ORARI TV
SKYSPORTF1HD
Giovedi 20 Maggio

Libere 1 Ore 11:30 - Libere 2 Ore 15:00
Sabato 22 Maggio
Libere 3 Ore 12:00 - Qualifiche Ore 15:00
Domenica 23 Maggio
Gara Ore 15:00

DATI CIRCUITO
umero di giri 78
Lunghezza circuito 3.337 km
Distanza di gara 260.286 km
Giro record 1:14.260
Max Verstappen (2018)
ALBO D'ORO PILOTI
VITTORIE
Schumacher, Hamilton 6
Prost, Mansell, Hakkinen 3
Senna, Räikkönen, Alonso 2
Vettel, Verstappen 1
Button, Rosberg 1

POLE POSITION
Schumacher 7
Hamilton 6
Senna 4
Häkkinen, Räikkönen, Rosberg 2
Mansell, Prost, Alonso 1
ALBO D'ORO COSTRUTTORI
VITTORIE
Ferrari 12
McLaren 8
Williams, Mercedes 7
Lotus 6
Red Bull 3
Renault 1

POLE POSITION
Ferrari 13
Mercedes 9
McLaren 8
Williams 6
Lotus 5
Red Bull 2
Renault 1
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“Contadino errante”
• Formula 1 • Vettel col tosaerba Aston Martin


sebastian vettel f1 aston martin redf1gp| F1, Sebastian Vettel, Aston Martin F1. - FOTO BY @AstonMartinF1 |
Non importa che se ne parli bene, l'importante è che se ne parli. Quante volte l'abbiamo sentito ripetere? Sarebbe interessante, a questo proposito, avere il parere di uno dei piloti iscritti al mondiale 2021, avendo costui mostrato la spiccata tendenza ad essere sempre e comunque al centro dell'attenzione... e di solito mai per le giuste ragioni. Si tratta ovviamente di un certo Bond Boy vestito di verde altresì conosciuto con il nome di Sebastian Vettel.



C
onosciamo tutti la storia dell'allevatore di galline più veloce delle campagne svizzere, anche perché, di fatto, è da ben tre lustri che ce lo ritroviamo da un lato o dall'altro della griglia di partenza, al punto che ha già girato per la metà delle scuderie che prendono parte al mondiale. Passando alle cronache, di recente, più per l'eleganza dei suoi occhi azzurro shocking che per le sue doti velocistiche. D'altronde i numeri parlano, non solo quelli positivi come vorrebbero i suoi sostenitori.

Il "contadino errante" di Heppenheim vanta nel suo curriculum un discreto numero di vittorie e titoli mondiali, ma anche dettagli agghiaccianti, come i punti totalizzati nel mondiale 2020: sono stati inferiori a quelli ottenuti in Toro Rosso, nel mondiale 2008, stagione nella quale si correva ancora con il vecchio sistema di punteggio, nella quale con il successo al Gran Premio d'Italia ottenne meno punti di quelli del suo terzo posto in Turchia 2020. Insomma, risultati che, anche senza confronti con compagni di squadra e predestinati vari, tendono verso l'imbarazzante.
In tutte le situazioni negative, tuttavia, c'è anche qualcosa di positivo da raccogliere: il nostro eroe dagli occhi blu, in tuta verde e casco bianco a strisce rosa, ha lasciato intendere che il 2021 sarà l'anno della sua rinascita, quello in cui metterà a tacere una volta per tutte i suoi detrattori e in cui porterà la "Force India o come si chiama" sul tetto del mondo. O quantomeno, col tosaerba Aston Martin spera di ottenere risultati da Force India, per dare un senso alla sua permanenza nel campionato di Formula 1. Finora c'è stato un solo gran premio, ma sembra già essersi avviato nella direzione contraria.

Si tratta solo di un gran premio, diranno adesso i suoi sostenitori, alcuni dei quali hanno addirittura voltato le spalle alla Rossa vista come la causa dei suoi insuccessi. E infatti è proprio così: si tratta di un singolo evento, il quale non merita una reazione complessiva così negativa. Il nostro caro "campagnolo" ha dalla sua parte varie ragioni per cui essere molto felice di come la situazione stia volgendo a suo favore, perché quello che conta a volte non è il risultato, ma la soddisfazione personale... e deve essere piuttosto soddisfacente emulare il proprio idolo.

