, sfortuna a parte, ha il merito di aver ingaggiato un duello con lo staccatore più forte al mondo: Daniel Ricciardo. Ha proseguito Raikkonen con una finta entrata ai box degna di un maestro: spettacolo puro, ma anche strategia, sfida personale, umana e sportiva contro un vecchio rivale.

Ha insistito Hamilton con una rimonta da urlo, divorando metro dopo metro il distacco dalla vetta che, causa una strategia non perfetta in casa Mercedes, si è trovato a dover “gestire”. Ma quale gestire! Il titolo era lì, a un soffio, un soffio chiamato Max Verstappen: un altro che di numeri, domenica, ne ha fatti parecchi, da diciottesimo a secondo, vicinissimo alla vittoria. Un’impresa quasi leggendaria; un risultato che, in ogni caso, ribadisce la sua forza, manifestata magistralmente con la resistenza proprio ai danni di Hamilton.
La vittoria di Kimi, dulcis in fundo. Un trionfo strategico, di conservazione naturale che appartiene a una specie che, presto o tardi, è destinata a scomparire dalla F1: quella dei piloti più anziani, che a volte sembrano bolliti, buoni da rispedire a casa e alla svelta; quelli che, quando poi si tratta di tirar fuori un coniglio dal cilindro, ne tirano fuori anche due.

Un contributo essenziale allo spettacolo di domenica l’ha dato anche – bisogna dirlo – la ritrovata competitività della Ferrari, che dopo una “pausa prestazionale” di qualche gara – una pausa decisiva, imperdonabile – è tornata là davanti, a dettare il passo, a sfiorare la pole, a giocare la strategia giusta, capace di sparare il colpo decisivo.

Un ritorno che lascia ben sperare per l’anno prossimo e che caccia via le ombre che nelle ultime settimane hanno ossessionato scettici e antiferraristi: la Rossa c’è, sebbene un altro titolo piloti sia andato perso. Forse si potrà lottare ancora per il costruttori. In ogni caso, il 2019 promette (ancora) una lotta alla pari. E di quelle destinate a restare negli annali di questo sport.

Claudio Santoro.

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“Sguardo al cielo”
• Formula 1 • Iceman stavolta si scioglie


f1 gp stati uniti 2018 monday debriefing kimi raikkonen ferrari| F1 GP Stati Uniti 2018, Kimi Raikkonen, Ferrari - FOTO BY @ScuderiaFerrari |
Ad Austin, Texas, è la statistica a fregare il padrone del luogo. Niente cappello da cowboy per Lewis Hamilton, battuto dalla SF71H col #7 sul musetto. Neanche per Kimi Raikkonen che ritrova una grande gioia, quella di vincere ancora una volta in Ferrari, nell'ultimo anno a Maranello. Nello stesso giorno in cui divenne iridato in rosso. 21 ottobre, Iceman is back.


Chissà cosa avrà pensato Kimi, guardando il cielo, filtrato da quelle lenti. Forse incredulità, 5 anni dopo l'ultima vittoria, ieri Raikkonen è tornato a vincere. Questo lo sappiamo tutti. Quello che non conosciamo è il groviglio di emozioni che attraversano il cuore di un pilota che di ghiaccio ha solo il soprannome.

Si sarà svegliato la mattina, guardandosi allo specchio, giusto qualche attimo dopo aver guardato il calendario e aver letto "21 ottobre". Cavolo, il 21 ottobre. Come allora, 2007, quando allo specchio vedeva un ragazzo di 28 anni all'apice della sua carriera. Pronto per consacrarsi ultimo iridato in rosso.

Oggi vede un uomo, qualche ruga in più. La stessa passione, l'amore intatto per la Ferrari. Perché lui la ama, l'ha ammesso. I ferraristi lo sanno, lo adorano per questo, come quando scatena un misto di amore e odio per le dormite in pista. Un groviglio di emozioni appunto, nel cuore dei tifosi come nel petto del nativo di Espoo.
21 ottobre allora. It's day. Kimi sa di avere l'occasionissima tra le mani, partendo di fianco a Hamilton con una mescola di vantaggio e il compagno Vettel indietro, penalizzato. Kimi riavvolge il nastro, come in un film. Preme il tasto play e torna indietro nel tempo.

Corre per 56 giri come 11 anni fa. Da Interlagos ad Austin, sembra non essere cambiato nulla sotto quel casco. La pellicola finisce, allo stesso modo: Kimi ha vinto. È tornato a farlo. Avrà pur digiunato troppo a lungo, ma ne è valsa la pena.

Kimi su quel podio guarda il cielo, e dice: "Ok, ce l'ho fatta anche stavolta". Come se nulla fosse cambiato. O forse qualcosa di diverso c'è: un figlioletto con un destino tutto da scoprire. Robin ora cresce, sale sul podio in Ungheria facendo sorridere e intenerire il mondo intero, come una sorta di presagio d'annata.

