ORARI TV
SKYSPORTF1HD
Giovedi 20 Maggio

Libere 1 Ore 11:30 - Libere 2 Ore 15:00
Sabato 22 Maggio
Libere 3 Ore 12:00 - Qualifiche Ore 15:00
Domenica 23 Maggio
Gara Ore 15:00

DATI CIRCUITO
umero di giri 78
Lunghezza circuito 3.337 km
Distanza di gara 260.286 km
Giro record 1:14.260
Max Verstappen (2018)
ALBO D'ORO PILOTI
VITTORIE
Schumacher, Hamilton 6
Prost, Mansell, Hakkinen 3
Senna, Räikkönen, Alonso 2
Vettel, Verstappen 1
Button, Rosberg 1

POLE POSITION
Schumacher 7
Hamilton 6
Senna 4
Häkkinen, Räikkönen, Rosberg 2
Mansell, Prost, Alonso 1
ALBO D'ORO COSTRUTTORI
VITTORIE
Ferrari 12
McLaren 8
Williams, Mercedes 7
Lotus 6
Red Bull 3
Renault 1

POLE POSITION
Ferrari 13
Mercedes 9
McLaren 8
Williams 6
Lotus 5
Red Bull 2
Renault 1
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“Non è un paese per Vettel”
• Formula 1 • GP di Turchia: Dai misteri Ferrari alla speranza Aston Martin


turchia 2020 f1 vettel ferrari istanbul redf1gp| F1 Turchia 2020, Sebastian Vettel - FOTO BY essentiallysports.com/ |
Istanbul. Un circuito rimasto nel cuore degli appassionati, nonostante faccia parte dei tracciati moderni, tendenzialmente odiati. Pioggia, asfalto scivoloso ai limiti di una commedia slapstick. Un “caso Stroll” e un Hamilton sette volte iridato. La Ferrari si è presentata alla domenica turca con un Vettel capace di mettere in scena una prestazione profonda che segna il suo passaggio emotivo verso il futuro in Aston Martin.

Pronti. Partenza. Via. Al volante di una rossa non all’altezza di quelli che erano i piani Ferrari, una macchina lontanissima dalla grazia prestazionale della SF71H, Sebastian parte alla grande e inizia a costruire, in rimonta, con la rinomata pazienza che lo ha sempre caratterizzato in gara, una prestazione che entrerà nella storia, se non dei numeri che contano, almeno di quelli che tracciano emozioni. Sorpassi, ritmo da vincitore, tornata dopo tornata, con costanza e nessun errore.

Un bonus maligno: una sosta ritenuta da molti non necessaria, quantomeno non indispensabile. È chiaro che, senza quella sosta, cronometro alla mano avremmo potuto vedere un Vettel in lizza per la vittoria, pronto senz’ombra di dubbio a “rovinare” il festone di Lewis Hamilton. È un’ipotesi, che deve tener conto di due fattori legati fra loro: la “resistenza” delle intermedie Pirelli, e la capacità di Hamilton di trarre dalle stesse gomme prestazioni spettacolari. Montecarlo 2016 ci insegna, come opera maestra, quanto Lewis sia in grado di giocare con gomme consumatissime e non adatte alle condizioni dell’asfalto.
Vittoria sfumata per Vettel, dunque? No, è tutta teoria, ma siamo comunque di fronte a un segnale, questo tutt’altro che teorico. Un messaggio in mondovisione nella domenica in cui Binotto è assente, mancante in ogni senso, fisico e psicologico, tanto da permettere a Sebastian di riesumarsi, nelle sue solite vesti di mattatore – al pari comunque di un grande Leclerc – per ottenere un podio a rotta di collo, all’ultimo giro, praticamente all’ultima curva. Coincidenza? Binotto non sarà certo il responsabile di un generale disagio di Vettel sulla “Ferrarina” 2020 ma resta – e la gara turca lo dimostra – un elemento di disagio psichico per il pilota tedesco. E forse non solo per lui.

Lo show perfetto di Vettel si conclude in pit-lane, al termine della gara, quando il numero 5 della Ferrari va a complimentarsi con il sette volte iridato Lewis, in un’immagine di superba bellezza, di rara rappresentazione di verum homini. Una riconciliazione speciale che lascia aperta la porta a una duplice interpretazione: quella di un presagio di addio, vuoi per i ritardi contrattuali di Lewis, vuoi per un eventuale prossimo ritiro di Sebastian, qualora Aston Martin dovesse rivelarsi un calesse, ma anche una possibilità più sublime, irriverente e intrigante di un Seb pronto a una nuova sfida proprio contro Lewis.

Per ora, il tedesco è a quota quattro, contro i sette titoli di Hamilton. Un distacco non indifferente, anche considerando il probabile valore della Mercedes 2021 che sarà probabilmente, ancora una volta, la vettura dominante. Tuttavia, se vogliamo lasciarci andare a qualche spunto narrativo differente, non è da escludere che il team di Stroll possa realmente restare lì davanti, a distanza di sicurezza dalla Mercedes, ma in lizza con la Red Bull per un eventuale secondo posto tra i costruttori. Questa ipotesi ci riporta, attraverso un’allettante sospensione onirica del tempo e dello spazio, a quel 2015 di Maranello, con un Vettel pronto a ripartire dopo una conclusione non brillante in Red Bull, su una vettura non ancora capace di ostacolare il dominio di Stoccarda, ma adatta a vincere un tris di gare.
A queste considerazioni va aggiunto un dato anagrafico: Vettel è (di poco) più giovane di Lewis, è non da escludere che possa continuare la sua carriera nella massima categoria motoristica per due o tre anni dopo il ritiro dell’inglese. Sembra una sfida a distanza – oltre quella tête-à-tête velatamente annunciata – in cui Vettel potrebbe realmente tentare, su una Aston Martin ancora da scoprire, ma senza dubbio promettente, per i termini economici e i marchi coinvolti, di raggiungere quel vertice dell’albo d’oro che Hamilton ha appena conquistato.

Resta, per l’appunto, la sola incognita Aston Martin. Un “mistero” non di poco conto, certo, che non regge però il confronto enigmistico con il grande cruciverba di Maranello: perché Seb è sembrato, più che un campione, un’evanescenza, uno spirito errante poco competitivo durante tutta la stagione? Perché si è “risvegliato” nella gara più complessa dell’anno e perché, “stranamente”, proprio nel week-end dell’assenza (anch’essa un pelino misteriosa, nonostante le motivazioni ufficiali fornite dalla Ferrari) del team principal?