Forse i più giovani non lo sapranno, ma l'idolo di Sebastian Vettel è Michael Schumacher, al giorno d'oggi celebre per avere non solo generato un pilota Haas, ma essere riuscito addirittura a generare quello che, tra i due piloti Haas, ha dimostrato di avere la testa sulle spalle e di avere un'idea di come si comportino le persone civili. Gli appassionati più datati potranno senz'altro elencare a quelli più giovani che il nostro MSC, in carriera, ha avuto un palmares di un certo rispetto.
Palmares rispettabile, tuttavia dimenticato dai suoi sostenitori più "da bar", divenuti suoi detrattori, nel triennio tra il 2010 e il 2012. Traditore della Ferrari, indossatore di caschi dalle tonalità disprezzate (quantomeno su un pilota Mercedes), vecchio cieco che combinava disastri nei gran premi in notturna, non distinguendo più il giorno dalla notte... Queste erano solo alcune delle accuse che gli venivano rivolte, quando sulla bocca dei ferraristi c'era più lui, traditoreeeehhh Ferrariiiihhh, che i piloti vestiti di rosso in quel periodo.

Ecco, se non nei risultati, quantomeno l'ha emulato nell'attenzione perenne dei detrattori ferraristi che si è portato dietro cambiando scuderia. Non porta lo stesso casco che aveva in Ferrari, ma no problem, lo si può criticare perché non lo porta e perché ha scelto un colore visto dai più come imbarazzante (i verihhhh uominihhhh non portano il rosahhhh, quello va lasciato alle Bond Girl)... non restava che la cecità nei gran premi in notturna. E infatti in Bahrain non si corre esattamente di giorno.

L'inizio è stato negativo (raggiungendo il culmine nella telecronaca italiana, quando il Vanz aveva la pretesa che, pur non essendo - ancora - doppiato, lasciasse sfilare le altre vetture), ma il mondiale è ancora lungo e per ora parla comunque a suo favore: i prossimi gran premi in notturna sono ancora molto lontani, esiste ancora la possibilità di salvarsi dalle tenebre. In alternativa, dovrà optare per un altro tipo di carriera, ad esempio contemplare le mucche al pascolo, fregandosene di articoli e post critici in negativo. Cosa che forse avrà fatto anche nel momento in cui venivano scritte queste righe.

Milly Sunshine.

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“Non è un paese per Vettel”
• Formula 1 • GP di Turchia: Dai misteri Ferrari alla speranza Aston Martin


turchia 2020 f1 vettel ferrari istanbul redf1gp| F1 Turchia 2020, Sebastian Vettel - FOTO BY essentiallysports.com/ |
Istanbul. Un circuito rimasto nel cuore degli appassionati, nonostante faccia parte dei tracciati moderni, tendenzialmente odiati. Pioggia, asfalto scivoloso ai limiti di una commedia slapstick. Un “caso Stroll” e un Hamilton sette volte iridato. La Ferrari si è presentata alla domenica turca con un Vettel capace di mettere in scena una prestazione profonda che segna il suo passaggio emotivo verso il futuro in Aston Martin.

Pronti. Partenza. Via. Al volante di una rossa non all’altezza di quelli che erano i piani Ferrari, una macchina lontanissima dalla grazia prestazionale della SF71H, Sebastian parte alla grande e inizia a costruire, in rimonta, con la rinomata pazienza che lo ha sempre caratterizzato in gara, una prestazione che entrerà nella storia, se non dei numeri che contano, almeno di quelli che tracciano emozioni. Sorpassi, ritmo da vincitore, tornata dopo tornata, con costanza e nessun errore.

Un bonus maligno: una sosta ritenuta da molti non necessaria, quantomeno non indispensabile. È chiaro che, senza quella sosta, cronometro alla mano avremmo potuto vedere un Vettel in lizza per la vittoria, pronto senz’ombra di dubbio a “rovinare” il festone di Lewis Hamilton. È un’ipotesi, che deve tener conto di due fattori legati fra loro: la “resistenza” delle intermedie Pirelli, e la capacità di Hamilton di trarre dalle stesse gomme prestazioni spettacolari. Montecarlo 2016 ci insegna, come opera maestra, quanto Lewis sia in grado di giocare con gomme consumatissime e non adatte alle condizioni dell’asfalto.
Vittoria sfumata per Vettel, dunque? No, è tutta teoria, ma siamo comunque di fronte a un segnale, questo tutt’altro che teorico. Un messaggio in mondovisione nella domenica in cui Binotto è assente, mancante in ogni senso, fisico e psicologico, tanto da permettere a Sebastian di riesumarsi, nelle sue solite vesti di mattatore – al pari comunque di un grande Leclerc – per ottenere un podio a rotta di collo, all’ultimo giro, praticamente all’ultima curva. Coincidenza? Binotto non sarà certo il responsabile di un generale disagio di Vettel sulla “Ferrarina” 2020 ma resta – e la gara turca lo dimostra – un elemento di disagio psichico per il pilota tedesco. E forse non solo per lui.