Intanto il film a due tempi di papà in Ferrari ora volge al termine. Prima che inizino i titoli di coda, arrivano i ringraziamenti. I nostri, a lui. Per aver ricordato a tutti che è un Campione del mondo, in una giornata dal sapore mistico, evocativo. Una domenica trascendentale.

"Iceman", per tutti. Solo Raikkonen per chi non lo stima. Kimi per chi lo ama, a prescindere. E perdendosi nel cielo texano, si sarà ricordato che esattamente 11 anni fa aveva riportato il titolo a Maranello, e che 11 anni dopo lui è ancora lì. Sul gradino alto di un podio, per la vittoria numero 21. Mille grazie.

Christian Caramia.

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“Vittime sacrificali”
• Formula 1 • La ragion di stato prima di tutto?


f1 knockout kimi raikkonen ferrari| Kimi Raikkonen, Ferrari - FOTO BY RUSPEKH.RU |
Questioni di casistica, di piloti sull'onda del successo travolti da trame occulte, interessi all'apparenza superiori. I designati a ruolo di prima guida, i sacrificati per ragion di stato varie ed eventuali. Senza andare troppo a guardare un lontano passato, quale il caso più emblematico? Implicazioni sepolte, pronte a tornare con connotazioni irriverenti, senza riguardo alcuno.



"La magia (bastarda) di Horner "

2010: una stagione da incorniciare per la F1 con quattro piloti ancora in lizza per il titolo all’ultima gara. Ad Abu Dhabi, Alonso, Webber, Vettel e Hamilton sono vicinissimi in classifica. Lo spagnolo della Ferrari è in testa, pare il favorito, mentre i due della Red Bull Racing (team rivelazione dell’anno) sono afflitti da una lotta intestina che li ha visti protagonisti durante tutta la stagione.

Sul circuito di Yas Marina va in scena un’eccellente gara di Vettel e Hamilton. All’inglese, però, il risultato non basta per arrivare alla corona iridata. Dietro di loro, Webber e Alonso debbono inseguire. È qui che accade la magia (bastarda) firmata Chris Horner: Mark Webber è obbligato a una sosta anticipata, rientra dietro il “mucchio” e lascia ogni speranza di vincere la gara e il titolo. Vettel sfreccia in prima posizione, ma la Ferrari ha altri piani: stare davanti al pilota australiano, il più consistente durante l’anno, il più temuto. Nonostante alcune prestazioni vetteliane eccellenti, il nemico resta Webber. Alonso viene richiamato ai box pochi giri dopo. Tutto sembra filare liscio: l’asturiano rientra in pista davanti al primo rivale per il titolo.

Ma in realtà il colpaccio Horner è andato a segno eccome. Fernando resta dietro, imbottigliato nel traffico. Ancora peggio va a Mark, mentre Sebastian sfreccia guadagnando secondi preziosi su un Hamilton velocissimo.

Il resto è storia. Alonso non riesce a superare la Renault di Petrov e Vettel vince il titolo. Lo vince meritatamente, in termini puramente prestazionali è stato il più forte dell’anno, con dei picchi degni di un campione del mondo. Ma… Webber?

Ecco, Mark Webber è l’altra faccia della medaglia: costante, feroce, capace di portare in fondo una stagione di alta classe con 5 pole position e 4 trionfi (tra cui Montecarlo). Una stagione, la sua, che nel finale in Red Bull decidono di sacrificare. Così, brutalmente, senza esitazioni. Webber diventa l’esca buona a cui la Ferrari abbocca, il dito (Mark) che indica la luna (Vettel).

Tradimento o genialata da parte di Horner? Forse entrambe le cose. Ad Abu Dhabi nasce una stella – quella di Vettel – ma se ne spegne un’altra: quella elegante e carismatica di Mark Webber.
"Corsi e ricorsi della F1? "

Una coppia perfetta, un futuro campione e una giovane promessa ereditano nel 2007 dal ritirato (poi pilota-sviluppo) Michael Schumacher una vettura da titolo. Kimi Raikkonen è chiamato per dimostrare di meritare la fiducia del Kaiser, Felipe Massa per dimostrarsi la seconda guida di eccellenza in attesa della grande chance.

2007 stellare, Kimi è campione del mondo con la rossa, Felipe lo aiuta nell'impresa nel migliore dei modi. Un team forte, in vantaggio tecnicamente sulla concorrenza, addirittura costretta a copiare vergognosamente per essere all'altezza. Ci sono i presupposti per un'altra annata da leoni per il finnico ma, si sa, le aspettative in un certo ambiente non sempre si tramutano in certezze.

Nel 2008, nonostante la vettura competitiva, i risultati sono incostanti. E in F1 non basta essere il campione in carica, non basta la miglior macchina, contano i risultati. Per tanti motivi diversi non si raccoglie ciò che si dovrebbe. Cominciano i malumori verso il numero uno, reo di non adattarsi agli sviluppi, di sbagliare troppo e di essere poco incisivo in qualifica.