Una cosa è certa: il 2020 ha confermato che Maranello non è un paese per vecchi, tantomeno per Vettel. Nonostante l’amore, in parte contraccambiato, ma spesso (specialmente negli ultimi anni) a senso unico, Sebastian è rimasto solo, in un luogo che non ha mai nascosto di prediligere i giovani, i “nuovi”, e di saper cestinare i “vecchi” con una facilità ai limiti del disumano. Un’applicazione di un modello anglosassone in salsa italiana: una miscela per nulla invitante, rispetto a quella di un team in crescita che, dall’anno prossimo, sfoggerà uno dei più bei marchi motoristici: Aston Martin.

Claudio Santoro.

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“Priorità antropica”
• Formula 1 • Quel legame necessario tra Vettel e Schumi


sebastian vettel ferrari piloti 2020 redf1gp| F1, Sebastian Vettel, Ferrari - FOTO BY @SebVettelNews |
Alla fine è andata. Qualcuno se l’aspettava, tanti hanno gufato, al pari di quelli che, al contrario, credevano nell’amore indissolubile, doloroso ma “necessario”, tra Sebastian Vettel e la Ferrari. Un cordoglio, quello seguito all’addio tra il quattro volte iridato tedesco e Maranello, che ci porta a riflettere sugli amori effimeri della F1.



I
n principio fu il Kaiser e il Kaiser era presso la Benetton. All’epoca il tedesco non era ancora stato investito di tale titolo imperiale, vi erano tutte le premesse per una nuova epopea rossa. Eppure, tra Schumi e la Ferrari non esplose quell’istantaneo colpo di fulmine che a tanti piace raccontare oggi. Vi fu una immediata stima reciproca, questo sì, una consapevolezza marcata dei valori in gioco: da un lato quelli del pilota, giovane e ambizioso bicampione del mondo, dall’altro quello di una squadra prestigiosa per tradizione e capacità di rinnovarsi.

Da lì l’inizio di tutto, a cominciare dalla pista, in un 1996 caratterizzato da risultati persino al di sopra delle aspettative e delle possibilità puramente tecniche e fisiche. L’amore, quello che fa riscaldare i cuori, quello buono per un racconto a tinte rosa, sarebbe arrivato più tardi, dopo il primo sudatissimo titolo all’alba del terzo millennio. Stima, dunque, e tanta fatica, furono le basi di quello che oggi viene presentato come un idillio ma che fu, prima di ogni altra cosa, un serissimo e faticoso connubio professionale.
Ed è così che deve necessariamente essere. Nulla di strano, nulla di nuovo. Altri legami, ugualmente degni e affascinanti – si pensi al rapporto umano e tecnico che ha visto protagonisti Senna e la McLaren – si sono alimentati dello stesso furore sportivo, della stessa “necessità” tecnica e agonista. L’affetto e le simpatie sono fasi successive, per certi versi accidentali, laddove la produttività di un rapporto conta più delle sue implicazioni romantiche. Così Ayrton lasciò la McLaren con le lacrime agli occhi, ma pronto ad aggredire la pista su quella che sarebbe dovuta essere una imbattibile Williams.

È stato così per Lauda e Prost, gli “antipatici” della F1, gli antisentimentali, i presunti calcolatori. Forse sarebbe stato così anche per Schumacher se non fosse capitato quell’evento capace di scuoterlo dentro e di portarlo di fronte a una sfida superiore, dotata d’un fascino più forte, di un dramma personale, in definitiva di una “responsabilità” ben maggiore di quella che dovrebbe scatenare una sfida per il titolo: il conflitto interiore, l’abbandono ai propri bisogni umani, quasi primari, affettivi.

Per Michael fu l’urgenza intima di affrontare il fantasma di Ayrton sull’unico territorio in cui avrebbe potuto sconfiggerlo: quello dell’ipotesi, dell’anfiteatro onirico, una dimensione parallela percorsa al volante di una Ferrari e di un sogno che il brasiliano non ebbe il tempo di realizzare. Ecco che la sfida tecnica si tramuta in qualcos’altro e solo in questa nuova dimensione incontra il suo senso, la sua Weltanschauung, il movente che va oltre la regolare concezione di amici e nemici, che tramuta gli indirizzi e le scelte, che sposta il baricentro dell’esistenza verso un azzardo, un paradosso o, che dir si voglia, una follia.
Al di fuori di questa guerra personalissima – e per certi versi antisportiva, senza dubbio fortemente egocentrica – nella F1 non vi è mai stato troppo spazio per l’amore tra i piloti e le scuderie. Vi sono solo rarissimi casi, come quello tra Gilles Villeneuve e la Ferrari, vicende che spesso sono state toccate dal dolore, dal male delle incomprensioni, sintomi questi d’un amore teoricamente impossibile e dove qualcuno deve per forza rimetterci qualcosa. Lo stesso amore, forse, che ha toccato Sebastian, in principio appagato da quattro mondiali giunti troppo presto.

Quale sfida accogliere per non mollare? Quale desiderio proibito inseguire per non dover rinunciare, giovanissimo, a quell’innato bisogno di superare i propri limiti, di rintracciare un fenomeno superiore? La strada, in un certo senso, era già stata disegnata per lui da un altro tedesco. Bisognava solo avere il coraggio di intraprenderla. E nei suoi anni in rosso, Sebastian è comunque riuscito, pur senza raggiungere l’iride, a creare una sua romanza, un nuovo pezzo di storia che segna la vita di questo sport.

La nuova strada sembra un cerchio che si chiude, a bordo di una macchina motorizzata Mercedes, marchio imprescindibile nella vita di Schumacher. Eppure, Aston Martin significa, sopra ogni cosa, una conclusione individuale di Sebastian Vettel, l’uomo dei record precoci, di una giovinezza volata via e di un talento naturale che ha bisogno più che mai di riesplodere nella piena maturità di un uomo profondo.

Claudio Santoro.

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“Arto fantasma”
• Formula 1 • GP di Russia: L’assenza Ferrari non è un dettaglio


russia 2020 f1 ferrari sochi redf1gp| F1 GP Russia 2020, Ferrari - FOTO BY @ScuderiaFerrari |
Sochi. Quaranta gradi e un cielo sereno mentre nella terra della Ferrari imperversa il maltempo, così come nei cuori di tifosi prossimi alla rassegnazione, legati a una sedia di fronte alla televisione e obbligati ad assistere a un’altra prova dell’infingarda squadra di Maranello. Neppure un podio visto da lontano, nessuna consolazione per la “semprerossa” della Formula 1, rimasta incastrata in mezzo al tunnel dei partecipanti senza neppure la consolazione di essere una delle outsider di Russia.