Lo show perfetto di Vettel si conclude in pit-lane, al termine della gara, quando il numero 5 della Ferrari va a complimentarsi con il sette volte iridato Lewis, in un’immagine di superba bellezza, di rara rappresentazione di verum homini. Una riconciliazione speciale che lascia aperta la porta a una duplice interpretazione: quella di un presagio di addio, vuoi per i ritardi contrattuali di Lewis, vuoi per un eventuale prossimo ritiro di Sebastian, qualora Aston Martin dovesse rivelarsi un calesse, ma anche una possibilità più sublime, irriverente e intrigante di un Seb pronto a una nuova sfida proprio contro Lewis.

Per ora, il tedesco è a quota quattro, contro i sette titoli di Hamilton. Un distacco non indifferente, anche considerando il probabile valore della Mercedes 2021 che sarà probabilmente, ancora una volta, la vettura dominante. Tuttavia, se vogliamo lasciarci andare a qualche spunto narrativo differente, non è da escludere che il team di Stroll possa realmente restare lì davanti, a distanza di sicurezza dalla Mercedes, ma in lizza con la Red Bull per un eventuale secondo posto tra i costruttori. Questa ipotesi ci riporta, attraverso un’allettante sospensione onirica del tempo e dello spazio, a quel 2015 di Maranello, con un Vettel pronto a ripartire dopo una conclusione non brillante in Red Bull, su una vettura non ancora capace di ostacolare il dominio di Stoccarda, ma adatta a vincere un tris di gare.
A queste considerazioni va aggiunto un dato anagrafico: Vettel è (di poco) più giovane di Lewis, è non da escludere che possa continuare la sua carriera nella massima categoria motoristica per due o tre anni dopo il ritiro dell’inglese. Sembra una sfida a distanza – oltre quella tête-à-tête velatamente annunciata – in cui Vettel potrebbe realmente tentare, su una Aston Martin ancora da scoprire, ma senza dubbio promettente, per i termini economici e i marchi coinvolti, di raggiungere quel vertice dell’albo d’oro che Hamilton ha appena conquistato.

Resta, per l’appunto, la sola incognita Aston Martin. Un “mistero” non di poco conto, certo, che non regge però il confronto enigmistico con il grande cruciverba di Maranello: perché Seb è sembrato, più che un campione, un’evanescenza, uno spirito errante poco competitivo durante tutta la stagione? Perché si è “risvegliato” nella gara più complessa dell’anno e perché, “stranamente”, proprio nel week-end dell’assenza (anch’essa un pelino misteriosa, nonostante le motivazioni ufficiali fornite dalla Ferrari) del team principal?

Una cosa è certa: il 2020 ha confermato che Maranello non è un paese per vecchi, tantomeno per Vettel. Nonostante l’amore, in parte contraccambiato, ma spesso (specialmente negli ultimi anni) a senso unico, Sebastian è rimasto solo, in un luogo che non ha mai nascosto di prediligere i giovani, i “nuovi”, e di saper cestinare i “vecchi” con una facilità ai limiti del disumano. Un’applicazione di un modello anglosassone in salsa italiana: una miscela per nulla invitante, rispetto a quella di un team in crescita che, dall’anno prossimo, sfoggerà uno dei più bei marchi motoristici: Aston Martin.

Claudio Santoro.

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“Priorità antropica”
• Formula 1 • Quel legame necessario tra Vettel e Schumi


sebastian vettel ferrari piloti 2020 redf1gp| F1, Sebastian Vettel, Ferrari - FOTO BY @SebVettelNews |
Alla fine è andata. Qualcuno se l’aspettava, tanti hanno gufato, al pari di quelli che, al contrario, credevano nell’amore indissolubile, doloroso ma “necessario”, tra Sebastian Vettel e la Ferrari. Un cordoglio, quello seguito all’addio tra il quattro volte iridato tedesco e Maranello, che ci porta a riflettere sugli amori effimeri della F1.



I
n principio fu il Kaiser e il Kaiser era presso la Benetton. All’epoca il tedesco non era ancora stato investito di tale titolo imperiale, vi erano tutte le premesse per una nuova epopea rossa. Eppure, tra Schumi e la Ferrari non esplose quell’istantaneo colpo di fulmine che a tanti piace raccontare oggi. Vi fu una immediata stima reciproca, questo sì, una consapevolezza marcata dei valori in gioco: da un lato quelli del pilota, giovane e ambizioso bicampione del mondo, dall’altro quello di una squadra prestigiosa per tradizione e capacità di rinnovarsi.