Di contro, quella giovane promessa pare non soffrire e il suo peso politico si fa sentire. Chiede al team di puntare su di lui tramite un manager importante alle spalle. Nel contempo, rumors etichettano quel glaciale leader pronto per un possibile ritiro, privo della voglia di primeggiare, in balia di nervi poco saldi. E più le voci si fanno insistenti, più nella mente dei tifosi si instaura l'idea che davvero non sia più all'altezza di un team così prestigioso.

Così, tutti fomentano un golpe, si apre la scena ad un'abilissima operazione politica. Il contratto è vicino alla scadenza, un banco iberico preme per l'avvicendamento con un certo asturiano: nonostante le vittorie, i bei momenti e le pubbliche difese del team, Raikkonen non è più voluto. Ed ecco come il pilota di punta, improvvisamente, rappresenta il primo ostacolo all'interno del team. Il giocattolo si è rotto e con esso è sparita la magia.

Dopo 10 anni la situazione è molto simile. E se anche l'odierna giovane promessa, Charles Leclerc, con lo stesso manager, Nicolas Todt, riuscisse a stagione in corso a sopravanzare il leader? Come si comporterà il management? Strani corsi e ricorsi... vero?

La Redazione.

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“Umanesimo”
• Formula 1 • GP d'Italia: Perché tutti dovremmo essere felici dopo questa gara


f1 gp italia 2018 sebastian vettel kimi raikkonen lewis hamilton ferrari mercedes| GP Italia 2018, Sebastian Vettel,Kimi Raikkonen, Ferrari - Foto by AUTOMOBILSPORT.LIVE |
Monza. Rabbia, delusione e incertezza: tre postumi ferraristi di una gara persa dopo appena tre curve. Ma vi sono altrettante ragioni per essere felici. Tutti. Ferraristi, vetteliani, hamiltoniani. Monza ci ha regalato tre fantastici motivi per sorridere. Tre preziosi memoir che parlano di uno sport high-tech disegnato a misura di Übermensch.

Non mi stancherò mai di dirlo, specialmente dopo questo Gran Premio di Monza. Una gara infausta per la Ferrari, una rincorsa che ha arriso alle ambizioni crescenti del team Mercedes e del campione del mondo in carica, nonché attuale leader della classifica generale, Lewis Hamilton.

Non mi stancherò mai di dirlo, né di ripeterlo: la Formula 1 è umanità. Anzi umanesimo. Sì, questo sport che viene tacciato ogni santo giorno di essere divenuto troppo tecnologico (da quando, poi? Dal 2018? O dagli anni Ottanta? O dagli anni Sessanta? La F1 è sempre stata una prova bellica di alta tecnologia), questo sport che può vantare schiere di appassionati il cui massimo aforisma consiste nell’ormai classico: «Con quelle macchine vincerei anche io», è uno sport che, prima ancora d’essere high-tech, è umano.
Uno sport umanista e Monza 2018 ce lo ha ricordato. Sono alcuni fan che, in questo frangente del campionato, si stanno dimostrando poco umani o forse troppo tanto analfabeti, ignari sia dell’high-tech che c’è dietro alla F1, sia – soprattutto – dell’umana personalità di questi piloti, di questi eroi moderni, di questi calcolatori magici: guerrieri dei millesimi dotati di una freddezza che farebbe invidia al più esperto sicario del KGB.

Lewis Hamilton è spaventoso, non c’è null’altro da dire: forte, fortissimo, pronto a entrare nella leggenda. Forse, addirittura, nella leggenda c'è già, dopo questa gara italica: un sorpasso mostruoso a Vettel – non molto dissimile da quello che Montoya provò ai danni di Schumacher nel 2003, senza però riuscirvi – portato con coraggio, grinta e odio sportivo, fregandosene altamente dei rischi. Un sorpasso alla Schumacher, alla Senna, per intenderci.

Kimi Raikkonen non è vecchio e neppure stanco. Il giornale tedesco Bild darebbe il finnico fuori dalla Ferrari nel 2019 a favore di un certo monegasco, più giovane e considerato talentuoso, attualmente in forza (si fa per dire) alla Sauber. Nonostante la tensione di un contratto che forse non arriverà (ancora non si sa) e nonostante l’emozione di avere una famiglia sempre più presente ai box.
Kimi, Iceman, il pilota che nella storia della Ferrari occupa il secondo posto tra quelli che hanno raccolto meno di quanto avrebbero meritato – in un'ambigua e melanconica classifica in cui al primo posto si erge Gilles Villeneuve – a Monza ha dato e ricevuto tantissimo. Ha dato tutto in gara (anche oltre l’umano consentito) e ha ricevuto tanto da fuori, dal popolo: da quella parte di tifosi che non se lo riescono a togliere dalla testa e dal cuore, Iceman.
Sebastian Vettel…
Caro Sebastian, se ti potessi scrivere una lettera ora (io che simpatizzo per Lewis) ti direi questo: lasciale perdere le voci di corridoio che poi portano dritti nel cesso gli stronzi che le hanno messe in circolo. Lascia perdere chi dice che «sei il peggior pilota nella storia della Ferrari» (quando Prost è arrivato in Ferrari aveva meno titoli di te e qualche anno in più). Lascia perdere le lingue fredde e crudeli che parlano di poca lucidità e che ti accusano di azzardare troppo.