In una stagione calibrata su Hamilton, la Mercedes e un Verstappen acerrimo sfidante del dominio anglo-tedesco, la storia della Ferrari ha assorbito prima le tinte di una tragedia shakespeariana, sfociata nel suo atto finale ambientato nell’intimo circuito del Mugello; poi, con un colpo di coda che poco ha della sferzata e molto di una prima, timidissima reazione, si è tramutata in una favola dai toni dolci, effimeri, ancora fortemente simbolici. Charles Leclerc ha tagliato il traguardo sessantadue secondi più tardi del vincitore Valtteri Bottas. Sebastian Vettel è finito doppiato. Eppure il sesto posto del monegasco sembra quasi un risultato “positivo”.

Una condizione di totale insufficienza ma che, in una modalità che potremmo definire pericolosa, sembra avere la pretesa di soddisfare i tifosi di una squadra che vanta una storia meravigliosa e complessa, difficile e per questo affascinante, fatta di domini ma anche e soprattutto di rimonte (2007), lente ma fruttuose ricostituzioni (1996-2000) e ripartenze dai tratti poetici (2015). L’oggi non ha nulla a che vedere con quanto abbiamo visto in passato. La Ferrari è una timida cenerentola che, in termini squisitamente tecnici e sportivi, è stata surclassata persino dalla Renault, la futura Alpine di Alonso, forte di un modello strutturale evidentemente più forte.
È il prezzo da pagare per le aspettative. Ogni anno rischia di essere quello buono. Quasi mai lo diventa. Il dramma mediatico è divampato e continua a infuocare una Ferrari che, oggi, altro non è che un fragile accumulo di piume, piena di risorse, ma troppo debole per rinascere come una fenice. La responsabilità di chiamarsi Ferrari è costata cara a quella che era una buona gestione, la tanto criticata Maranello “made by Arrivabene”.

Abbiamo visto andar via – cacciato o abbandonato, in ogni caso disilluso – un tetracampione come Sebastian Vettel, protagonista di quel ciclo composto da diversi tratti salienti, anni carichi di emotività e di competitività tecnica: di agonismo Ferrari, uno dei tratti essenziali della massima categoria del motorsport. Errori a parte – “peccati” che sarebbe ora di perdonare – Sebastian ha mostrato pazienza, anche in virtù di quell’appagamento figlio dei titoli in Red Bull. Si può chiedere lo stesso a un Charles Leclerc già instabile, irritato, per non dire incazzato?

Si può pretendere un’altra dose di pazienza – l’ennesima – a una comunità come quella dei tifosi ferraristi, caldi e amorevoli anche in epoche oscure, ma umani e necessariamente sanguigni? La Formula 1 stessa ha bisogno della Ferrari. Cinicamente parlando, l’assenza del Cavallino Rampante non è un dettaglio: pesa come un macigno e non per questioni politiche o di immagine. Pesa l’assenza di competitività di quella che è l’unica squadra ad aver sfidato i dominatori in ogni generazione.
Fu così nel cruento 1990, con la sfida tra Prost e Senna. Accadde ancora nel 1997, ultimo anno di trionfi del binomio Williams-Renault. Poi la McLaren di Mika, la Renault di Fernando e la Red Bull di Sebastian. La Ferrari è stata la costante, il rivale indispensabile, la sfidante necessaria per insaporire le gare, la caccia al mondiale, lo scontro anche duro tra i piloti. In un’epoca di pur meritato dominio tedesco, si avverte la mancanza di quei duelli – in pista, ai microfoni, sui social – tra Hamilton e Vettel, componenti umani diversissimi.

Le scorribande tra fazioni che, pure nelle polemiche, elevano sempre il valore dello sport, ne demarcano i confini, a volte li travalicano. Ecco perché viene da sorridere al pensiero di una Ferrari cenerentola e di quell’azione dura e traumatica di Leclerc su Stroll ignorata dai commissari, gli stessi che hanno mostrato puntiglio nel punire con precisione chirurgica i pastrocchi di Lewis fuori dalla pit-lane. Ma il punto non sono tanto i suddetti episodi, diversissimi tra loro, quanto la sensazionale illusione di aver ricevuto, più che un meritato giudizio positivo, una carezza buonista sulla testa, manifesto simbolico di una Ferrari vista come una belva ormai incapace di mordere.

Un’incapacità dolorosa, una “mancanza” che si avverte, come quella di un arto fantasma col suo dolore invisibile, teoricamente inesistente. Eppure c’è. Storia, prestigio, ambizioni politiche, economiche e sportive non contano più. Ciò di cui davvero è pregno il desiderio comune, anche quello nascosto, è la visione di una vettura rossa capace di aggredire un poleman alla prima curva. O, perché no, di siglare una prima fila come nella fu Monza ’18. È grazie a un nemico, scriveva Amélie Nothomb, che questo sinistro accidente che è la vita si trasforma in un’epopea.

Claudio Santoro.

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“Bandiera nera”
• Formula 1 • GP di Toscana: Suonata del disonore Ferrari


toscana 2020 f1 ferrari mugello redf1gp| F1 GP Toscana 2020, Ferrari - FOTO BY @ScuderiaFerrari |
Mugello. Spes ultima dea: una speranza che non demorde e che fa sognare – nonostante un preambolo 2020 spaventoso – una rivalsa Ferrari al Gran Premio di Toscana. Ma la storia segue il suo corso è anche la speranza muore, abbandonando i tifosi a una rappresentazione della caduta di un regno, con buona pace del nostalgico rosso in tinta medievale proposto per il dramma in tre atti del Mugello.

Quando si va a una festa con l’abito sbagliato, con l’umore a pezzi e la sensazione di poter dare soltanto il peggio di sé, il risultato non può che essere disastroso. O sei un pazzo, o qualcuno ti vedrà come tale. È in queste vesti di folle incoscienza che il team del Cavallino, personificato da Binotto & Co., è arrivato al festa toscana per i 1000 GP della Ferrari. Un allestimento della cronaca di un disastro annunciato, con la disinvoltura di chi non ha più nulla da perdere, neppure l’onore.