Da lì l’inizio di tutto, a cominciare dalla pista, in un 1996 caratterizzato da risultati persino al di sopra delle aspettative e delle possibilità puramente tecniche e fisiche. L’amore, quello che fa riscaldare i cuori, quello buono per un racconto a tinte rosa, sarebbe arrivato più tardi, dopo il primo sudatissimo titolo all’alba del terzo millennio. Stima, dunque, e tanta fatica, furono le basi di quello che oggi viene presentato come un idillio ma che fu, prima di ogni altra cosa, un serissimo e faticoso connubio professionale.
Ed è così che deve necessariamente essere. Nulla di strano, nulla di nuovo. Altri legami, ugualmente degni e affascinanti – si pensi al rapporto umano e tecnico che ha visto protagonisti Senna e la McLaren – si sono alimentati dello stesso furore sportivo, della stessa “necessità” tecnica e agonista. L’affetto e le simpatie sono fasi successive, per certi versi accidentali, laddove la produttività di un rapporto conta più delle sue implicazioni romantiche. Così Ayrton lasciò la McLaren con le lacrime agli occhi, ma pronto ad aggredire la pista su quella che sarebbe dovuta essere una imbattibile Williams.

È stato così per Lauda e Prost, gli “antipatici” della F1, gli antisentimentali, i presunti calcolatori. Forse sarebbe stato così anche per Schumacher se non fosse capitato quell’evento capace di scuoterlo dentro e di portarlo di fronte a una sfida superiore, dotata d’un fascino più forte, di un dramma personale, in definitiva di una “responsabilità” ben maggiore di quella che dovrebbe scatenare una sfida per il titolo: il conflitto interiore, l’abbandono ai propri bisogni umani, quasi primari, affettivi.

Per Michael fu l’urgenza intima di affrontare il fantasma di Ayrton sull’unico territorio in cui avrebbe potuto sconfiggerlo: quello dell’ipotesi, dell’anfiteatro onirico, una dimensione parallela percorsa al volante di una Ferrari e di un sogno che il brasiliano non ebbe il tempo di realizzare. Ecco che la sfida tecnica si tramuta in qualcos’altro e solo in questa nuova dimensione incontra il suo senso, la sua Weltanschauung, il movente che va oltre la regolare concezione di amici e nemici, che tramuta gli indirizzi e le scelte, che sposta il baricentro dell’esistenza verso un azzardo, un paradosso o, che dir si voglia, una follia.
Al di fuori di questa guerra personalissima – e per certi versi antisportiva, senza dubbio fortemente egocentrica – nella F1 non vi è mai stato troppo spazio per l’amore tra i piloti e le scuderie. Vi sono solo rarissimi casi, come quello tra Gilles Villeneuve e la Ferrari, vicende che spesso sono state toccate dal dolore, dal male delle incomprensioni, sintomi questi d’un amore teoricamente impossibile e dove qualcuno deve per forza rimetterci qualcosa. Lo stesso amore, forse, che ha toccato Sebastian, in principio appagato da quattro mondiali giunti troppo presto.

Quale sfida accogliere per non mollare? Quale desiderio proibito inseguire per non dover rinunciare, giovanissimo, a quell’innato bisogno di superare i propri limiti, di rintracciare un fenomeno superiore? La strada, in un certo senso, era già stata disegnata per lui da un altro tedesco. Bisognava solo avere il coraggio di intraprenderla. E nei suoi anni in rosso, Sebastian è comunque riuscito, pur senza raggiungere l’iride, a creare una sua romanza, un nuovo pezzo di storia che segna la vita di questo sport.

La nuova strada sembra un cerchio che si chiude, a bordo di una macchina motorizzata Mercedes, marchio imprescindibile nella vita di Schumacher. Eppure, Aston Martin significa, sopra ogni cosa, una conclusione individuale di Sebastian Vettel, l’uomo dei record precoci, di una giovinezza volata via e di un talento naturale che ha bisogno più che mai di riesplodere nella piena maturità di un uomo profondo.

Claudio Santoro.

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“Anti-social Identity”
• Formula 1 • Sebastian Vettel, intorno al pilota


sebastian vettel ferrari piloti 2019 redf1gp| F1, Sebastian Vettel, Ferrari - FOTO BY RaceFans |
Gli anni passano per tutti, ma per i piloti trascorrono più in fretta: il passo da enfant prodige a trentenne decrepito è molto breve. I record di precocità vengono spesso battuti ed è difficile per i "nonni" continuare a esprimersi. Tuttavia, quella vecchia mummia di Sebastian Vettel, ancora detentore del record di più giovane pole-man di sempre, viaggia tuttora verso un record: probabilmente sarà l'ultimo pilota ad annunciare il proprio ritiro non sui social ma in una conferenza stampa.


A
rrivato in Formula 1 con il ciuccio (è arrivato direttamente dalla Formula 3 Europea, i cui sbocchi principali, in anni recenti, sono stati GP3 o GP2) sembra non essersi reso conto dell'evolversi dei sistemi di comunicazione anche se, indirettamente, senza social si può comunicare, nello specifico "sono vecchio dentro, perché la mia ambizione è somigliare a Michael, anche se ho ereditato la Red Bull del suo amico Coulthard, pur non avendo lo stesso successo con le donne!"