Io, che non sono un tuo tifoso, ti dico: mi piaci così. Mi è piaciuto Hamilton a Monza, e mi sei piaciuto tu allo stesso identico modo. E non comprendo come un tuo tifoso (o un tifoso ferrarista) non riesca a comprendere quanto sei prezioso, sensibile, coraggioso e passionale. Tu non sei Michael Schumacher, lui a volte il piede dal pedale lo alzava. Tu sei Sebastian Vettel, e anche a costo di rovinare la tua gara e buttare all’aria un altro mondiale, resisti, sempre: perché vuoi essere il numero uno.

La Formula 1 è servita, gente. La Formula 1 dei superuomini preconizzati da Nietzsche e sognati da Gabriele D’Annunzio. Eccoli a voi, nel mondiale più esaltante degli ultimi trent’anni, specie per il livello raggiunto da certi fuoriclasse. Come a dire che al meglio non c’è limite, a volte.

Claudio Santoro.

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“Le pagelle di RED F1 GP”
• Formula 1 • Qualifiche GP di Italia 2018


f1 gp italia 2018 pagelle qualifiche kimi raikkonen sebastian vettel ferrari| Qualifiche GP Italia 2018, Kimi Raikkonen, Sebastian Vettel, Ferrari - FOTO BY FERRARI.COM |
Pagelle qualifiche da Monza. È la zampata finale del vecchietto della griglia, di Kimi Raikkonen. Un giro stavolta di quelli perfetti, di quelli alla Hamilton, alla Vettel. Una Ferrari che aveva ancora qualcosina da dare sulla Mercedes del monumentale reggente di questo tempio della velocità. I punti si fanno alla domenica, come sempre. Alta tensione, inferno rosso.

Piloti

Romain Grosjean
Foto by nextgen-auto.com


8 | Romain Grosjean - #8 | 1:20.936



Zitto, zitto, il francese più scarso del momento cancella i suoi agguerriti rivali dalla qualifica del GP di Italia. Lui si, sfrutta la Haas motorizzata Ferrari mentre lo scomodo danese di nome Kevin si era arenato in un duello rusticano con Alonso alla chicane del rettifilo. Lui si, doma un Carlos Sainz agguerrito, ed imprevisto, un Esteban Ocon, forte in Brianza, rinato dal rietro dalle ferie. Romain artiglia questa Formula 1 con quello che rimane dalle sue scorticate unghie. Si piazza a chiudere le prime tre file dello schieramento di domani con un colpo di reni risolutore. Sorprendente.

Max Verstappen
Foto by pinterest


8 | Max Verstappen - #33 | 1:20.615



Il ragazzo terribile delle prime gare pare aver lasciato il campo ad un computer programmato per vincere il mondiale degli altri. Lucido, e poco ansioso di prestazione, rilassato dopo il rinnovo a Milton Keynes, dopo l'uscita di Daniel Ricciardo alla fine della stagione. La qualifica è costantemente un grande suo terreno di caccia, un momento del weekend dove si esalta, dove è capace di mettere sull'asfalto quasi sempre il decimino in tasca del suo talento. Pur sempre il solito bell'andare di un olandese volante, revisionato mentalmente, forse pronto per una guerra iridata. Non'appena... Saggio.

Valtteri Bottas
Foto by iltalehti.fi


6 | Valtteri Bottas - #77 | 1:19.656



Il Valtteri monzese al momento è sembrato l'ombra del miglior Bottas apprezzato nella prima parte di stagione. Anche in qualifica. Dietro, staccato dal capofila Mercedes, per una condizione similare alla ripresa delle ostilità vissuta nel 2017. Moscetto nel dopo vacanze, declassato a scudiero ufficiosamente dal suo capo Toto Wolff. Un attore di una farsa che va avanti da Sakhir 2017, quando avvenne la sua investitura di soldato da macello. Una condizione di sudditanza che alla lunga lo butta giù, gli fa scendere sotto le gomme ogni motivazione, ogni residuo di sogno iridato. Trasparente.

Lewis Hamilton
Foto by standard.co.uk


9 | Lewis Hamilton - #44 | 1:19.294



Ha condotto una qualifica da Re. Ha saputo inventarsi decimi in punti dove ne prendeva per tutte le libere. Ha confermato l'ennesima volta di essere capace di fare la sua differenza nel giro secco. Ha tenuto altissimo il suo onore di dominatore del sabato in terra brianzola. Ha dovuto soccombere a due campioni del mondo, onoratissimi sfidanti dei quali ha tessuto le lodi alle interviste. Un ghigno sotto quella riconoscenza verso il gran lavoro di chi l'ha battuto, ad aprire idee di chance di vittoria ugualmente. Un sovrano che non si arrenderà facilmente, al quale dovranno essere inferti colpi molto più potenti ancora. Elegante.