In Bandiera bianca del 1981, Battiato cantava la difficoltà di restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore. Tra incidenti e ripartenze, ancora incidenti e due standing start per far contenti i fan di Liberty Media, il GP di Toscana ha ricordato alla Ferrari il malessere della propria condizione: quel drammatico disonore di cui solo un team con una storia tanto prestigiosa può sentire appieno il sapore: un amaro mai scontato, mai previsto fino in fondo, mai odiato abbastanza dai tifosi. Mentre gli altri intorno si superano, si prendono a ruotate; semplicemente, “gareggiano”.
In questa epoca di pazzi ai vertici del Cavallino, i piloti tentano di arginare il disastro con le loro doti velocistiche (e di pazienza) che a poco servono, non riuscendo a sbrogliare la matassa d’un filo che pare oramai incollato, incrostato di pessimismo e di rassegnazione. Due assi micidiali, obbligati a fingere che nulla sia vero, a falsificare la triste realtà: credendo nell’esistenza, ancora, di un ipotetico “sogno Ferrari”, nel caso di Vettel; che non ci siano anni duri davanti, per un Leclerc divenuto bandiera triste di una Ferrari grottesca.

Lo scenario della caduta del Cavallino è proprio quel Mugello in cui si possono ancora respirare, tra i sensi invaghiti dei ricordi, i tubi di scarico di monoposto vincenti, tra cui quelle F2002 e F2004 riconsegnate alle piste da Mick Schumacher; mostri di antica stirpe ma di forma futurista, divinità tecnologiche d’inizio millennio testate, potenziate e perfezionate tra le campagne toscane dal Kaiser, da Barrichello e da Badoer in quegli anni tramontati. Un’altra epoca, di cui sopravvive, mai a fatica ma a una distanza incolmabile, un ricordo dolcissimo di forza e coesione.

È in questo tempio dei ricordi, in questa seconda casa per la Ferrari, che si concretizza l’ultimo tassello di un inesorabile dominio tedesco, odioso per molti, inarrestabile per chiunque. Un’umiliazione che pesa, o che dovrebbe pesare, più di una qualsiasi delle tante disillusioni iridate degli ultimi dieci anni. Dal 2010 la Ferrari ha subito un poker di sconfitte cocenti, figlie però di lotte al vertice. Nel 2020 è stata letteralmente abbattuta da una concorrenza a volte spietata, a volte semplicemente più consapevole, più in forma, più meritevole.
Non incoraggiano le dichiarazioni. Non incoraggiano le facce di chi, questa squadra, ha il dovere di riportarla in alto, nelle posizioni che le competono, verso un’immagine dignitosa, rappresentativa di un simbolo immortale. Si saltella nel tempo: si vincerà nel 2021, si ripartirà nel 2022, ci rivediamo chissà quando. Forse. Nel dubbio, una parolina di conforto da questi clown tristi, schiacciati dal peso di un’epoca sportiva inconcludente dove i fallimenti pesano, addolorano, ma di cui nessuno si vuole prendere davvero la responsabilità.

Tutto il contrario di ciò che accade altrove, nel mezzo di posizioni in pista certamente più intriganti. Al di là dell’armata tedesca, inattaccabile, colpisce la costanza di una Red Bull dignitosamente in lista d’attesa, non di rado pronta al carpe diem domenicale, ancora seconda, ma con una certa classe. Piace la McLaren, simbolo di una crescita diluita nel tempo che è ancora possibile. Sorprende la Renault. Persino quella Sauber mimetizzata Alfa Romeo, portata al limite da quella vecchia volpe di Kimi, riesce a entusiasmare i tifosi ferraristi più della stessa Ferrari.

Tifosi rimasti orfani, abbandonati alla vista di un paesaggio toscano che si fa desolante, che diventa scenario dell’ultima caduta del Cavallino Rampante. Sul podio sventola bandiera nera, quella dell’armata tedesca di Toto Wolff. Ma se è vero che la Mercedes ha il merito tecnico dei suoi trionfi, è vero anche che la Ferrari, dal suo angolino popolato di volti divenuti apatici, ha l’illustrissima colpa di essere mancata all’appello proprio nei giorni di scuola che contavano. Una sconfitta che sembra una ritirata.

Claudio Santoro.

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“Rassegnazione statistica”
• Formula 1 • Gilles Villeneuve, l'imbattuto dai numeri


gilles villeneuve ferrari f1 redf1gp| F1, Gilles Villeneuve, Ferrari - FOTO BY Pinterest |
È ancora Gilles Villeneuve a simboleggiare la misura in F1 di uno status che vada al di là dei risultati, dei numeri. Un “pilota” da sei GP vinti, una miseria se si pensa ai record, ai 91 successi di Schumacher e a quelli sempre più numerosi di Hamilton. Titoli: zero. Ma come? Ma allora perché? Già, perché. Non ha più neanche il sapore della domanda. È più una parola bisbigliata sottovoce, una rassegnazione statistica, di fronte al talento e alla capacità, forse sovrannaturale, di colpire al cuore.



Di gare eccezionali, quel canadese volante ne ha corse tante, spesso con vetture ben al di sotto della concorrenza: i cosiddetti “paracarri”, macchine per nulla brillanti, destinate a restare a metà schieramento quando governate da buoni piloti, o anche da velocisti in grado di ben impressionare. Ma quella di Gilles non era solo una “buona impressione”. Si parlava, e si parla ancora, di febbre.

È qualcosa di irrazionale: il tifo, l’amore, la passione rossa, che va al di là della prestazione dell’uomo che guida una macchina e lotta con essa e attraverso essa. Parliamo di un uomo che è riuscito a tenere testa, in popolarità e magia, al carisma della Ferrari stessa. Perché lui, Gilles, a un certo punto della sua carriera, della sua vita, non era più solo un pilota Ferrari. Lui era la Ferrari.

Di Villeneuve ricordiamo ancora oggi le imprese che di umano hanno ben poco. Asciutto, bagnato, macchina a pezzi, in qualunque situazione.
La cosa che faceva già all’epoca un certo effetto disumano era la capacità a tratti incomprensibile di lottare fino al limite per un secondo posto. Perché il più delle volte, parliamoci chiaro, quella Ferrari guidata da Gilles non era neanche lontanamente una vettura da titolo. Eppure…

Già, eppure. Ancora una parola sospesa, come la carriera d’un pilota che, venuto dalla neve, dalle motoslitte, da un mondo così diverso da quello tecnologico della F1, si è imposto col talento, andando oltre le possibilità del razionale.
Di fronte a questa sua capacità di superare il limite, quasi avesse un superpotere sotto ai guanti, conta poco, forse nulla, il numero dei titoli che avrebbe potuto vincere se non ci avesse lasciato quel maledetto 8 maggio del 1982.

