ORARI TV
SKYSPORTF1HD
Giovedi 20 Maggio

Libere 1 Ore 11:30 - Libere 2 Ore 15:00
Sabato 22 Maggio
Libere 3 Ore 12:00 - Qualifiche Ore 15:00
Domenica 23 Maggio
Gara Ore 15:00

DATI CIRCUITO
umero di giri 78
Lunghezza circuito 3.337 km
Distanza di gara 260.286 km
Giro record 1:14.260
Max Verstappen (2018)
ALBO D'ORO PILOTI
VITTORIE
Schumacher, Hamilton 6
Prost, Mansell, Hakkinen 3
Senna, Räikkönen, Alonso 2
Vettel, Verstappen 1
Button, Rosberg 1

POLE POSITION
Schumacher 7
Hamilton 6
Senna 4
Häkkinen, Räikkönen, Rosberg 2
Mansell, Prost, Alonso 1
ALBO D'ORO COSTRUTTORI
VITTORIE
Ferrari 12
McLaren 8
Williams, Mercedes 7
Lotus 6
Red Bull 3
Renault 1

POLE POSITION
Ferrari 13
Mercedes 9
McLaren 8
Williams 6
Lotus 5
Red Bull 2
Renault 1
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“Il cagnaccio di Oviedo”• Formula 1 • Perché la F1 ha bisogno di Alonso (e viceversa)


fernando alonso f1 alpine f1 redf1gp| F1 Fernando Alonso - FOTO BY Eurosport |
A distanza di un ventennio dalla sua prima apparizione in campionato, Fernando Alonso omaggia ancora la F1 della sua presenza. Un amore che non s’ha da chiudere? Una tentazione troppo forte? Una questione di stipendio? In realtà, ciò che lega Alonso alla F1 è qualcosa di più profondo: un sottile “filo rosso” che lo allaccia, volente o nolente, ad almeno due fasi della storia della Ferrari.



Un esordio con la Minardi e poi, nel giro di due anni (ma saltando le gare del 2002) la vittoria di un GP al volante della Renault di Briatore: così si è presentato Fernando Alonso da Oviedo nel circus della massima serie, portando a casa una vittoria in un campionato del mondo – quello del 2003 – tiratissimo e i cui protagonisti mai e poi mai avrebbero lasciato anche solo le bricioli ai rivali. Non a caso, in quell’annata Alonso fu l’unico a vincere oltre alla triade formata da Ferrari, Williams e McLaren.

Il destino di Fernando in F1 è stato determinato da un fattore difficilmente definibile: quel carattere che gli è stato più volte rinfacciato e che lo ha portato, complice a volte il cuore, a volte un inganno ben architettato, a compiere scelte sbagliate. Ma ciò che più di ogni altra cosa ha caratterizzato la sua carriera è stato un legame ambiguo, sacro e dissacrante insieme, con la scuderia di Maranello.

Alonso è stato il primo e l’unico ad aver battuto ad armi (teoricamente) pari Michael Schumacher. Di questo è impossibile non dare merito al pilota spagnolo. Dato per scontato che la Ferrari e la Renault del 2006 si eguagliavano – in linea di massima – in termini di prestazioni, Fernando può ancora fregiarsi di quel titolo tanto combattuto quanto determinante in chiave storico-antropologica per la F1.

Il secondo capitolo del rapporto tra Nando e la Ferrari passa attraverso quel brutto 2007 in cui lo spagnolo ha perso (in parte per sua colpa) un mondiale che era alla sua portata. Da lì in avanti, esclusa dall’analisi la neutra parentesi Renault bis, i cinque anni al servizio di Maranello hanno portato gioie e dolori in egual misura, ma la sentenza della matematica ci racconta, a conti fatti e chiusi per sempre, zero titoli mondiali.

La vecchia volpe non s’è certo arresa: dopo Maranello si torna a Woking, con il grande inganno involontariamente portato in scena dal Ron Dennis più ambizioso di sempre e una Honda totalmente incapace di essere competitiva al suo rientro in un circus in quel momento dominato dai motori Mercedes, Ferrari e Renault. Nero su nero, come la livrea di quella sfortunata McLaren capace di regalare a Fernando solo una scossa elettrica vera e nulla di elettrizzante sul piano dell’esaltazione emotiva.

Ma la caratura del pilota, il talento, così come la resistenza – fisica e mentale – e la voglia di correre sempre e ovunque, anche per pochi punti del “cagnaccio di Oviedo” – appellativo simile a quello usato per descrivere Hélio Castroneves ai tempi delle sue gare pazze in Indycar – sono più vive che mai in queste stagioni sotto bandiera transalpina. I recenti battibecchi dentro e fuori la pista con Hamilton, la capacità di lottare oltre i limiti con esperienza e sagacia e la grinta intramontabile ci raccontano un Fernando Alonso ancora innamorato della F1 e persino più umile: basti pensare al gioco motoristico messo in campo per permettere al compagno Ocon di vincere una gara. E la F1 non può che amare a sua volta un siffatto pilota.

Claudio Santoro.

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“Un altro muro”
• Formula 1 • San Marino 1995: Un anno dopo, paura per Schumi


san marino 1995 f1 imola schumacher redf1gp| F1, Start GP San Marino 1995 - Foto by Motorsport Images |
Un anno dopo la “tragedia di Imola”, quella che ha portato via Ayrton Senna e Roland Ratzenberger, la F1 è dominata da un giovane tedesco già campione del mondo: Michael Schumacher. È al terzo appuntamento iridato, ancora una volta sul circuito imolese, che ricordi e nostalgie si mescolano oscurando la rivalità tra il tedesco iridato e il suo acerrimo rivale di quegli anni, Damon Hill su Williams-Renault.



I
mola 1995. The show must go on. A distanza di un anno, il circus della F1 torna a Imola. La classe regina del motorsport è cresciuta molto da quel week-end che sembra distante anni luce, sebbene sia rimasto così vicino nei cuori spezzati della gente, migliorando la sicurezza in pista e ai box e imparando, con dolore, a stare senza Ayrton. Il 1994 ha incoronato un nuovo imperatore, ma non mancano le polemiche.

Damon Hill, “erede” in Williams di Senna, ha perso il titolo ’94 per un soffio, dopo il contatto con Schumacher ad Adelaide. Il ’95 è, sia per l’inglese che per il tedesco, l’anno fatidico: dentro o fuori, campione o perdente. E Schumacher, dopo una vittoria e un terzo posto nelle prime due gare del mondiale, ottiene a Imola la sua sesta pole in carriera.
La nuova Benetton è una versione ancora più performante e stabile dell’ottima B194 dell’anno precedente, con in più un motore Renault in sostituzione del vecchio Ford. Con le due vetture più forti “motorizzate francese”, si preannuncia una sfida ardua per la Williams e si sogna un ipotetico universo alternativo in cui, su quelle due monoposto, si scontrano Michael e Ayrton.