Sebastian Vettel
Foto by skysports.com


8 | Sebastian Vettel - #5 | 1:19.280



Vettel pare guardare troppo avanti, solo il retrotreno di quella W09 #44 che pareva volergli sfuggire a distanza dal muso. Troppo generoso alla chicane del rettifilo, misurato per tutto il resto del circuito, indigesto in parabolica con la sua SF71H, anche nel suo giro da pole position. Meglio del rivale, peggio del compare d'armi, un po' per tutto il weekend. Incerto in quel viatico per l'inserimento nella curva incriminata, ben lontano visivamente nella mossa dalla decisione di Hamilton, dalla dolce scorrevolezza di Raikkonen. Un giro non perfetto, si, caro Sebastian. Si. Precipitoso.

Kimi Raikkonen
Foto by sportmediaset.com


10 | Kimi Raikkonen - #7 | 1:19.119



Le aveva provate di ogni in questi quattordici appuntamenti d'annata per partire al palo domenicale. Ci riesce proprio a Monza, uno dei posti dove non era mai riuscito ad ottenere la vittoria. Lo fa nel momento migliore, sul palcoscenico più appassionato. Lo fa in maniera clamorosa. Proprio come recitava uno striscione che lo titolava quale il migliore, e così è stato. Quantomeno in questo sabato rosso, in barba ai due campioni che stanno infiammando il mondiale. In un momento in cui la Ferrari, del tutto inaspettatamente, gli deve aver chiesto una prova in più per la firma della riconferma 2019. Presente.


Team

Aston Martin Red Bull Racing
Foto by f1-fansite.com


6 | Red Bull



A Milton Keynes hanno sparato tutte le cartucce, sembrano avviarsi sempre più rapidamente verso lo sventolare della bandiera bianca. Indeboliti da un Ricciardo che patisce le pene dell'inferno sulla sua RB14, relegati anche in condizioni di bagnato a semplici comparse. Un progetto monoposto 2018 che pare esaurire ogni prospettiva di sviluppo prestazionale, troppo legata da un Newey testone al passo corto. Questione di passi, insomma, che garantiscono soltanto il mantenimento della supremazia nel mondiale degli altri, per una realtà tecnica che chiede inevitabili stravolgimenti di indirizzo. Lenta.

Mercedes AMG Petronas F1 Team
Foto by @MercedesAMGF1


9 | Mercedes



La W09 è oramai etichettata di non essere più all'altezza della rivale dal vestito rosso. Ci sarebbe effettivamente da crederlo, non soltanto dal rientro estivo, eppure viene messa degnamente in lotta anche nel sabato di Monza. Piuttosto, una Mercedes giunta meno preparata, sicura sullo step 3 della sua power unit, per un approccio cauto in Belgio che ha dato il là a più brio in potenza sui rettilinei immersi nel parco nord di Milano. Una scuderia che non accenna a lasciare il passo, che ha sempre le idee chiarissime per guastare la festa agli usurpatori di Maranello. Poderosa.

Scuderia Ferrari
Foto by ferrari.com


10 | Ferrari



Quota parte di figurone dinanzi il pubblico di casa la Ferrari è stata capace di portarla all'ovile. Una bella doppietta da sabato, che conta quanto una nuvola nera che di acqua stenta a lasciar cadere. Una prestazione fantastica per lo spettacolo, per gli attori del teatro tribune più coreografico del calendario. Una troppo teorica ipoteca ad una gara tutta da correre, su di una pista tutto fuorché banale, alla mercé di una pressione immane. Il pubblico di casa da spesso una ulteriore iniezione di fiducia, oltre a determinare indirettamente, talvolta una clamorosa, grossa figuraccia. Attenta.

Gianluca Langella.

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“Non toccateli più, chiaro?”
• Formula 1 • Seb e Kimi, che armonia


f1 gp gran bretagna 2018 monday debriefing vettel raikkonen ferrari| F1 GP Gran Bretagna 2018, Sebastian Vettel, Kimi Raikkonen, Ferrari - FOTO BY FERRARI.COM |
Una gara tutta d'attacco quella Ferrari e dei suoi piloti nella storica Silverstone. Due ragazzi dal cuore d'oro, fermamente rosso, da tempo quantomeno. Due piloti in grande giornata nel GP di Gran Bretagna, nonostante qualche acciacco al collo per l'uno, una comunque gagliarda power unit solo step 1 per l'altro. Una bellissima coppia, piena di armonia. Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen.


Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen sono due piloti tosti in pista, amici e sorridenti fuori. Sono la coppia Ferrari da ormai 4 stagioni: mai nessun accenno di polemiche, sussulti, discussioni varie.

Quando ci si chiede perché mai a Maranello rinnovino il contratto al finlandese beh, le motivazioni ve le abbiamo praticamente elencate sopra. I due sono ormai uno funzionali all'altro e questa armonia nei box permette a tutti di lavorare al meglio.