Nessun pilota è riuscito a lasciare un’eredità tanto potente in confronto al numero relativamente esiguo di successi. Nessuno a parte quel piccolo canadese dall’aria trasognata e un po’ tormentata.
E i numeri? E i titoli?
Già, i numeri.
Roba di poco conto, per chi ha potuto conoscere la Ferrari numero 27.
Cose dell’altro mondo, quelle messe in scena da quella stessa Ferrari. Cose mai viste prima. Cose mai viste dopo. Cose forse mai esistite, troppo belle per essere vere.

Claudio Santoro.

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“Coppia d'oro”
• Formula 1 • Bahrain 2010: Alonso e Massa, solo una suggestione


bahrain 2010 gp f1 alonso massa ferrari redf1gp| F1 GP Bahrain 2010, Fernando Alonso, Felipe Massa, Ferrari - Foto by giornalemotori.com |
Un top driver che, dopo due stagioni passate in una scuderia di centro schieramento, torna in un top team, per giunta in quello più storico e celebre al mondo, non può non fare notizia. Anche se al contempo il pilota più vincente di tutti i tempi rientra in Formula 1. Anzi, pure quest'ultimo può essere facilmente messo da parte, se i suoi vecchi sostenitori possono eleggere un nuovo, unico eroe. Quel Fernando Alonso vincente in Bahrain alla guida della Ferrari F10.



S
akhir 2010. Per la seconda volta nella storia della Formula 1, la stagione iniziava in Bahrain. Il mondiale vinto dalla Brawn GP era ormai alle spalle e l'appassionato medio attendeva con ansia il ritorno a valori più consueti, in cui, per intenderci, a competere contro le rivelazioni dell'ultimo anno fossero anche i top team storici, come Ferrari e McLaren, ridotti fino a qualche mese prima a lottare per il terzo posto nel mondiale costruttori.

Tutto lasciava pensare positivo, in quel senso. In più, con l'acquisizione della Brawn GP da parte della Mercedes, anche il team di Brackley assumeva agli occhi dei tifosi una connotazione più rispettabile, in un contesto in cui, in realtà, a contare sono le performance e i millesimi di secondo e non gli anni di storia di un marchio, come ha più volte dimostrato non solo l'ascesa di squadre relativamente moderne, ma anche la fine di certe scuderie che avevano fatto la storia.
Si dibatteva a proposito della legittimità del passaggio di Michael Schumacher in Mercedes, visto come un tradimento prima che i risultati non all'altezza contribuissero alla restaurazione della sua immagine, il cui dovere percepito sarebbe stato quello di rimanere ancorato vita natural durante alla Rossa, quella Rossa sulla quale, tuttavia, non c'era più posto per lui: l'arrivo di Fernando Alonso era un messaggio chiaro e preciso... e i fan erano pronti a coglierlo.

Detestato ai tempi della Renault, quando le sue vittorie e i suoi mondiali venivano attribuiti al "fondoschiena", e ancora di più ai tempi della McLaren, quando era visto parte integrante dello spy-gate, a distanza di appena pochi anni era ormai visto sotto una nuova luce: un estremismo prima, un altro estremismo dopo, dal "male" al "bene" assoluto, quando spesso e volentieri sarebbe stata molto più coerente una via di mezzo.

Quel giorno il pilota di Oviedo partiva dalla terza casella della griglia di partenza, alle spalle del poleman Sebastian Vettel e del proprio compagno di squadra Felipe Massa, al rientro dopo il pesante infortunio dell'estate precedente. Un sorpasso al via su Massa, poi, a gara inoltrata, la rottura di uno scarico della Red Bull in prima posizione virtuale: Alonso faceva il suo esordio in Ferrari con una vittoria, il bel prologo di una storia ancora da scrivere.
Il nuovo acquisto appariva come un eroe, il suo compagno di squadra come un efficiente numero due, il cui recupero dopo l'incidente era visto come pieno. Dopo i loro insulti in mondovisione al GP d'Europa di tre anni prima potevano sembrare una strana coppia, ma ogni elemento era a loro favore: quel giorno, il nuovo tandem in rosso poteva davvero diventare perfetto, infallibile, come erano stati un tempo Schumacher e Barrichello...

Un'illusione stupenda, per tanti ferraristi desiderosi di rivivere i fasti di un tempo, ma nell'epoca sbagliata o forse, semplicemente, con la squadra sbagliata. Ancorarsi al passato sembrava l'unica risposta, più importante che cercare di costruire un presente. I fatti di Sakhir erano destinati a non ripetersi, l'unica altra doppietta negli anni di Alonso e Massa quella controversa a Hockenheim nello stesso anno.

La coppia perfetta non era tale: Alonso ha sempre dimostrato di funzionare, mentre Massa l'aveva fatto fino a quel momento, ma quella pura poesia rossa vista in Bahrain era destinata a non durare e, con grande probabilità, una seconda guida che sapesse adattarsi meglio a vetture su misura di Alonso, avrebbe potuto fare la differenza. Niente titoli, solo qualche raro evento memorabile: quella Sakhir fu senz'altro uno di questi.

Milly Sunshine.

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“Resa incondizionata”
• Formula 1 • GP di Australia: Il Circo Chase Carey


australia 2020 f1 melbourne gp focus| F1 GP Australia 2020, Box - FOTO BY @KymIllman |
Melbourne. Box vuoti, un qualcosa di quello che resta della prima trasferta del mondiale di Formula 1 2020, lì all'Albert Park. Un vuoto difficile da mandare giù per la classe regina del motorsport, per tutto l'impianto commerciale e finanziario spazzato via da una complessa matrice di dinamiche sintomatologiche, di natura non solo cliniche. Un GP di Australia cancellato, un passo falso sul primo gradino di un'annata in partenza col piede sghembo, recante una fragorosa e dolorosa caduta.

The show must go... off! È stata dura prenderne coscienza, a partire dall'assembramento di australiani paganti di Melbourne, dalle altre scuderie, sospese nei box nonostante il forfait della McLaren per l'ovvia emergenza sanitaria esplosa nelle fila del team in pista. Un'atmosfera virulenta protrattasi per ore, capace di diffondersi via etere ad una velocità impressionante in ogni parte del globo.