La gara imolese ’95 parte bene per Schumi. Pista umida e veloce: esattamente ciò di cui ha bisogno il Kaiser per distanziare gli avversari. Poi, al decimo giro, l’ombra della paura torna a coprire Imola per istanti che sembrano infiniti: dalle bandiere gialle la telecamera si sposta sui rottami della B195 di Schumacher. Il replay ci racconta la storia dell’incidente: un errore alla Piratella, l’incontro ravvicinato con un altro muro bianco così simile a quello dell’ormai ex curva del Tamburello.

Un déjà-vu: un timore reverenziale verso la signora vestita di nero e l’idea di una F1 macchiata dal peccato e irreversibilmente maledetta. Poi il sospiro di sollievo: Michael sta bene. La sicurezza, nel 1995, non vuol vedere morire i suoi figli. E Michael sarebbe uscito più o meno indenne anche da un altro incidente, anche peggiore, a Silverstone, quattro anni più tardi. Un paradosso amarissimo, se si pensa al tiro infame che la vita gli ha riservato su una pista da sci in quel bastardo inverno di otto anni fa.
Chissà a cosa pensa Mick, nei giorni che lo separano dalla sua prima volta a Imola, teatro di successi ma anche di dolore per suo padre. In contesto dove l’insufficienza tecnica dell’attuale vettura Haas metterebbe i due piloti di Günther Steiner sotto i riflettori mediatici, il figlio d’arte potrà ancora battere il suo compagno di banco Mazepin, complice l’umiltà e un carisma misurabile – come fu per il papà – non dalle interviste ma dall’applicazione delle risorse tecnico-umane in pista.

La seconda edizione del GP dell’Emilia-Romagna sta arrivando, per servire una F1 che ha ritrovato, nel 2021, nomi di prestigio e soprattutto una grande rivalità. In fondo ogni sfida tra i piloti, per evitare l’ultimo posto in griglia o valida per il titolo iridato, ha sempre un fascino speciale e ricorda quel duello antico che, come un orologio rotto, si è fermato alle 14:16 del 1° maggio 1994 e non è mai più ripartito.

Le atmosfere sono diverse. Del resto, sono passati ventisei anni da quella domenica imolese di rinascita per la F1, quando con una vittoria insperata Damon Hill lasciò intendere di poter lottare ancora per il titolo. Allora fu scortato al traguardo dalle due Ferrari. Una magra speranza, quella di rivedere il Cavallino almeno sul podio nella gara sanmarinese, che si ripropone anche quest’anno sotto "mentite" spoglie.

Claudio Santoro.

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“Il futuro tra arte e motori”
• Formula 1 • Plusvalori: la conversazione con Laura Di Nicola


minardi laura di nicola f1 redf1gp| F1 Laura Di Nicola, Giancarlo Minardi - Foto by @elledinicola |
La Formula 1 è il vertice degli sport motoristici e ne rappresenta il principale centro mediatico, economico e antropologico. Quale futuro si prospetta? Verso quale “indirizzo”, umano e sportivo, stiamo per lanciarci? Ne parliamo con Laura Di Nicola: scrittrice, redattrice di motori per Circus F1, pensatrice brillante, autrice del romanzo Formula Uno! La vita, l’amore e i motori. Con lei abbiamo voluto affrontare alcune tematiche che riguardano il motorsport di oggi.

La F1 è un mondo in bilico tra la rusticana brutalità dei motori e la tensione verso ideali antichi, umani, anche legati alle arti. Questa conversazione con l'amica Laura sarà ricca di spunti di riflessione e lascerà zero spazio al politically correct. Sarà invece proiettata verso un futuro della F1 che, allo stato attuale, pare essere alquanto incerto. Parleremo della chimera-donna nel motorsport e delle latenti rievocazioni di leggende del passato, attraversi i tratti di un romanzo decorato da box, asfalto, uomini e mezzi a quattro ruote spaziali.

Viviamo nell’epoca della nostalgia: i film più attesi sono remake di classici neanche così lontani nel tempo, gli artisti musicali più ascoltati sono quelli della vecchia generazione e gli appassionati di F1... Be’, per usare un eufemismo, “rimpiangono” le annate passate. Per ragioni più grandi, nel 2020 il circus è stato obbligato a riproporre un po’ della sua storia, con circuiti che credevamo perduti per sempre e ben tre appuntamenti italiani. Tra questi, abbiamo da poco rivissuto Imola, dopo quasi tre lustri di assenza. Il tuo romanzo, Laura, è ambientato proprio a Imola. Sembra una profezia... Protagonista del romanzo, tra l’altro, è anche una storia di spionaggio che colpisce il motorsport. E proprio quest’anno abbiamo seguito le vicende della Mercedes rosa. Anche in questo caso, perdonami, sembra che tu abbia consultato una sfera di cristallo!

Le sfere di cristallo non esistono, esistono solo cose che possono verosimilmente accadere e che si devono conoscere. Mi verrebbe da rispondere così, parafrasando una celeberrima citazione di qualcuno che non sono degna di parafrasare: effettivamente, però, descrive accuratamente il mio pensiero, cioè che quando qualcosa di complesso come la narrazione di una storia da romanzo si basa su una conoscenza approfondita e rispettosa degli argomenti trattati, si riesce a confezionare una serie di situazioni verosimili, tanto che, se capita, come nel mio caso, che queste situazioni verosimili accadano sul serio, sembra che lo scrittore sia dotato di una qualche forma di potere divinatorio. Eppure mai avrei pensato che proprio nell’anno di uscita del mio libro si sarebbero presentati tanti “casi da sfera di cristallo”: basti pensare che è stato pubblicato il 1 maggio, in un clima già avvelenato dall’affaire power unit Ferrari, fra monoposto “fotocopiate” e spioni che entrano ed escono di scena... E io che mi lamentavo del fatto che l’attuale emergenza sanitaria ha di fatto impedito agli scrittori di presentare e pubblicizzare negli eventi appositi i propri libri! Se mi permetti, aggiungerei un pensiero. Che vi siano “travasi” di notizie più o meno leciti è quasi normale in un ambiente così rarefatto come quello della F1. Pensateci: chi vi approda, a qualunque livello, fa parte di un’élite: meccanici, ingegneri, manager, piloti... Una ristretta rosa di personaggi che hanno avuto obbiettivi elevatissimi, di vertice, fin dalla più giovane età e che, anche grazie all’elevata specializzazione che sviluppano, naturalmente sono portati ad avanzare nel medesimo ambiente ristretto: piloti diventano manager, manager diventano dirigenti di scuderie, dirigenti diventano funzionari FIA, tecnici FIA diventano tecnici di scuderie... Per chi ha spirito di osservazione e un po’ di sensibilità nell’indagare la natura umana, verrebbe facile concludere che, in un siffatto ambiente, ci si conosce tutti, si lavora fianco a fianco, si passa tempo assieme oppure su fronti rivali. Magari si litiga, ci si detesta, dal momento che nuotiamo fra caimani e non nell’allegra barriera corallina di Alla ricerca di Nemo: ancora più facile che qualcuno decida di farla pagare a qualcun altro oppure che segua un proprio personale criterio di giustizia e decida di... levarsi qualche soddisfazione. Mi viene da pensare, quindi, che il tanto auspicato rinnovamento dovrebbe essere innanzitutto un rimescolamento: portare gente nuova, magari anche rischiando, caricando qualcuno digiuno di F1 ma – ad esempio – bravo nel gestire gruppi di persone od organizzazioni complesse, come accade con la protagonista del mio libro, che ha un titolo di ingegnere meccanico ma è esperta di controlli di filiera. Stesso discorso varrebbe per i giovani tecnici: chi ha una formazione per certi aspetti differente potrebbe avere idee “di rottura”, innovative. O, quantomeno, non essere coinvolto in giochi di ruolo ormai sclerotizzati e portare nuova linfa in un ambiente statico, se non avvelenato.