Eppure, sono stati tra i più criticati in questa prima metà di campionato. "Sbaglia troppo", si diceva di Sebastian; "è ormai bollito e non ha più nulla da dire", era l'opinione su Kimi.

I due stanno smentendo i detrattori, e alla grande. Anzi, stanno zittendo i giudizi affrettati degli haters del web.

Seb ha vinto in Gran Bretagna con una prestazione super, proprio a Silverstone nella tana del nemico. Ha riscattato al meglio l'errore del Paul Ricard, ha ripreso la testa della classifica e sta incanalando il mondiale nella direzione più naturale che potesse avere visti i valori in campo.

Kimi non è nuovo ad alti e bassi, ma che gare che sta facendo. A Zeltweg e sull'asfalto inglese la vittoria era alla sua portata senza le sbavature in avvio di GP, con annessa penalità di 10 secondi beccata ieri. È ormai vicino ai 40 ma la sensazione è che sia, così come il tedesco, in una delle fasi migliori della sua carriera. La SF71H aiuta tanto e loro riescono ad esprimersi al top.
Ecco, forse tocca cospargersi il capo di cenere. Troppe critiche per due campioni, due signori sempre (o quasi) composti a differenza del rivale Lewis Hamilton che quando sbrocca va fuori peggio di un calciatore al quale viene negato un rigore.

Sono, matematicamente entrambi i rossi, ancora in lotta per il titolo, e questa sorta di accerchiamento non rende sereno Lewis. A guardare i salti mortali per una pole stratosferica, la partenza a gambero alla domenica.

Non tocchiamo Seb e Kimi: teniamoceli stretti, facciamoli correre, non critichiamoli al primo errore. È troppo facile sentenziare stando seduti dal divano.

Christian Caramia.

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“Un campione di velocità”
• Formula 1 • Il significato di una pole a Monaco


f1 gp monaco ferrari kimi raikkonen| GP Monaco 2017, Kimi Raikkonen, Ferrari - FOTO BY PINTEREST |
La settimana di Monaco, del GP più glamour di tutto il calendario di F1. La pista dove i veri campioni fanno la differenza, esaltati dal cercare velocità in curve lentissime, anguste, impossibili da interpretare. Il cittadino dei cittadini, dove Kimi Raikkonen affermò la sua grandezza con quella strepitosa pole 2017. In barba all'accreditatissimo compagno di box, Sebastian Vettel.


C'è un filo sottile che collega i grandi della Formula 1, sottile come lo spazio che passa tra una ruota e uno dei muretti di Montecarlo. Partire in prima fila tra i muri del Principato è un privilegio che spetta a pochi, una soddisfazione che alla domenica rischia di svenire ma che resta nel tuo palmares per sempre.

Se vinci un GP sei un grande, se vinci un mondiale sei un fenomeno, ma se fai la pole a Monaco devi avere qualcosa di speciale nel piede destro. Come quel filo sottile che Ayrton Senna iniziò a tessere nel 1988 stabilendo una pole ultraterrena, un giro mistico che ancora oggi stupisce e fa emozionare gli appassionati come poche altre pagine di questo sport.

Michael Schumacher, GP Monaco 2012
Foto by pinterest

Il che, lo ricollega, 14 anni dopo, al ragazzo terribile di Kerpen che ne prese il testimone dopo la tragedia di Imola. Nel 2012 abbiamo infatti assistito all'ultima perla di un certo Michael Schumacher, in pole alla veneranda età di 43 anni (sebbene poi retrocesso di 5 posizioni dopo il botto a Barcellona con Bruno Senna, il nipote lontano per talento dallo zio) e capace di mettersi dietro fior fiore di giovanotti.

L'ultimo in ordine temporale a dipanarne la tessitura è stato un altro "vecchietto", un certo Kimi Raikkonen. Ci  sembra anche giusto tessere le lodi al gesto tecnico di un ormai 39enne che tutti danno per pensionato, ma che in quanto a velocità pura rimane secondo a pochi.

1:12.178 il tempo che 12 mesi fa permise al finlandese di partire davanti a Vettel con meno di un decimo di vantaggio, superiorità poi svanita nel corso della gara vinta dal compagno tedesco, sintomo di un ritmo gara non al livello degli anni migliori ma anche di una attitudine ad andar fortissimo non ancora svanita.

Il 2018 potrebbe essere il suo ultimo anno in F1, dopo una carriera fatta di promesse, successi, fallimenti e rendimenti altalenanti che lo hanno reso ostile a molti. Forse, in gara Kimi non è più quello di prima, ma sul giro singolo ha ancora tanta birra; e quando arrivi ai tanti temuti "anta" magari non sarai lucido come un tempo, non sarai al livello dei ragazzini, ma i colpi da campione ti restano ancora.