Anzi, il successo con le donne potrebbe averlo, se non fosse sposato con la fidanzatina delle scuole medie, con la quale sta producendo eredi a ritmi molto veloci. Eppure, con le donzelle, qualcosa smuove: l'insulto più comune tra gli appassionati di motori è "vettelina", attribuito a caso a chiunque non tifi spudoratamente per qualsiasi altro top-driver, termine per identificare le traditrici del vero fascino, quelle che snobbano quel fustacchione di Norris. Il giovane Lando ne ha sicuramente più di Vettel... in quanto a acne al debutto.
Passato per la BMW Sauber per la durata di un battito di ciglia, il Prepensionato di Maranello ha trascorso la propria carriera tra Toro Rosso, Red Bull e Ferrari. Il momento più edificante nel 2008, quando si è ritrovato a tu per tu con Bourdais, appena arrivato dall'America:
"Dov'è finito Liuzzi? Chi sei?"
"Sono uno che ha vinto quattro titoli di fila in Champ Car e non intendo più vincere nient'altro."
"Che brutta cosa, e se da adulto diventassi il Bourdais della Formula 1?"
"Guarda al lato positivo, diventerai famoso e tutti ti riconosceranno ogni volta che uscirai di casa."
"Ma sono timido! Devo trovare un modo per nascondermi, fino all'ultimo giorno della mia carriera."


Il giorno in cui la sua carriera finirà è un argomento di grande interesse, divenuto il principale oggetto di dibattito della Formula 1 odierna da quando, rimasti orfani di Button, abbiamo dovuto eleggere un altro candidato al ritiro imminente. Con Raikkonen non ha funzionato: secondo le leggende metropolitane intende correre fino a sessant'anni. Vettel, invece, si ritirerà domani... o dopodomani... insomma, tra poco. Solo, ha dozzine di caschi da appendere al chiodo, quindi è impegnato a piantare chiodi.

Il suo hobby è cambiare caschi (perché è timido e non vuole essere riconosciuto, appunto), ma secondo il regolamento si può cambiare design una sola volta all'anno, regolamentohhhh infrantohhhh con il benestarehhhh della FIAHHHH, Ferrarihhhh favoritahhhh!!111!!11!! ...o forse no. O meglio, il diritto di veto esiste, ma qui si tratta di un semplice buco nel regolamento, che afferma che si possono cambiare i colori del casco una sola volta all'anno. Però, avendo la fortuna di portarne uno con i colori di quello di Bernd Schneider, si può indossare un casco identico a quello dell'ex pilota della Zakspeed.
In alternativa si possono aggiungere e togliere elementi: c'è da sorprendersi che non siano comparse luci di Natale per il Gran Premio di Singapore. Però anche Abu Dhabi è in notturna, quindi mai dire mai. Pur sempre reattivo con i caschi, nonostante la vecchiaia che avanza, probabilmente porta il suo designer ovunque vada per correre: in Giappone, in barba a simbologie subliminali sull'imperialismo giapponese, roba sconveniente, è bastata mezza giornata per relegare nella giusta finestra quel simpatico ninja impresso in giro per il casco.

Abitudine curiosa, per un pilota che, quando immortalato lontano dalle piste, sembra avere un vestiario monotono incentrato soltanto su camicie a quadri (stile "Woodman", così quando si guarda allo specchio può illudersi di essere Bottas e di guidare una Mercedes). In più, questa sua tradizione sarebbe molto social. Potrebbe fruttargli tantissimi like, se avesse dei profili ufficiali. Ne fruttano molti a chi, spacciandosi per lui, finge di gestirne i profili ufficiali.

Unico pilota attuale a non avere un profilo Instagram, uno dei due Ferrari a non avere Twitter, probabilmente sta prendendo in giro tutti quanti noi, utilizzando in gran segreto profili con nomi fake. Prestiamo quindi molta attenzione: ogni "vettelina" con un linguaggio da scaricatore di porto (magari in italiano, come nei team radio in cui riesce a evitare la censura) che pubblica foto del suo idolo, intento ad abbracciare Raikkonen o Hamilton con grande ardore, potrebbe essere lui...

Milly Sunshine.