Un po’ di linfa in un ambiente statico... Questa è musica per le mie orecchie! Ad ogni modo, la F1 sta provando a intraprendere strade per rinnovarsi, anche se la tanto attesa rivoluzione regolamentare è stata posticipata al 2022. C’è chi dice che la F1 è morta, ma io credo che il vero appassionato continuerà a seguirla. Ci sono ancora piloti interessanti, ma anche vecchie glorie intramontabili. Abbiamo degli archetipi: Verstappen e Leclerc ci fanno tornare in mente i giovani arrembanti del passato come Alonso, Schumi, Villeneuve... Poi abbiamo i grandi saggi del circus, come Kimi. La società, però, è cambiata molto. Per dirne una: i piloti (alcuni) passano più tempo sui social che faccia a faccia con il loro pubblico.

Partiamo da un presupposto magari banale, ma non elementare: se la F1 ha inanellato settanta stagioni, è perché a suo modo ha saputo seguire l’andare dei tempi e a questi tempi resistere. Del resto, ogni organismo si rinnova per sopravvivere. Certo, non puoi chiedere a chi da bambino viveva la Rivoluzione Francese o viaggiava sul Galaxy Express di provare lo stesso taumazomai per la caccia ai Pokémon; lo stesso vale per chi ha vissuto la gloriosa F1 degli anni Ottanta al cospetto dell’attuale spettacolo di ali, motogeneratori cinetici e personalità ristrette. Uno sport, soprattutto la massima serie dell’automobilismo, dovrebbe trasmettere emozioni e rappresentare un picco; chi lo racconta dovrebbe avere la capacità di aiutare il pubblico a vederla, quell’emozione, soprattutto se è nascosta, e non limitarsi a fomentare polemiche sul nulla alato o invocare “più sorpassi”. Se c’è qualcosa che è morta o prossima a morire, è la cultura dello sport, secondo me. Lo sport, ogni sport, è uno specchio della vita: una contrapposizione continua di giovani, meno giovani, idee, correnti... musi larghi e musi stretti, se mi consenti il paragone! Anch’io racconto una storia di scontri – di personalità, di mentalità, di generazioni ma anche semplicemente di caratteracci – che, per il fine ultimo – in questo caso la sopravvivenza – devono essere composti. La F1 non fa eccezione, per cui vedremo sempre un avvicendarsi di nuovi e vecchi protagonisti, i quali vivranno una convivenza più o meno burrascosa anche in base al contesto che li circonderà. Una volta, questi giovani rampanti si chiamavano Senna e Bellof, oggi si chiamano Leclerc e Verstappen. Una volta, i giovani venivano dati in pasto alle gloriose e cosiddette scuderie minori, a imparare il mestiere di pilota ma anche il mestiere di vivere e... sopravvivere a guasti, rattoppi, prestazioni traballanti, ritiri, fatiche disumane per qualche punto o a un cuore spezzato perché il tuo motore di seconda mano ti tradisce davanti agli osservatori di una scuderia blasonata. Oggi, se ti va male, arrivi in una scuderia satellite a farti masticare dal Marko della situazione ma se ti dice bene nel giro di qualche anno, “da ragazzo” arrivi in una scuderia di vertice; una volta, al vertice arrivavano uomini maturi. Ma quelli che continuano a morire nelle quattro ruote sono ancora e ancora troppo giovani e questo, purtroppo, non è cambiato.

Un’altra rivoluzione che ha già toccato la F1 riguarda certi valori che sembravano distanti dai vecchi concetti del motorsport. Siamo abituati alla strana e falsa idea che un appassionato di motori (e forse uno sportivo in generale) sia una specie di troglodita lontano dalle questioni culturali del suo mondo. Quest’anno si è parlato molto di razzismo, sono comparsi arcobaleni sull’Halo... e intanto si cerca di “valorizzare” le donne. Di sicuro il vecchio detto “Donne e motore, gioie e dolori” ha un po’ stancato. Ma la domanda che mi faccio alle volte è questa: stiamo affrontando la questione nel modo giusto? Abbiamo eliminato le grid girl perché qualcuno le riteneva offensive per il genere femminile, poi abbiamo creato la W Series, che paradossalmente discrimina le donne più di qualunque altra cosa...

Mi fischiano le orecchie, perché vengo spesso presentata come “la ragazza che scrive di F1 perché ne capisce di macchine”, cosa che per me è anche simpatica, intanto perché mi chiamano ancora “ragazza” e poi perché capisco che nell’opinione comune ciò sia ritenuto inusuale e quindi catalizzatore della curiosità. Al di là degli episodi, dirò la mia seccamente: detesto visceralmente qualunque cieca insistenza sul fatto che chi è donna, diversa o appartenente a una minoranza debba essere esaltata in quanto tale e non perché merita in una competizione, qualunque essa sia. Credo che al solo sentir parlare di serie speciale per piloti donna Maria Teresa De Filippis non solo si rivolti nella tomba, ma lanci strali dal paradiso dei corridori a forma di casco, da pilota e da parrucchiere, come quello che le consigliarono di indossare quando, una volta, le rifiutarono l’iscrizione a un gran premio. Io li ho definiti “recinti per panda” in uno dei miei pezzi. La vera parità è giocarsela alla pari, non creare delle condizioni di competizione artefatta. La vera inclusione è globale e avviene abbattendo i recinti, non creandone di nuovi dall’aria bonaria, definendoli “zone protette” per favorire la crescita di questo o quel talento. Mi fa pensare al Muro di Berlino, che fu decantato ai berlinesi dell’Est come una “barriera di protezione dalle invasioni fasciste”: magari a molti sembrò lì per lì una cosa buona, ma a tanti, tantissimi altri, sembrò solo una cosa da voler saltare a tutti i costi. Mi fa tristezza pensare che creare un recinto per panda sia stata l’unica idea per favorire l’ingresso delle donne nelle competizioni automobilistiche e, benché io sia una signora nessuno, questo pensiero è condiviso: date un’occhiata alle dichiarazioni di Pippa Mann o Sophia Floersch... Infine un inciso: la Formula 1 non è mai stata un mondo a parte, ma, anzi, i suoi uomini erano prima di tutto uomini di mondo. Giravano, vedevano, conoscevano. Impossibile, per me, pensare che un Mario Andretti ignorasse il movimento delle Pantere Nere; semplicemente, erano uomini di sport e lasciavano che a parlare fossero le loro gesta sportive. Oggi, invece, chiediamo agli sportivi non solo gesta, ma anche messaggi, solo che nel veicolare questi messaggi entra in ballo la comunicazione e la sua vasta eco fra web e social: c’è chi la gestisce con naturalezza e riesce a essere credibile perché, appunto, naturale, genuino, chi è più mediato, artefatto. In generale, va apprezzato questo interesse verso le cose del mondo e verso le vite degli altri, soprattutto quando avviene in un modo sincero e non piagato dall’eccessiva spettacolarizzazione. Come in tutte le cose, ci vuole intelligenza, una dote che non appartiene a tutti e che perfino alcuni di quelli che la possiedono pare si vergognino di mostrare.