E se poi ti vengono a Montecarlo, valgono ancora di più. Perché se non sei un campione quei muretti non li accarezzi nemmeno, troppo sottile il confine tra la gioia e il fallimento, tra l'ansia e la disperazione.

Christian Caramia.

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“Quando la Ferrari sapeva coccolare i suoi piloti”
• Formula 1 • La coesione deve essere (ancora) l'arma in più


f1 sebastian vettel kimi raikkonen ferrari| Sebastian Vettel, Kimi Raikkonen - FOTO BY MTV.FI |
Basta avere una grande macchina per vincere? La storia della Formula 1 ci insegna che un team è riuscito a dominare per anni non solo grazie a una vettura competitiva ma anche (e soprattutto) alla forza della coesione. L’unione fa la forza e per Maranello ora la cosa più importante è non perdere quella coesione tra Kimi e Sebastian che potrebbe rivelarsi un’arma in più…se salvaguardata.


Ultimo giro del Gran Premio d’Austria. Michael Schumacher è alle spalle del suo scudiero Rubens Barrichello. In classifica generale il Kaiser ha un ampio margine di vantaggio sul primo degli inseguitori. Eppure, dal muretto parte l’ordine: Rubinho deve far passare Schumi. Il rallentamento di Rubens è plateale e in molti non gradiscono la vittoria a tavolino. Ma sul podio, "Sua Maestà" sorprende tutti: cede il gradino più alto (e il trofeo) al suo compagno di squadra. La vittoria è di Rubens, se l'è meritata, questo è il messaggio che vuole dare Michael. Il gesto originale costa una multa salata alla Ferrari ma va a riparare (in parte) quello che resta l’unico vero “guasto” nella gestione dei piloti all’interno di un team incredibile: la Ferrari di Ross Brawn e di Jean Todt, progettata da Rory Byrne e portata a ripetuti successi mondiali del nativo di Kerpen.
Su una storia del genere non si può discutere, mentre non tutti paiono soddisfatti dell'attuale gestione interna a Maranello. Le strategie apparentemente discutibili (o che il più delle volte sembrano sacrificare un “anziano” ma redivivo Kimi per far spazio al più feroce Vettel) e le disattenzioni troppo frequenti avrebbero già minato la serenità fra i piloti...se non fosse per l’amicizia tra il 7 ed il 5 dello schieramento, nata ben prima della loro convivenza sotto le stimmate del cavallino, quando i due campioni si allenavano insieme in Svizzera.

Se guardiamo la storia della Ferrari, almeno a partire dagli anni Ottanta, di episodi controversi ne incontriamo svariati. Senza scomodare la memoria di Gilles Villeneuve (il caso di Imola 1982 meriterebbe un articolo a parte) basta pensare al 1990: una delle coppie più forti della storia, quella composta da "Il Professore" e dal "Leone di Inghilterra", valorizzata quanto un cambio di carte a poker quando si ha una scala reale. Nigel Mansell inizia alla grande il mondiale, poi qualcosa smette di funzionare. Alain Prost diventa implicitamente la prima guida. Ma il titolo non arriva (causa regolamento di conti tra Prost e Senna). Mansell se ne va dalla Ferrari e subito sfiora il titolo con la Williams per poi conquistarlo l’anno seguente.

Oltre al caso coppia in rosso del 1990 (forse il più velato ma anche quello psicologicamente più potente) potremmo citare il più recente caso di Felipe Massa, disintegrato mentalmente per essere stato privato di una vittoria in più a favore di Alonso in Germania nel 2010. La frase “Fernando is faster than you!” forse risuona ancora nelle orecchie del brasiliano.

Tutti i team storici, in particolare i più vincenti, hanno dovuto fare i conti con una gestione spesso complicata dei piloti. La scelta di una prima guida è probabilmente indispensabile per arrivare a vincere un titolo. Il team viene prima di tutto e tutti. Ne sa qualcosa Mark Webber, agnello sacrificale di un mondiale (quello del 2010) che forse meritava più di chiunque altro, bersaglio abbandonato in pista per distrarre il muretto ferrarista e portare Vettel al suo primo successo iridato.
Nessuno chiede alla Ferrari una miope strategia anarchica. Vettel sa di essere più in forma di Raikkonen così come Schumacher sapeva di trovarsi tre spanne sopra a Barrichello. Eppure, ai tempi della gestione Todt-Brawn, non sono mai mancati certi apprezzamenti al primo paulista rosso.

Parole di lode come quelle di Montezemolo che ha più volte dichiarato di avere i due piloti più forti del mondo (affermazione tecnicamente discutibile ma che spiega bene l’abilità di quella Ferrari nel coccolare i suoi piloti). Nella combattutissima stagione del 2003, Barrichello si è potuto permettere, intervistato dopo aver vinto il Gran Premio di Gran Bretagna, di lanciare la sfida mondiale a McLaren, Williams e persino a Schumacher.

È evidente che qualcosa è cambiato. Forse la gestione emotiva dei piloti (più importante di qualunque gerarchia) non è mai stato il punto di forza di Maranello. Forse l’era della triade magica Schumacher-Todt-Brawn resta un mito inarrivabile ed è inutile fare paragoni.