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“La nonna, la mamma e la zia”
• Formula 1 • GP di Russia: Vettel, Leclerc, storia da Bar Sport


russia gp 2019 f1 sochi leclerc vettel ferrari gp focus| F1 GP Russia 2019, Sebastian Vettel, Charles Leclerc - FOTO BY @ScuderiaFerrari |
Sochi. Dopo tre vittorie Ferrari consecutive la cavalcata trionfale della Rossa si è conclusa in Russia, dove la gara è terminata con una doppietta Mercedes a causa di un sabotaggio messo in atto da Vettel per impedire a Leclerc di portare a casa la vittoria che gli spettava di diritto. O almeno è quello che ho sentito raccontare al bar... Ripercorriamo questa serie di incresciosi eventi, che hanno condotto Hamilton e Bottas, oltraggiosamente colpevoli di esistere, sui due gradini più alti del podio.

C'era una volta una scuderia nella quale le gerarchie erano ben definite e le posizioni erano congelate. Era tutto meraviglioso e il Signore e Padrone dell'Universo dominava mondiali accompagnato dal suo fedele aiutante, che collezionava vittorie occasionali con lo stesso ritmo con cui il Signore e Padrone dell'Universo collezionava titoli mondiali. Era un modello meraviglioso, che tuttavia non poteva essere replicato all'infinito, ma quella volta che Mr Alcolisti Anonimi vinse il mondiale dimostrò che esistevano anche altri modelli che potevano funzionare. Tuttavia, nel corso del tempo, qualcosa è andato a rotoli, e l'unico modello funzionante rimane Lando Norris, che grazie al suo fascino da uomo vissuto ha convinto tante donzelle a sostenerlo.

Al giorno d'oggi c'è una squadra che annaspa nella confusione più totale, in cui il risultato di gara viene pianificato anzitempo a tavolino: domenica, prima della gara, la nonna di Vettel ha confermato, con la madre di Binotto a fare da tramite, che la zia di Leclerc poteva stare tranquilla, suo nipote, in virtù della posizione di partenza, aveva la leadership garantita vita natural durante, dopotutto era lui il leader della Rossa, con una media di 0,333 punti più di Vettel conquistati nelle prime quindici gare della stagione, nonché più probabile candidato a quel titolo mondiale di cui nessuno parla nemmeno più perché è scontato fin dal giorno in cui la barba di Bottas ha iniziato a funzionare come zavorra rallentandone le prestazioni.
Poi qualcosa è andato storto. Quando si sono spente le luci rosse, il giovane pargolo di Maranello si è leccato le labbra dentro al casco pensando al gusto dello champagne del vincitore. Poi ha iniziato a vedere rosso: il suo compagno di squadra, vincitore di quattro campionati di tombola per pensionati alla sagra autunnale del bollito, aveva osato passargli davanti, nonostante l'accordo stretto dalle zie e dalle nonne del team. A quel punto è iniziata una lunga trattativa radiofonica che suonava più o meno così: "It's ridicolous!!11!!11!!11!! fate indossare immediatamente a Vettel una tuta con i colori della bandiera brasiliana e ditegli di stendere il tappeto, rosso. Solo io posso vincere il GP di Germania 2010!" "Okay, gli riferiamo il messaggio tale e quale." Riferito il messaggio, la risposta è stata di questo stampo: "Piuttosto che prendere parte al GP di Germania 2010 preferisco Ungheria 2008".

A quel punto la power unit di Vettel ha iniziato a cuocere a fiamma lenta, ma ancora non lo sapeva. Percorreva sui cerchioni più giri del compagno di squadra eroe delle folle, in attesa che venisse il momento del suo pit-stop. In cabina di commento c'era chi approvava: tenetelo fermo dieci minuti e mandatelo personalmente a cercare la ruota di Irvine! A quel punto tutto era sistemato: secondo la regola universale che prevede lo scambio delle posizioni dei piloti Ferrari in modo random in molteplici occasioni nel corso della gara, come se fossero figurine di Messi e Ronaldo, il bambino è passato davanti al vecchio pensionato tramite undercut.

Poi, come largamente anticipato, la componente elettrica della power unit di Felipe Massa 2.0 è saltata. Dal box l'hanno avvertito di non rientrare, per evitare di folgorare qualche meccanico e di andare a parcheggiare in fondo, accanto alla toilette. La virtual safety car è uscita dal WC e i piloti Mercedes, partiti su gomme gialle invece che rosse, sono rientrati a quel punto. Tutta kolpahhhh di Vettel, che ha rubato l'attenzione al povero Russell, che avrebbe potuto ispirare teorie del complotto due minuti contati più tardi: pilota junior Mercedes, incidente, safety car, Mercedes che ne approfittano... eh, cosa ci si può fare, non esistono più i giovani di una volta.
Dite a un giovane che è un fenomeno, ditegli che è un predestinato, paragonatelo a ogni soffio di vento a Lauda, Villeneuve, Senna e Schumacher e il ragazzino avrà l'accortezza di smentire. Lui non si sente affatto tale. Però dopo due vittorie inizia già a sentirsi importante, così importante che una posizione non la si conquista sul campo se la si perde, ma si risolve tutto sbraitando via radio. A volte, anche se si è predestinati (cit.), prima di andare a correre contro gli adulti sarebbe opportuno andare a fare un tirocinio in casa Haas, dato che solo Günther Steeeeiiiiner sembra essere in grado di mettere in riga questi bambini arrembanti, che al giovedì chiedono scusa per avere passato la gara precedente a sbraitare via radio e che alla domenica vestono di nuovo i panni dei leoni da team radio e riprendono a lamentarsi come Alonso a Hockenheim. Ma senza due titoli mondiali come garanzia e senza un mondiale da rincorrere in corso d'opera.