Social infiammati, invasi dai post di protesta degli appassionati "divanari", fomentati da post di informazione dai contenuti talvolta dalla connotazione da leggenda. Una manciata di ore pervase dalla rivisitazione dell'Amleto di Shakespeare, secondo la battuta più famosa dell'opera "Correre o non correre, questo è il dilemma". Cori dilaniati tra l'egoistica, comprensibile fame di sport e il sentimento umanitario riversato per la pandemia planetaria Covid-19.
Una bolgia ritmata dalla più totale confusione, dalla mancanza di comunicazioni ufficiali via FIA, via autorità australiane, via Liberty Media. In barba alla massa di persone perigliosamente compattata per quel lungo intervallo temporale intorno al nastro d'asfalto da F1 di Melbourne. Un'emorragia di incertezza, sul da farsi in questa condizione generalizzata contro un male invisibile, nella fattispecie microscopico e veicolato involontariamente da individuo ad individuo.

Una situazione eccezionale, senza precedenti paragonabili da più di mezzo secolo, difficile da credere, comprendere, accettare causa impreparazione in simili scenari di rischio per l'incolumità. Un mostro silente, un virus statisticamente simil influenzale, capace di uccidere o condurre comunque alla morte nell'arco della sua infezione, contro cui l'essere umano non ha difese pregresse. Non avrà l'antidoto per tutto l'orizzonte pandemico.

Un flagello distruttivo delle economie globali, spietato, senza frontiere di classe, un terminator naturale che non ha guardato in faccia nemmeno all'onnipotente, intoccabile Formula 1. Un'organizzazione che ha reagito tardivamente all'emergenza, che ne ha sottovalutato l'entità, in piccolo, tanto quanto i governi occidentali, quello australiano, all'inizio della crisi esplosa in quel circondario di Wuhan da dove è iniziata la cavalcata del Sars-CoV-2.
Piombato puntualmente anche nei box australiani, tra gli uomini di Woking, messisi volontariamente in quarantena dall'Albert Park, idealmente cacciati via perché lo show doveva proseguire, con o senza l'arancio McLaren. Dilagato sotto forma di terrore da contagio nell'intero paddock, a partire dal campione del mondo, primo attore dell'improcrastinabile Circo F1. Circo, non Circus, nell'occasione del primo, disgraziato appuntamento della stagione, coordinato e domato a malo modo da Federazione e Liberty Media.

Ed a poco è servito il fantomatico approdo dell'improvvisato John Connor, Chase Carey, leggendariamente giunto in circuito per premere il pulsante "ON", mentre apparivano dei codici inequivocabili suggerenti la prima, clamorosa resa incondizionata per la F1. 01A e 03A, i posti a sedere aerei, di un volo del 13 Marzo, stampati da una testina ad aghi su un foglio fotografato e socializzato, rispettivamente assegnati a Mr. Sebastian Vettel e Mr. Kimi Matias Raikkonen.

Bernie Ecclestone aveva le sue manie, specie alla fine del suo rettorato durato decenni, tipo le gare bagnate artificialmente, tra le sue ultime, coreografiche esternazioni. Un despota estroso, pur sempre innocuo di fronte alla profonda sua consapevolezza dell'identità storica della Formula 1. E se un bambino che ha difficoltà a giocare con un nuovo gioco deve essere giustificato, Liberty Media, la nuova proprietà, non può trattare questo sport di vertice come il suo di nuovo giocattolo.

Gianluca Langella.

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“Fenomeno assoluto”
• Formula 1 • La mutazione di Michael Schumacher


michael schumacher f1 ferrari redf1gp| F1 Michael Schumacher, Ferrari - Foto by Formel1.nl |
A cambiare la storia, a volte, è una via di fuga, o un team che ti comprende o che ti annulla. Può essere una singola gara in una stagione, ma può anche essere una vicenda che si svolge nell’arco di anni. Quest’ultima versione della “storia” è quella che ha portato Michael Schumacher, quel beffardo e spocchioso fenomeno a diventare un uomo mai sazio di successi, un pilota freddo e calcolatore; quello che, nel mentre delle sue imprese, avremmo epicamente chiamato… Kaiser.



I
n un pezzo di un anno fa ho scritto una sorta di lettere aperta a Michael, prendendo spunto dalle parole di quel folle genio che è Woody Allen: “La vita andrebbe vissuta al contrario”. In quella dedica al Kaiser uomo, prima che al pilota, ho provato a raccontare la storia da un punto di vista diverso malinconico, il solo possibile per sopportare la nostra ignoranza sulle sue condizioni di salute. Oggi voglio omaggiare Michael con una mia interpretazione: il punto focale della sua sfida in pista e della sua “carriera umana” in F1.

Lo Schumacher della Benetton è tutt’altra storia da quello per cui tiferemo in Ferrari. Schumi è un ragazzo sveglio, aggressivo, un po’ spocchioso. A venticinque anni, poi, è il re del della F1; un regno, quello del circus, rimasto orfano del re precedente, Ayrton Senna. Facile cadere nel tranello (dis)gustoso di Flavio Briatore: personaggio ambiguo, competente più di altri ma senz’altro spietato e “corruttore” come nessuno.
All’approdo in Ferrari, Michael non è di certo cambiato. Ha vinto due titoli, il suo ego è cresciuto, ma questo non lo ha ancora trasformato nel Kaiser, nell’uomo capace di vincere più di tutti. Certo è che la sfida in rosso è fondamentale, in quanto l’unica, dopo l’addio ad Ayrton, in grado di mettere Michael nella posizione di dimostrare di essere davvero il più forte, non per fortuna ma per destino.

Il 1996, da questo punto di vista, è importante ma non fondamentale: tre vittorie magnifiche, ma è ancora lui, il prodigio di Kerpen coi suoi pregi e i suoi difetti. Gli episodi dal ’97 al 99 sono quelli che segneranno più di tutto il resto la trasformazione: Jerez ’97 e quella voglia di emulare Adelaide ’94, poi la delusione, l’umiliazione bollente; Suzuka ’98, l’esitazione al via, l’inutile rimonta furiosa; Silverstone ’99, ovvero l’evento che rischia di abbatterlo definitivamente.