Ma quando hai due campioni del mondo (nonché grandi amici da quasi un decennio) alla guida di una macchina formidabile come si è dimostrata la rossa in queste prime gare della stagione, non puoi sottovalutare l’elemento della coesione.

Quel forte spirito di aggregazione che ha portato la Ferrari a dominare la scena per anni.

Claudio Santoro.

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“La perla di ghiaccio”
• Formula 1 • Belgio 2009: La IV Sinfonia di Iceman


Il Gran Premio del Belgio 2009 diede respiro alla Ferrari durante una annata infernale. Fisichella, partente dalla pole su Force India, dovette accontentarsi del ruolo di vincitore morale della gara. Kimi Raikkonen vinse su Ferrari F60.


Un epilogo a sorpresa, soprattutto per i due partenti in prima fila. Due italiani, nell'ordine, Giancarlo Fisichella e Jarno Trulli. Un evento storico, senza alcun dubbio. Per metà invalidato da una variabile imprevista il giorno seguente. Volendo, un beffardo scherzo del destino, incarnato da una Ferrari impazzita.

Trulli e la sua Toyota scomparvero appena dopo la safety-car del primo giro, impelagati in una strategia infelice, affondati da problemi vari ed eventuali. Una gara solida, quella del buon Fisico, onorevole dopo la strabiliante pole del sabato. L'eventuale vittoria domenicale si rivelò un sogno troppo bello per avverarsi, più di tutto, una sincera soddisfazione, appena fuori dalla vettura, per i convenevoli del podio. Una prestazione che convinse i vertici di Maranello a rimpiazzare il sostituto di Massa, Luca Badoer, il collaudatore per eccellenza dell'era Schumacher.

Un pilota espertissimo, da anni lontano dai GP, in enorme difficoltà su di una vettura difficile come la F60. Per Giancarlo, l'opportunità bramata da bambino, il sogno di tutti i piloti italiani, guidare per la Leggenda della Formula 1. La connazionale Ferrari. Un fine di carriera relativamente felice, troppo problematica quella F60, anche per uno come lui.

Solo nella bellissima foresta delle Ardenne, visibile in monoposto, in lungo ed in largo, la Rossa 2009 si rivelò competitiva. Il pilota romano dovette inchinarsi ad un diavolo biondo, occhi azzurri, che al cospetto degli innumerevoli, altissimi, conturbanti abeti, dal 2004 al 2009, fu quasi invincibile. Solo l'insolenza di Hamilton riuscì ad esorcizzarlo, coadiuvato dall'asfalto divenuto, negli ultimi giri, umidiccio e viscido per una pioggerella burlona. Era il 2008, quando Raikkonen si schiantò a Blanchimont, perdendo una gara vinta.
L'anno seguente, la perla di ghiaccio. La IV Sinfonia di Iceman a SPA-Francorchamps. Fisichella fu smaterializzato da Kimi dall'imbocco dell'Eau-Rouge, una Raidillon appena, appena, parzializzata, con conseguente uscita a fionda, scarto a sinistra, fine dei giochi. Una gara, fondamentalmente, risoltasi al quarto giro.
Di lì in poi, una passeggiata con la Force India, pur sempre alle calcagna, a debita distanza. Un'ombra italo-indiana che lo seguì finanche ai box per le due soste in programma, a mo' di scorta fino alla bandiera a scacchi.

Iceman avrebbe lasciato la Rossa a favore del Campione Asturiano Alonso, finito per due anni in purgatorio in Renault dopo l'annata McLaren - Spy-Story. Fu l'ultima vittoria col Cavallino Rampante del nativo di Espoo, verosimilmente frutto di una rabbiosa condotta, feroce e letale, derivata dal mancato rinnovo. Una manovra che, senza Todt alle redini della Scuderia, finalmente s'aveva da fare. Kimi lasciò anche la F1, per due anni, giocò nei Rally. Nell'attesa che la Lotus, ex Renault, lo chiamasse nel 2012 per sopperire al vuoto lasciato in squadra da Kubica dopo quel maledetto Rally di Andora 2011.

Un inspiegabile incrocio di destini, di volanti, che ci riconsegna un redivivo Raikkonen, a quasi 40 anni, ritornare nella sua amata foresta belga con una monoposto Rossa, la SF70H. Un mezzo potenzialmente da vittoria, che potrebbe dargli l'agio di dimostrare, ancora una volta, la quinta, il perché de "The King of SPA". A suo tempo, una lapalissiana investitura per quel, quasi, lustro imperiale sulle Ardenne. 
Senza dimenticare, giammai, che il detentore del record assoluto di vittorie nell'università della F1 rimane il famoso nativo di Kerpen, una località tedesca distante, poco più, di un centinaio di chilometri dal tracciato Belga. 

Il trascendentale Michael Schumacher.

Gianluca Langella.
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