Ovviamente esprimere una posizione del genere, al Bar Social viene visto come "silenziare chiunque si discosti dall'opinione dominante". Come se l'opinione dominante non fosse "Leclerc predestinatohhhh sabotato da Vettel!!!11!!!11"... Si parla della libertà di esprimere il proprio parere, poi chi lo esprime viene tacciato di crimini contro l'umanità quali non supportare abbastanza la Ferrari, tifare Vettel, o in caso di donne essere sessualmente eccitate dallo stesso Vettel, che farebbero meglio a stirare invece che a guardare i gran premi. Non gliel'ha detto nessuno, a costoro, che noi del Bar Social, siamo attratte soltanto da Lando Norris? E che magari qualcuna di noi non tifa per il Vecchio Bollito, ma semplicemente per i ragionamenti logici? E a proposito di ragionamenti logici, che se fosse stato Verstappen, ai tempi in cui la Red Bull schierava due piloti invece che uno e mezzo, a piagnucolare via radio a quella maniera per un sorpasso al via dal compagno di squadra, la reazione del grande pubblico sarebbe stata diversa?

E finiamola qui, anche per chi segue la Formula 1 solo di facciata, è sempre una bella storia quando il ragazzino all'apparenza uscito completamente dal nulla riesce a tenere testa al compagno di squadra più affermato, ma credo che i "ragazzini usciti dal nulla" non dovrebbero esagerare. Se posso permettermi di dare un consiglio da sorella maggiore al Predestinato: stai attento, Carletto, perché la Formula 1 è un ambiente veloce e dinamico ed è difficile continuare ad essere veloci e dinamici quando si sta fermi su un piedistallo.

Milly Sunshine.

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“Rituali vetteliani”
• Formula 1 • GP di Singapore: la liturgia vincente di Sebastian Vettel


singapore gp 2019 f1 marina bay sebastian vettel gp focus| F1 GP Singapore 2019, Sebastian Vettel - FOTO BY F1 Fan Klub |
Marina Bay. Al centro del palco di questa Singapore prenotata da altri protagonisti, Sebastian Vettel mette in scena la propria, perentoria liturgia del successo. È il trionfo numero 53 per un campione che sembrava annichilito dal nuovo che avanza, da un “predestinato” esaltato da colleghi e media. Ma la classe, la passione, la freddezza di un tetracampione del mondo non sono qualità che si perdono per strada: bisognava solo ritrovarle.

La liturgia, in un testo del missionologo Paolo Giglioni, è «il servizio pubblico, liberamente assunto, in favore del popolo»; una manifestazione del culto e della “missione” in quella relazione profonda tra uomo e divinità, cultore e culto, adoratore e adorato. In una visione “divina” dello sport motoristico per eccellenza, questa Formula 1 amatissima e odiatissima, il tedesco numero cinque della Ferrari ha messo in onda, a Singapore, il suo personalissimo culto della vittoria. Un culto al servizio della sua “lethal weapon”.

Il “rituale messianico” di Sebastian Vettel ha inizio il venerdì con la manifestazione di una dote rara e notevole: la discrezione. Non una dichiarazione eclatante ai microfoni, nessuna ambizione dichiarata, al bando le provocazioni e i giochi psicologici, affascinanti senz’altro ma inutili rispetto al contenuto del culto: il risultato, uno in particolare, quello capace di imprimersi nel cuore proprio e del tifoso; nella storia; in classifica. La lethal weapon resta celata da un drappo rosso. Non è ancora l’ora del giudizio.
Ma il sabato è una faccenda diversa, i contorni delle intenzioni divine si illuminano. Nonostante le sue 56 partenze dal palo, Sebastian non ha mai mostrato una particolare passione per la pole position, prediligendo piuttosto i colpi di scena della domenica. A Marina Bay, la pole gli sfugge dalle dita all’ultimo tentativo, complici quei due giri bestiali di Hamilton e Leclerc; non a caso, il primo è il re delle qualifiche e il secondo inizia a manifestare un certo appetito in questa affascinante disciplina.