E la F1 è, senza dubbio, uno degli sport più “intelligenti” al mondo. Noi pensiamo che sia quello sport che più di altri “risveglia i talenti”. In un certo senso anche fuori dal circus vero e proprio. Penso al tuo libro, alla possibilità di creare della letteratura lasciandosi ispirare dal motorsport. Al buon cinema, come caso di Rush. Potremmo considerare la F1 stessa una forma d’arte?

La prendo alla larga. Sono stata per diciotto anni un giudice sportivo, nell’atletica leggera per la precisione, ma credo che tutti voi abbiate visto qualche gara di Usain Bolt, giusto? Avete fatto caso a come gli atleti che corrono in pista tagliano il traguardo? La prima parte del corpo che arriva è il busto, il petto. Chi conosce le regole come me sa che è stabilito che quando la verticale del tronco dell’atleta taglia il piano del fotofinish si determina l’arrivo dell’atleta stesso, chi semplicemente ama lo sport e ha la sensibilità di cogliere la bellezza e il significato di ogni gesto dirà che è perché puoi avere una montagna di muscoli e una perfetta gestione della gara, ma quello che ti fa tagliare il traguardo, vincere, è il cuore. Ora, prendete quel cuore, quei cuori e calateli in un abitacolo metallico, spinto da un missile e lanciato a trecento all’ora su una fettina di asfalto: questo è quello che fa un pilota di F1. E cos’è l’arte se non la più magnifica forma di espressione di talento, passione e intelletto? Trovo che i due mondi possano ispirarsi, creare cose bellissime come Rush o infinitamente differenti come il mio libro. Anzi, spesso le storie vere degli uomini veri che hanno fatto la F1 sono più romanzate di un romanzo: pensate alla quasi centenaria e avventurosa vita di Enzo Ferrari o a gente come Brabham, soprannominato “Black Jack”, come i bucanieri dei film in bianco e nero di Errol Flynn... Strano che ci siano così poche opere di fantasia tratte da un mondo così fecondo. A tal proposito vorrei citare e ringraziare per l’ispirazione Benny Casadei Lucchi e il suo romanzo Se il diavolo ha un cuore! La F1 fonde indeterminatezza passionale e rigore scientifico, genio e sregolatezza. Ha tutte le caratteristiche di una forma d’arte, anche se può sembrare un paragone blasfemo, come dovettero sembrare i primi futuristi. Ma preferisco blasfemie di tal genere alle affermazioni di chi, animato da un sentimento di stolida superiorità culturale, viene da un sincero appassionato di sport a dirgli che un gran premio o una maratona non servono a nulla.
Claudio Santoro, Laura Di Nicola.


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“Last generation victory”
• Formula 1 • Gran Bretagna 1979: L'ultima per Clay, la prima per Williams


gran bretagna 1979 f1 clay regazzoni williams redf1gp| F1 GP Gran Bretagna 1979, Clay Regazzoni, Williams - Foto by Red Bull |
Era pressappoco il momento della ribalta sotto le luci dei riflettori in F1 della "creatura" di Sir Frank Williams e del suo "commilitone" Patrick Head. Un nuovo team inglese, esponente dei cosiddetti "Garagisti", con base a Didcot, al cospetto delle torri di raffreddamento della centrale elettrica della città. Era il momento per salutare per l'ultima volta dal gradino alto di un podio il ticinese Clay Regazzoni, vincitore proprio in quel GP di Gran Bretagna con la Williams FW07.



S
ilverstone 1979. Il tempio della velocità inglese, quel tracciato ricavato riqualificando la base RAF della seconda guerra mondiale in Silverstone, il teatro di fondazione della Formula 1 a partire dal 1950. Lì dove si distinse come primo vincitore della storia della massima serie l'italianissimo Nino Farina alla guida della madre della Ferrari, l'Alfa Romeo col modello da corsa nome in codice 158.

La Gran Bretagna, quella terra rivendicatrice del sommo titolo di alcova d'Europa per la Formula One World Championship, la categoria di riferimento del motorsport planetario. Dominata nei risultati e nelle statistiche all time più che altro da team e piloti non british, malgrado storici, miliari icone come BRM, Lotus, Cosworth, Tyrrell, Jim Clark, Graham Hill, Jackie Stewart, James Hunt.
Il 1979 segnò l'incipit di una riscossa britannica autoctona, sebbene quel "bastardo" team con sede allora a Colnbrook, figlio del neozelandese Bruce McLaren, portasse già in alto i colori della Union Jack in giro per il mondo. Una stagione ancora rappresentativa per l'ultimo anno dell'era di dominio delle Ferrari disegnate dall'Ing. Mauro Forghieri.

E sull'onta della dicotomia tutta interna di Maranello, tra i fregiati di default per l'iride d'annata, Scheckter e Villeneuve, la Williams mise a segno i primi colpi a bersaglio di una carriera sensazionale in termini di risultati a costellazione dello skyline F1. Il tutto con l'ausilio di una vettura vincente, la FW07 del burbero Patrick Head, con al volante l'astro nascente australiano Alan Jones e l'esperto pilota baffuto venuto dal Canton Ticino.

Clay Regazzoni aveva esperienza da vendere in quelli che rimasero gli ultimi attimi estesi di una vita nella categoria regina. Dopo la comunque gloriosa parentesi al fianco di "Highlander" Nicky Lauda alla corte di Maranello, dove sfiorò il titolo nel 1974 against il brasiliano alla guida della McLaren M23, il primo paulista a diventare campione del mondo di F1, Emerson Fittipaldi.
E fu proprio un'affermazione di esperienza quella di Regazzoni sulla pista "militare" di Silverstone, in un festival di mostri dei sorpassi e giovani canaglie pronte a sbranare senza ritegno i vecchi senatori del Circus di allora. E tra i promettenti Alan Jones, Nelson Piquet, René Arnoux e Gilles Villeneuve, e i poco più attempati John Watson, Jody Scheckter, Jean-Pierre Jarier, Jacques Laffite, la spuntò silentemente il baffo, poco svizzero di Clay.

Un successo dal sapore last generation nell'anfiteatro di casa della massima serie, dove le vetture a ruote scoperte più affascinanti del pianeta ebbero il coraggio illo tempore di succedere alle temerarie e mortali macchine del cielo. Ridondante ratifica dell'epocale passaggio di consegne tra due mondi tecnologici, all'uopo per una sana, sportiva, nella fattispecie amichevole guerra tra fazioni miste mondiali.