E invece no. Nel 2000 torna più competitivo che mai. Ma l’aria non è delle migliori. Ne sappiamo qualcosa, noi che viviamo la F1 di questi anni Dieci e Venti, dove un campione ferrarista non è più degno di lucidare la scocca della macchina se non mantiene la promessa data: vincere. È facile cadere, anche se sei il più grande pilota sulla faccia della terra. “Vincere, devi vincere, Michael”.
E alla fine ci riesce, il “giovane Michael”, a sconfiggere i propri fantasmi, a mettere a tacere le malelingue, quelle che non hanno mai compreso lontanamente la profondità del legame – anche postumo – tra Schumacher e Senna; le voci di chi lo voleva fuori dalla Ferrari. Michael ingrana la marcia più alta, quella di chi sa di avere il talento “adatto” per vincere: Suzuka 2000, l’apoteosi. Inizia l’era del Kaiser.

A distanza di sei anni, la sfida più grande risiede in quel #keepfightingmichael che cresce in rete come sa crescere solo l’amore, su questa terra inquinata dai germi dell’egoismo. Una sfida “a porte chiuse”, uno stile che lo contraddistingue da sempre; una “battaglia privata” nel suo letto o nella sua poltrona, “incatenato” per alcuni, “cosciente” per altri. Nessuna notizia ufficiale al riguardo. Pertanto, la sfida vale anche per noi.

E riguarda soprattutto Corinna, la biondina col cappello Ferrari a cui Michael andò a stampare un bacio sulla bocca proprio dopo quella vittoria gloriosa in Giappone, là dove sarebbe iniziata la storia più vincente di questa giostra pazza che è la F1. Allora, stavolta, te lo diciamo noi, Michael; vista la tua spiccata capacità di trasformare un momento buio, un momento “al limite”, in spirito agonistico: Vincere, Michael, devi vincere!

Claudio Santoro.

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“Umanità del talento”
• Formula 1 • Michele Alboreto, malinconico sorriso


f1 michele alboreto ferrari random f1 redf1gp| F1 Michele Alboreto - FOTO BY MoThomSport |
Michele Alboreto, il segno in Formula 1 l’ha lasciato eccome. Umanità in primis, tanta. In una categoria dove per arrivare in alto devi essere spietato, Michele non aveva mai rinunciato a un sorriso, a uno sguardo dolce, a una gentilezza che sembrava lontana da quell’agonismo che lo dominava. Era ben capace, infatti, di trasformarsi in una belva in pista, affamato di vittorie come pochi. Un quasi campione del mondo.



Una carriera costituita da gagliardi alti e sfortunati bassi, su vetture a volte poco competitive, ma sempre caratterizzata da una potente voglia di esserci in pista, con una velocità ricercata e una capacità di messa a punto sopra la media. Privilegiato in special modo dal Drake, quando lo scelse per metterlo alla guida della Ferrari dal 1984, nonostante poco incline nella scelta di piloti italiani.

Forse Enzo Ferrari fu conquistato dalla sua bontà d'animo, semplicità, ed ovviamente dalla bravura al volante. Un uomo davvero speciale, di sanissimi principi, di una intelligenza singolare, soprattutto ogni volta che era invitato a proferire parola fuori dalla vettura. Un'essenza genuina, forte, anche polemica quando necessario, come all’alba del ’94, quando fece osservazioni importanti sulle novità tecniche, sulla sicurezza.

Mai schiavo delle dinamiche politiche, di ciò che poteva esser conveniente o meno, in nome di quella spontaneità, di quella sincerità che lo aveva sempre contraddistinto; o come quando, dopo Imola, criticò la Williams e parlò senza remore dell’incidente di Senna, pilota con cui aveva stretto un rapporto di amicizia, dopo esservisi scontrato duramente negli anni Ottanta, in pista e fuori, perché Michele era così. Un pilota concreto.

Uno che si trovò ad accarezzare il sogno di diventare mondiale in rosso, quello comune a tutti i piloti italiani. E non solo. Era il 1985, autore di una grandissima stagione, trovò sulla sua strada l'astro nascente, Alain Prost. L'ultimo anno in Ferrari fu il 1988, quando la MP4/4 di Senna e Prost non lasciò nemmeno le briciole al resto del gruppo. Eppure a Monza, qualcuno, forse dall'alto, diede una mano: arrivò una doppietta Ferrari, vinta però da Berger.

E come tutte le storie, anche quella di Alboreto in Ferrari finì. Sparì, lentamente dalla categoria, senza mai avere rancore per quel mondo che, anche a quel tempo, andava molto veloce. Sparì anni dopo dal mondo dei mortali, 2001, in un incidente al volante di una Audi Le Mans, mentre era impegnato in una sessione di test al Lausitzring, Germania.

Portò con se quel suo malinconico sorriso, quella sua personalità capace di unire talento e umanità, ferocia al volante e gentilezza ai box. Una sinergia di emozioni che raramente abbiamo rivisto, che difficilmente rivedremo. Un connubio di ragione e sentimento di rara bellezza. Ciao, Michele. Anzi, no. Arrivederci.

Claudio Santoro, Gianluca Langella.

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“Benedetti e dannati”
• Formula 1 • GP di Abu Dhabi: Mercedes e Ferrari, verso l’ultima manche


abu dhabi gp 2019 f1 gp focus| F1 GP Abu Dhabi 2019 - FOTO BY reddit.com |
Yas Marina. Tra quelle luci mondane che fanno di Abu Dhabi il paradiso dei ricchi e dei vincenti all’interno del circus, un primo, quasi banale per la sua ovvietà, ma tangibile e difficilmente confutabile giudizio di stagione si può imprimere, scolpire su pregiata roccia: il 2019, così come l’intero lustro precedente, è stato un anno Mercedes. Una sfida, quella ingaggiata dalla Ferrari per sovvertire i valori in campo, terminata (almeno per quest’anno) in una nuova, malinconica sconfitta.

I miracoli esistono? Troppo facile chiederlo a un credente; ancor più facile, forse, è porre la domanda a chi non crede. Ma all’interno di una dimensione sportiva come quella motoristica – in cui la Formula 1 è l’apice al tempo stesso per tecnologia e polemiche, per rancore e amore da parte dei tifosi – la domanda acquista un senso differente: quello della Mercedes può definirsi un “miracolo”?