L'ultima vittoria di un umilissimo e generosissimo signore della F1, il trampolino di lancio per la piccola scuderia della centrale elettrica di Didcot. Quella Williams che con al timone Frank & Patrick avrebbe marchiato a fuoco e fiamme quasi tutti gli anni Ottanta e Novanta. La testimonianza chiave della grandezza della pura "razza garagista" britannica in Formula 1.

Gianluca Langella.

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“Lezione dal Gattopardo”
• Formula 1 • Cambiare tutto per non cambiare niente nel 2021


lewis hamilton mercedes f1 2020| F1, Lewis Hamilton, Mercedes AMG F1 - FOTO BY USA Today FTW |
Era attesa per il 2021 la nuova F1 ultra futuristica che già faceva sognare gli appassionati. Tutte le scuderie avrebbero iniziato dallo stesso punto e magari qualche outsider avrebbe potuto detronizzare l’ineluttabile Mercedes, con la buona gioia del resto dei tifosi oramai sempre più annoiati e indifferenti davanti agli schermi. Ma addirittura una pandemia mondiale si è messa in mezzo pur di far proseguire ancora per un altro anno lo strapotere della scuderia di Stoccarda, e intanto qualcuno inaspettatamente ringrazia.



A
causa della situazione sanitaria mondiale dovuta alla pandemia di Covid-19, il World Motor Sport Council ha approvato alcune modifiche al regolamento tecnico, sportivo e finanziario della Formula 1. Pertanto slitta al 2022 la rivoluzione tecnica inizialmente prevista per il 2021, con alcune conseguenti variazioni al regolamento tecnico attuale che rimarrà in auge per tutto l'anno venturo. Insomma, si prospetta una ennesima stagione sulla falsa riga di questo 2020 martoriato perché, citando il Gattopardo, bisogna “cambiare tutto per non cambiare niente”.

Si sta un attimo a perdersi nel labirinto dei regolamenti, e solo chi pensa fuori dagli schemi prestabiliti riesce a ritrovare la via d’uscita. È quello che ha fatto la Mercedes col DAS, già vietato dalla FIA per la prossima stagione e già ampiamente criticato e attaccato dalle altre scuderie. «Il reclamo ufficiale della Red Bull è stato rigettato, perciò la FIA dice che questo sistema è legale? Allora montiamo un DAS anche noi!», commenterebbe stizzita la scuderia austriaca.
Si prospetta un biennio di stallo insomma, dal momento che nel 2020 sono limitati gli aggiornamenti delle power unit, con la possibilità di "giocare" solo due gettoni di sviluppo. I cosiddetti "Token", un sistema ripescato da qualche stagione addietro, rivelatosi fallimentare per l'incapacità nel garantire efficacia di sviluppo a fronte degli investimenti stanziati da ogni singolo team per assicurare l'effettivo progresso prestazionale in stagione della propria vettura.

Per quanto riguarda solo il 2021, la parte più significativa dei cambiamenti riguarda il regolamento finanziario, all'apparenza una manna dal cielo per una migliore resilienza economico-finanziaria dei piccoli team, svantaggiati da sempre per disponibilità di budget relativamente esigui rispetto alle finanze di colossi mondiali del settore automobilistico come Mercedes, Ferrari, Renault, Honda, rispetto alla ricchezza di imperi industriali planetari di personaggi di successo come Mateschitz e Stroll.

La Formula 1 promessa dell'epocale cambio regolamentare stava già alimentando le speranze, oramai sepolte da troppi anni, di vedere un campionato combattuto e non prerogativa solo dell’ineguagliabile Mercedes. I tifosi e le scuderie “terrestri” riponevano tutte le loro aspettative proprio in questa rivoluzione, dato che finora con qualsiasi tipo di modifiche al regolamento le Frecce d’Argento (ora “Frecce Nere”) sono sempre state e restano le monoposto più complete sotto tutti i punti di vista.
Ci ha pensato il SARS-CoV-2 a bloccare le nuove regole che avrebbero potuto riaprire i giochi, così da permettere a Hamilton & Co. di imporre opzionalmente ancora per un altro anno lo strapotere della Mercedes, con immenso piacere del Toto che continua ad ingrassarsi d’orgoglio per il suo intramontabile gioiello a tre punte. E l’inizio di questa stagione non fa che confermare l’andamento degli ultimi sei anni della scuderia di Stoccarda, con tre vittorie nei GP d’Austria, Stiria e Ungheria.

Se vogliamo usare un eufemismo, diciamo che il team di Brackley non è snobbato dalla buona sorte. Tutti i rivali sono rimasti con un pugno di mosche in mano, Ferrari e Red Bull in primis. Queste scuderie erano già proiettate verso il 2021 con grandi sforzi a livello di progettazione per concepire la vettura che avrebbe potuto prendere il testimone alla Mercedes. Ma così non sarà: dovranno passare altri dodici mesi di agonia nel tentativo di arginare lo strapotere tedesco.

La pandemia ha comportato anche non pochi problemi e polemiche: se l’unico brio di questa F1 si riduce alle proteste e alle frecciatine più o meno eloquenti rintracciabili nelle dichiarazioni dei piloti, dei team manager e chi ci sta dietro, insomma, ad un miasma di screzi fuori pista, capace di distruggere istanti di gara dove si trattiene il respiro per un sorpasso al millimetro, allora, forse, la Formula 1 deve sbrigarsi a cambiare per cambiare tutto.

Sara Tollardo.

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“Coppia d'oro”
• Formula 1 • Bahrain 2010: Alonso e Massa, solo una suggestione


bahrain 2010 gp f1 alonso massa ferrari redf1gp| F1 GP Bahrain 2010, Fernando Alonso, Felipe Massa, Ferrari - Foto by giornalemotori.com |
Un top driver che, dopo due stagioni passate in una scuderia di centro schieramento, torna in un top team, per giunta in quello più storico e celebre al mondo, non può non fare notizia. Anche se al contempo il pilota più vincente di tutti i tempi rientra in Formula 1. Anzi, pure quest'ultimo può essere facilmente messo da parte, se i suoi vecchi sostenitori possono eleggere un nuovo, unico eroe. Quel Fernando Alonso vincente in Bahrain alla guida della Ferrari F10.



S
akhir 2010. Per la seconda volta nella storia della Formula 1, la stagione iniziava in Bahrain. Il mondiale vinto dalla Brawn GP era ormai alle spalle e l'appassionato medio attendeva con ansia il ritorno a valori più consueti, in cui, per intenderci, a competere contro le rivelazioni dell'ultimo anno fossero anche i top team storici, come Ferrari e McLaren, ridotti fino a qualche mese prima a lottare per il terzo posto nel mondiale costruttori.

Tutto lasciava pensare positivo, in quel senso. In più, con l'acquisizione della Brawn GP da parte della Mercedes, anche il team di Brackley assumeva agli occhi dei tifosi una connotazione più rispettabile, in un contesto in cui, in realtà, a contare sono le performance e i millesimi di secondo e non gli anni di storia di un marchio, come ha più volte dimostrato non solo l'ascesa di squadre relativamente moderne, ma anche la fine di certe scuderie che avevano fatto la storia.
Si dibatteva a proposito della legittimità del passaggio di Michael Schumacher in Mercedes, visto come un tradimento prima che i risultati non all'altezza contribuissero alla restaurazione della sua immagine, il cui dovere percepito sarebbe stato quello di rimanere ancorato vita natural durante alla Rossa, quella Rossa sulla quale, tuttavia, non c'era più posto per lui: l'arrivo di Fernando Alonso era un messaggio chiaro e preciso... e i fan erano pronti a coglierlo.

Detestato ai tempi della Renault, quando le sue vittorie e i suoi mondiali venivano attribuiti al "fondoschiena", e ancora di più ai tempi della McLaren, quando era visto parte integrante dello spy-gate, a distanza di appena pochi anni era ormai visto sotto una nuova luce: un estremismo prima, un altro estremismo dopo, dal "male" al "bene" assoluto, quando spesso e volentieri sarebbe stata molto più coerente una via di mezzo.

Quel giorno il pilota di Oviedo partiva dalla terza casella della griglia di partenza, alle spalle del poleman Sebastian Vettel e del proprio compagno di squadra Felipe Massa, al rientro dopo il pesante infortunio dell'estate precedente. Un sorpasso al via su Massa, poi, a gara inoltrata, la rottura di uno scarico della Red Bull in prima posizione virtuale: Alonso faceva il suo esordio in Ferrari con una vittoria, il bel prologo di una storia ancora da scrivere.
Il nuovo acquisto appariva come un eroe, il suo compagno di squadra come un efficiente numero due, il cui recupero dopo l'incidente era visto come pieno. Dopo i loro insulti in mondovisione al GP d'Europa di tre anni prima potevano sembrare una strana coppia, ma ogni elemento era a loro favore: quel giorno, il nuovo tandem in rosso poteva davvero diventare perfetto, infallibile, come erano stati un tempo Schumacher e Barrichello...

Un'illusione stupenda, per tanti ferraristi desiderosi di rivivere i fasti di un tempo, ma nell'epoca sbagliata o forse, semplicemente, con la squadra sbagliata. Ancorarsi al passato sembrava l'unica risposta, più importante che cercare di costruire un presente. I fatti di Sakhir erano destinati a non ripetersi, l'unica altra doppietta negli anni di Alonso e Massa quella controversa a Hockenheim nello stesso anno.

La coppia perfetta non era tale: Alonso ha sempre dimostrato di funzionare, mentre Massa l'aveva fatto fino a quel momento, ma quella pura poesia rossa vista in Bahrain era destinata a non durare e, con grande probabilità, una seconda guida che sapesse adattarsi meglio a vetture su misura di Alonso, avrebbe potuto fare la differenza. Niente titoli, solo qualche raro evento memorabile: quella Sakhir fu senz'altro uno di questi.

Milly Sunshine.

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“Rookie esemplare”
• Formula 1 • Australia 1996: Villeneuve, speciale perché Jacques


australia 1996 gp jacques villeneuve williams redf1gp| F1 GP Australia 1996, Jacques Villeneuve, Williams - Foto by MotorsportImages |
Un mondiale di Formula 1 che inizia su un nuovo circuito, con il campione del mondo in carica all'esordio con il colore del nuovo team. Una nuova storia da scrivere, con tutti gli elementi in apparenza già in ordine. In una giornata simile non c'è, almeno in apparenza, nemmeno il tempo di pensare ai rookie della stagione, almeno finché Jacques Villeneuve non conquista di forza la ribalta in quel GP di Australia, nonostante il compagno Damon Hill vincitore alla guida della Williams FW18.



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elbourne 1996. Jacques Villeneuve faceva il proprio debutto al volante di una Williams, più conosciuto al pubblico europeo per il proprio cognome che per il proprio curriculum. Con questo non si intende che non disponesse di un palmares di tutto rispetto, ma in un'epoca senza internet bisognava essere molto nerd per conoscere i successi nordamericani del pilota canadese, già vincitore della Indy 500 e di un titolo Indycar.

Debuttava al fianco di Damon Hill, secondo classificato nei mondiali 1994 e 1995, pilota a cui mancava ancora il mondiale, ma già considerato piuttosto rispettabile. Ai tempi l'ultimo campione di Indycar a fare il grande passo verso la Formula 1 era stato Michael Andretti, con risultati non esattamente brillanti. Era lecito non aspettarsi un Villeneuve al centro dell'attenzione... ma il pilota del Quebec aveva altri piani per quella sua prima apparizione.
Un rookie in pole position all'esordio non si vede tutti i giorni, nella storia della Formula 1 ci sono riusciti solo in due, se si esclude l'epoca in cui la Indy 500 valeva come gara del mondiale di Formula 1: Carlos Reutemann in Argentina nel 1972 e, appunto, Jacques Villeneuve in quella prima Albert Park dell'era moderna. Nessun altro, negli ultimi venticinque anni, si è mai avvicinato all'eguagliarli, con tutta probabilità, uno dei record più difficile da far tramontare.

Se quanto accaduto al sabato poteva essere un caso, di domenica dimostrava di non avere affatto l'intenzione di farsi da parte. Partiva davanti a tutti, lì rimaneva dopo l'imbuto della prima curva. Facile al volante di una Williams FW18, potrebbe osservare qualcuno, forse non troppo facile, tuttavia, rimanere davanti a un compagno di squadra decisamente più esperto e con una gran voglia di vincere quel mondiale sfuggito nelle due stagioni precedenti.

La favola del rookie arrivato dagli ovali era destinata a durare poco più di metà gara quando la sua FW18 accusava una perdita di olio motore, l'incipit di una agonia da trascinare sino alla bandiera a scacchi, cedendo per causa di forza maggiore la posizione a Hill. Al termine della gara distava trentotto secondi dal compagno di team, tenacemente chiudeva la gara in seconda posizione, ottenendo comunque il podio al debutto.
La sua storia è ben conosciuta: la sua prima vittoria sarebbe arrivata soltanto un mese e mezzo più tardi, in occasione della sua quarta partenza. Purtroppo per lui, anche l'undicesima e ultima affermazione non sarebbe stata tanto lontana nel tempo, conseguita a settembre dell'anno successivo, soltanto un mese prima della conquista del suo unico titolo mondiale: il suo roseo debutto l'ha rimbalzato all'apice, sulla traiettoria di una parabola a corta gittata.

Noi appassionati relativamente giovani ce lo ricordiamo meglio alla B.A.R. Honda. I suoi risultati, se considerati in proporzione al mezzo, erano comunque di tutto rispetto, ma non ha mai avuto la personalità adatta per apparire come l'eroe costretto dalle circostanze a guidare un'auto al di sotto del proprio valore. I suoi successi passati sono stati spesso dimenticati, se non quando sfruttati come termini di paragone.