Forse sì. Un miracolo sportivo, se si guarda a questi risultati con occhio umano. Un risultato sudato, qualche volta “a freddo” – nel biennio 2017-2018, segnato da un’avversaria in rosso ben più calibrata e performante di quella odierna – ma sempre, sempre portato a casa in anticipo, grazie a un lavoro certosino su tutti i fronti. Un reame in cui il re Lewis e il principe Valtteri hanno potuto rintracciare, stabilizzare e infine godersi atmosfere positive, i frutti di sogni realizzati, di promesse mantenute.
Diversamente dal “polo rosso”, dai due piloti Ferrari invischiati in un miasma di avari sorrisi, di fiducia verso un team che è al tempo stesso compagno di avventure e artefice di sventure, tra acuti esaltanti e rovinose cadute, talvolta nell’arco dello stesso weekend di gara. A prescindere dall’uno o dall’altro, al netto di esclusivi meriti e demeriti, come per la pole di Suzuka, per l’imbattibile W10 di quella domenica. Come un sogno favoloso spazzato via dal più crudo e classico dei risvegli, da quella naturale realtà senza appello.

Vittime del rebus “monoposto d’annata”, la cagione trasversale di continue sofferenze, ammalianti illusioni e violentissime delusioni: Charles e Sebastian, piloti fantastici, prigionieri di una dimensione edenica, quella di una Maranello leggendaria scacciata dal suo paradiso terrestre. Uomini esposti agli stessi riflettori, pronti a trasformarsi nelle fiamme dell’inferno, per un sentimento di impotenza comune derivato da motivazioni di fondo diversissime.

L’affamato e mai domo Leclerc, roba da ventiduenne di predestinato talento, ridotto come un leone in gabbia dalle tante occasioni perse nel mentre della sua prima stagione in tuta rossa. Manifestazione di un ragazzo maturo e tremendamente lucido, ferito dalla consapevolezza di un potenziale inespresso, affondato a Yas Marina nell’inutilità snervante di un decimo podio. Quanto di più noto al vicino di box, finito dal canto suo anche in balia del palliativo “esperienza pregressa”.
Ovvero Vettel il trafitto, crocifisso, deposto, lasciato al pubblico, alla mercé di un ignobile vilipendio della sua figura di campionissimo, nonostante il simbolismo #essereFerrari di Singapore. Un ragazzo dal cuore rosso, masochisticamente invaghito del Cavallino Rampante per ragioni interiori profondissime, all’apparenza abbandonato, mai veramente “creduto”, portato in grembo dal suo team. Un legame quantomeno unilaterale fin da quel primo contatto con la rossa a Fiorano, il 29 Novembre del 2014.

Se i miracoli esistono; se la F1 può essere intesa, ancora una volta, come una parabola, è chiara oramai la divisione, la disposizione dei pezzi da parte di Dio sulla scacchiera del circus: da un lato i prescelti, i benedetti, gli illuminati, instancabili e spietati vincitori; dall’altro i diseredati, i maledetti, i rabbuiati, i perdenti oramai sfiniti, avversari eterni di una Mercedes che s’è confermata ancora una volta (in sei stagioni, così come in ogni singolo giro dei 55 corsi per Abu Dhabi ’19) una creatura vincente, raramente scalfibile, in conclusione… imbattibile.

Considerando gli scenari prospettabili per il 2021 – novità senza pietà – è lecito disegnare un cerchio rosso intorno al 2020 e intendere l’anno venturo come quello della resa dei conti tra Maranello e Stoccarda. Poco importa, poi, chi andrà dove, chi lascerà il sedile e chi ne sceglierà un altro per il 2021. Si dice spesso: “Chi vince l’ultima, vince tutto”. Non è esattamente la stessa cosa, ma è innegabile quel pathos da spareggio della manche conclusiva di un’era.

Claudio Santoro e Gianluca Langella.

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“Morta vincente”
• Formula 1 • Il Messico svela l'essenza Mercedes


messico gp f1 2019 mercedes monday debriefing redf1gp| F1 GP Messico 2019 - FOTO BY @MercedesAMGF1 |
Anche a Città del Messico la F1 ritrova la sua regina, quella Mercedes che col cannibalismo ha costruito un impero lungo e prospero. Nonostante il quasi perenne attacco delle sue più agguerrite e possenti avversarie, quella Ferrari sempre, seppur a fatica sulle sue orme. Quella Red Bull anch'essa ancora immatura per competere ad armi pari, per tornare ai fasti di un tempo non lontano.


S
toccarda non sbaglia a quota duemila metri circa, lì dove sorge lo storico circuito messicano. Travestita per El Día de Muertos, nella piena tradizione della celebrazione tipica del popolo messicano. La maschera è di quelle classiche per la ricorrenza, da teschio inghirlandato, dal sorriso beffardo, pur sempre con tutti i denti al proprio posto.

Fauci tutt'altro che innocue, pronte ad azzannare alla minima incertezza, errore di Ferrari & Co.. Si, perché è questa da tempo la scissione agonistica caratterizzante la F1 da sei anni a questa parte, quella da Mercedes contro tutto e tutti, dentro e fuori la pista, una famosa storia che non accenna a trovare la sua parole fine.

Per l'ennesima alba da morta vivente, dal principio di settembre, il momento più critico dei grigi d'annata, tramortiti dalla velocità della SF90, dopo la sedazione dell'altra rivale, la blue di Milton Keynes, attuata a Budapest, su uno dei terreni di caccia preferiti della creatura del genio Adrian Newey, sublimata dall'olandese volante.
Max Verstappen, caduto nell'inganno involontario originato da Valtteri Bottas schiantatosi sulle barriere di quello che rimane della Peraltada. Fregato da una fame bulimica di affermazione causata da una seconda parte di stagione minata da intoppi, sviste, noie affidabilistiche Honda. Da un desiderio di riscatto sulla sua pista.

Tanto per opporre lo splendore della sua stella oscurata da quella del suo rivale di sempre, quel Charles Leclerc monopolizzatore di pole, il buttafuori all'imbocco dello snake di Suzuka della sua vettura #33. L'altro ventiduenne terribile fiondatosi sulla scena del Circus per affermare che il nuovo che avanza è arrivato. Tranne che in questa Città del Messico.

Roba da corredo, all'occorrenza utile a suggellare la grandezza del Re Nero, della sua scuderia, abili nel concedere teschi di zucchero, rivelatisi velenosi e mortali alla domenica a partire dalla Russia. Il trionfo del grigio, quell'incolore, micidiale monocromia illusionista che confonde tra trasparenze, invisibilità e buio pesto.

Sfere maligne da successo incondizionato, inafferrabile per gli outsider ribelli, tenuti in vita a piacimento, colpiti a tradimento nel momento clou, nei round buoni per il cammino iridato. Grazie alla cinica sensibilità Mercedes nello sfruttamento delle enormi risorse a disposizione, compresa quella più preziosa. Lewis Hamilton.

Gianluca Langella.

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