Dopo Villeneuve, il successivo pilota a salire sul podio nel gran premio d'esordio è stato Hamilton, terzo in Australia nel 2007. Esordio simile, per i due, ma carriera molto diversa: Lewis, infatti, in questo 2020 punterà al suo settimo titolo: all'età del pilota di Stevenage, il campione del mondo 1997 puntava a un ingaggio presso un "team" di grande prestigio come Stefan GP...

Milly Sunshine.

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“Coronavirus da F1”
• Formula 1 • Calendario da 25 gare, anche no.


f1-calendario-25-gare-redf1gp| F1 Calendario ??? - FOTO BY @F1 |
"Come fai a non volere 25 gare all'anno? Se la pensi così, non sei un vero appassionato." Chi non ha mai letto o sentito un simile commento? Sperando apparteniate a questa ristretta cerchia di individui e che la vostra passione non venga messa in discussione ogni qualvolta osate avere dubbi sulle solide basi su cui la Formula 1 odierna si fonda, vi invito a scoprire una serie di valide ragioni a sostegno della teoria del "sì, 25 gran premi in calendario potrebbero essere troppi".



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ino agli anni '80/'90 si svolgevano circa 15 gran premi l'anno, una grande quantità in meno di quella che Liberty Media vorrebbe per il prossimo futuro. È giustissimo che la storia e le tradizioni della F1 non vengano sempre dipinte come sacre, anche perché basta andare indietro ancora di qualche decennio quando la "sacralità" della quindicina di appuntamenti stagionali poteva costituire un'evoluzione disprezzabile. Tuttavia tra i 15 gran premi di un tempo e i 25 del futuro potrebbero esserci delle mediazioni: la media aritmetica dà 20, tra le tre, forse l'opzione più adeguata.

Ciò non significa che l'appassionato medio non sia desideroso di vedere gran premi e di viverne le emozioni. La bellezza di un gran premio non sta solo nell'evento in se, ma anche nella sua non scontatezza, probabile tombale routine da tutte le domeniche. L'attesa, questa sconosciuta, aumenta il desiderio, la tensione, il pathos. Lascia più tempo per fare le proprie valutazioni e, addirittura, anche per prolungare qualche tipico flame per almeno l'arco di due settimane.
Parliamo poi delle questioni pratiche: gareggiare in ogni parte del mondo comporta anche una serie di questioni logistiche da non sottovalutare. In più la Formula 1 si è data come obiettivo quello di diminuire le emissioni inquinanti nei prossimi dieci anni... e le emissioni prodotte dalle monoposto sono la parte minoritaria, sostituire gli attuali carburanti con versioni più ecologiche, magari realizzati con le alghe, non servirà allo scopo. Difficile realizzare un obiettivo già prefissato aumentando le trasferte, e la relativa, illogica lievitazione dei costi nell'ottica del budget cup dal 2021.

Altra questione gestionale non indifferente: un calendario troppo ricco non lascia spazio per eventuali slittamenti: pare già difficile trovare un buco disponibile nella stagione da 22 GP per riprogrammare la Cina, tappa rinviata a data da destinarsi a causa dell'emergenza coronavirus e, se dovessero essere rinviate altre gare per la stessa ragione, la situazione si complicherebbe ulteriormente.

Inoltre, perché 25 gran premi senza alcun test e non 20 intervallati da qualche sessione ufficiale? Oppure, soluzione bizzarra ai giorni nostri, perché non qualche "non championship race" in cui, ecco, far gareggiare tester e piloti dei junior team, per permettere loro di accumulare chilometri al volante di una F1? Ciò riempirebbe i momenti di "vuoto" di un calendario con "solo" 20 gran premi, pur significando emozioni decontestualizzate.
Altra problematica di rilievo è quella delle tanto disprezzate sovrapposizioni. Siamo lo stesso pubblico che pochi anni fa si indignava per la concomitanza del GP di Baku nello stesso fine settimana della 24 Ore di Le Mans, vogliamo davvero un calendario più denso, con sempre maggiore possibilità che si verifichino simili circostanze? Sembra un po' un controsenso pretendere una tale densità di appuntamenti del mondiale senza pagare alcun prezzo.

"Ma gli appassionati hanno il diritto al loro incontro settimanale con il motorsport." Può darsi, ma per tale proposito basterebbe una migliore combinazione delle date dei vari campionati e una maggiore promozione delle altre serie, siano esse formule minori, oppure dirette "concorrenti" della Formula 1. Ecco una strada utile anche a mettere fine alle "guerre" tra appassionati di F1, di Indycar, di endurance, e chi più ne ha, più ne metta.

Le soluzioni per "riempire il vuoto" sono tante e, anche noi stessi, ogni tanto dovremmo farci delle domande: le gare sono noiose, non sono più quelle di un tempo, però ne vogliamo 25, quando basterebbe spulciare Youtube per rivedere qualche gara del passato, anche solo per cultura personale. Quando non abbiamo "nulla da guardare", troviamolo, vuoi una competizione di un altro campionato o un vecchio GP commentato dalla voce di Murray Walker. Mancherà l'HD, ma non ci soffermiamo su queste sottigliezze, vero?

Milly Sunshine.

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“Indy-karma”
• Formula 1 • Alonso Fernando, destino di un genio


alonso f1 indy 2020 redf1gp| Fernando Alonso in posa alla Dakar - FOTO BY Automoto |
Dopo la vittoria del campionato di endurance e di due edizioni della 24 Ore di Le Mans, Fernando Alonso ha ancora un obiettivo dichiarato: vincere la Indy 500, cosa di per sé non troppo facile, ma resa ancora più difficile dal faticare a trovare un volante: la "clamorosa notizia" di questi ultimi tempi è il veto di Honda a una entry per il team Andretti, squadra con cui, in partnership con la McLaren, l'ex ferrarista gareggiò nel 2017.



Partiamo da un dato di fatto: in questo veto di clamoroso non c'è nulla. Non perché le polemiche tra Alonso e il motorista giapponese, risalenti ai tempi della McLaren in Formula 1, dovessero per forza portare a questo risultato. Piuttosto, viene dipinta come una novità assoluta una notizia che può stupire soltanto chi nell'ultimo anno, non ha seguito per niente le vicissitudini del pilota di Oviedo.

Lasciata la F1 al termine della stagione 2018 (si dice solo provvisoriamente e un giorno sì e un giorno no si parla del suo ipotetico ritorno nel 2021, dato che ormai è troppo tardi per il 2020), il suo futuro è stato da subito chiaro e definito: nel 2019 avrebbe partecipato alla 500 miglia di Indianapolis, ancora una volta con i colori della McLaren. La scelta più ovvia era un'ulteriore partnership con il team Andretti, come nel 2017, scelta tuttavia destinata a non concretizzarsi.

Perché la squadra di Michael Andretti ha detto di no? Non certo perché non fosse rimasta impressionata dalla capacità del due volte campione del mondo di Formula 1 di adattarsi agli ovali o dal suo passo gara. Non certo perché non fosse un buon investimento dal punto di vista mediatico: grazie alla presenza di Alonso in una sola gara del campionato, il campionato stesso ne ha tratto un'enorme risonanza anche in Europa. Allora perché no? Semplice, perché Honda era già contraria.

L'anno scorso la conseguenza è stato un team indipendente, McLaren-Chevrolet, che ha iniziato poi a collaborare con la Carlin: due scelte che hanno avuto i loro risvolti negativi, in primis una vettura incapace di andare oltre la posizione 34 in una qualifica che dà l'accesso alla griglia di partenza a sole 33 vetture, un episodio quasi paradossale, trattandosi del pilota che, pur non prendendo parte alla serie in pianta stabile, adombra qualsiasi altro pilota Indy full-time.

Il veto di quest'anno della casa giapponese non ha nulla di clamoroso proprio alla luce degli eventi di un anno fa: è solo un ripetersi, con qualche variante, della stessa storia, mentre di certo non si ripeterà un altro tentativo di qualifica al volante di una vettura di un team che non possa offrire almeno la garanzia della qualificazione. Il problema a cui l'ex pilota della Ferrari è destinato ad andare incontro è la grande importanza di Honda, non solo per il team di Andretti.

Se in Formula 1 un veto di Honda potrebbe precludere allo spagnolo al massimo un ingaggio da parte della Red Bull o della Alpha Tauri, entrambe opzioni abbastanza improbabili visto il loro orientamento al junior team, in Indycar ci sono soltanto due motoristi, Honda e Chevrolet: inizia ad essere molto più difficile trovare un sedile da "sfruttare" per vincere finalmente l'agognata Triple Crown, con il motorista giapponese fornitore di motori per circa metà schieramento Indy.

Da un lato Honda sta mettendo i bastoni tra le ruote a uno dei piloti più mediatici e indirettamente marketing-friendly, dall'altro ci sono buone probabilità che Alonso sia costretto a guardare la Indy 500 da casa, sia tenendo conto che Andretti fosse l'opzione migliore per una entry one-off nella stagione 2020, sia per le altre eventuali opzioni che potrebbero essergli precluse. Antipatico pensare a un futuro senza un ritorno di Fernando a Indianapolis?

Effetti collaterali di un percorso fuorviante preso anni addietro? Il suo estro nei team radio gli avrà anche portato più sostenitori tra il grande pubblico, proprio con certe manifestazioni di critica non costruttiva. Prendendo spunto da quella pesante esternazione di Suzuka, e non solo, lamentarsi di correre in GP2 non è stata esattamente un'azione da genio. Il silente boicottaggio Honda sta mostrando ancora oggi i tangibili e duraturi effetti: Indy-karma.

Milly Sunshine.

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“Backmarker Drivers”
• Formula 1 • L'alone controverso delle donne al volante


f1 w series driver redf1gp| W Series Driver - FOTO BY @WSeriesRacing |
“Non vogliamo grid girl, vogliamo donne al volante!” Questa è una costante che ci ha accompagnati specialmente negli ultimi anni, a confondere due questioni molto diverse l’una dall’altra: l’uso "decorativo" di donne che l’hanno scelto per mestiere, ma in un contesto che non ha un nesso con la moda, e quello del numero ridotto di women drivers sulle griglie di partenza dei campionati motoristici. Se la prima è una questione ormai archiviata, specie per la F1, la seconda non lo è.



T
alvolta si parla dell’eventualità che un giorno ci sia di nuovo una donna al volante di una F1 in un weekend di gara, preferibilmente come titolare e magari non sulla monoposto meno altolocata dell’intera griglia di partenza. È un argomento di discussione soltanto occasionale, che si intensifica quando si parla di serie minori, laddove qualche ragazza c’è, non certo per alimentare la tematica “donne al volante”. Un taboo da sfatare, corredato da relative interpretazioni un po’ contorte della realtà.

Prendete una ragazza e mettetela al volante di una monoposto. State certi che, ovunque si piazzi nell’ordine d’arrivo e in classifica, l'attrattiva mediatica risulterà maggiore che sui suoi corrispettivi maschili dai risultati analoghi. Questo ha i suoi effetti, spesso quello di vedere la singola persona come ambasciatrice di un intero genere. Se ha risultati in linea con le aspettative, è un bene per tutte le donne. Se fallisce... “Se non ce l’ha fatta lei, non ce la possono fare nemmeno le altre”.
Ragionamento campato in aria, questo è poco ma sicuro, forse sessista, ma fino a un certo punto. Spesso e volentieri lo si sente uscire dalla bocca di anti-sessisti vari ed eventuali: “ehi, ragazzina, ricordati che devi dimostrare di essere all’altezza di tutti i ragazzi contro i quali gareggi, in nome della parità dei generi in un ambiente prettamente maschile... se non ce la fai, sei una traditrice della causa e non meriti il nostro rispetto”.

Se c’è una serie di regole da rispettare per mettere pressione gratuita, questa deve essere senz’altro la prima. Se non è facile per nessuno, né ragazzi né ragazze, progredire nel mondo delle competizioni automobilistiche, la differenza abissale è che spesso alle donzelle viene quasi “imposto” di essere delle role model. Un evento negativo che le riguardi, sia dentro sia fuori dalle piste, può essere considerato come panacea per una ulteriore opera di stereotipazione di massa dell'universo femminile da pista.

Ogni medaglia che si rispetti ha due lati. Accanto a un maggiore accanimento da parte del grande pubblico, la "W Driver" che supera i primi anni di carriera può avere dei vantaggi, ritrovandosi al centro di manovre promozionali che aprono le porte a maggiori possibilità di sponsorizzazione e ingaggi. L’immagine, tuttavia, vive di una certa bivalenza: pseudo-modelle per attrarre il tifoso maschio, parimenti, in nome di un’apertura mentale utile per il marketing, ragazze acqua e sapone in cui le tifose possano identificarsi.
A proposito di medaglie, la reazione comune ai risultati delle ragazze in competizione nei campionati di automobilismo è sempre piuttosto bizzarra. Da un lato ci sono quelle che hanno il favore del pubblico: glorificate per avere ottenuto qualche podio occasionale in campionati i cui vincitori sono stati ufficialmente etichettati come niente di speciale, magari esaltate per delle top-ten in stagioni da poco più di dieci vetture in pista...

Dall’altro, ci sono quelle che proprio non vanno giù: se ottengono tutte top-ten, sono derise perché non sono andate a podio. Se vanno a podio sono insoddisfacenti perché non hanno vinto. Se vincono, non hanno vinto abbastanza, e allora: “Ragazzina, ricordati di dimostrarti all’altezza dei ragazzi, ma allo stesso tempo cerca di non essere mai più di una backmarker, altrimenti anche le altre dovranno vincere, per reggere il paragone con te”.

I tempi cambiano, la mentalità si evolve, ma rimane sempre un grosso scoglio da superare: non importa se una donna è sola a competere contro soli uomini, verrà sempre paragonata, a volte tra le righe, a volte come target, ad altre colleghe. Tenderà ad essere esaltata soprattutto se sarà nelle retrovie, purché faccia tempi dignitosi. “Niente grid girl, no alle ragazze immagine”. Sì, discorso pienamente condivisibile, se si tenta almeno di non considerare una decorazione chi prova a consacrarsi pilota donna.

Milly Sunshine.

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F1 | GP Focus

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