La domenica è l’essenza del rituale; è la “giornata teogonica”, località ideale nel tempo e nello spazio per la nascita della divinità. La SF90 aggiornata è il paramento liturgico ideale per l’avvento del tedesco. Gli occhi carichi d’una rabbia sopraffina, enigmatica, intensissima, sono l’unico spioncino rivolto alla vera personalità vetteliana: animalesca nella sua natura, paradossale nella percezione, preziosa in ogni senso per questo sport.

Sull’altare di un mondiale esauritosi troppo presto, si alzano i cori di quella dottrina “ritmologica” capace di annientare, al di là di ogni ragionevole prudenza, le ambizioni dei rivali. A Singapore si erge il suono della campana, quel din don velocistico che scaccia via lo scetticismo degli empi e quella croce di cui il tetracampione di Happenheim si è fatto portatore da quell’errore infame in patria nel 2018.
È l’arma letale di Sebastian: l’istante in cui il tedesco ingaggia il suo personalissimo duello contro se stesso. A volte il rituale prevede un corpo a corpo durissimo da cui raramente esce sconfitto – tanto che si ne contano sulle dita di una mano simili imprevisti insuccessi – altre volte è il miracolo che si trasfigura nelle sembianze di una fuga incontrollabile, avvilente per gli avversari.

Sono i fumi d’incenso respirati da Leclerc, giovane profeta richiamato all’umiltà dal patrono affermato, su una Ferrari beatamente in crescita: il monegasco ha visto Vettel fuggire dopo la prima sosta e poi ad ogni ripartenza della safety car. È Il colpo di grazia inferto dalla folgore del successo vetteliano, quello che adesso conta 52 repliche dopo la danza della pioggia brianzola del 2008.

Ma si sa, la fede è una questione complessa. Le apparizioni non bastano; i miracoli vengono messi in discussione da uno scetticismo che è la dannazione del popolo ferrarista. L’eco delle campane riecheggia sul podio mentre si valuta, si soppesa, si tenta di razionalizzare un futuro ancora incerto per Maranello, ravvivato dalla rivelazione di un destino comune, quello del “sacerdote vetteliano” e del “seminarista predestinato”.

Claudio Santoro.

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“Vettel ride, qualcuno no”
• Formula 1 • Il verdetto non unanime di Singapore


singapore gp f1 podio 2019 ferrari monday debriefing redf1gp| F1 GP Singapore 2019, Ferrari - FOTO BY @ScuderiaFerrari |
Nella controversa Singapore abbiamo assistito ad un GP intenso, una partita viva specialmente nei pochi giri della roulette soste ai box. Tra schemi, tattiche e strategie forzate, l'ha spuntata la rossa di Sebastian Vettel, quella col numero 5 sul musetto. Nuovo di zecca per un pacchetto sviluppi rivelatosi quale arma in più Ferrari a Marina Bay.


S
ebastian Vettel torna a vincere e lo fa nella sua Singapore, pista dove ha vinto per la quinta volta, sorprendendo tutti o quasi. Compreso il suo scalpitante, giovanissimo compagno di vettura, il monegasco che dal ritorno delle vacanze estive 2019 stava monopolizzando la stagione.

Charles Leclerc partiva dalla pole, anche a Marina Bay, nonostante l'ispirazione ritrovata al sabato di Vettel. Ha comandato la gara fino al primo, ultimo stop, finché Seb non l'ha passato, mettendo in pista un undercut perfetto e degno del pilota campione che conosciamo.

Il tedesco torna così a vincere dopo 22 gare, un digiuno infinito, accompagnato da tante critiche, qualcuna di troppo. Nonostante la grande delusione di Monza, davanti alla tifoseria più verace dell'intero Circus, tanto per tentare di conquistare una fiducia mai trovata in questa vettura di nome SF90.
In Ferrari una doppietta mancava dall'Ungheria 2017, non si vincevano tre gare di fila dal lontano 2008. Una strana congiunzione smarrita da anni, ritrovata in questa stagione partita sotto i peggiori auspici visti i filotti ripetuti della casa di Stoccarda nelle prime tappe del calendario.

Eppure... c'è chi si lamenta, accusando la Ferrari di sfavorire il pupillo del popolo, quel Leclerc che aveva fatto impazzire Monza. Tipico di una tifoseria sempre alla ricerca di un mal di pancia, di qualcosa per cui lamentarsi, come se ci fossero più di residue speranze di raggiungere questo titolo contro chi l'ha già vinto.

Quel che conta è aver ritrovato un pilota fondamentale nella rincorsa a questa Mercedes che sembra essersi un po' seduta sugli allori, fuori dal podio asiatico e in difficoltà nelle strategie. Incapace di affondare il colpo appena si è presentata l'unica occasione utile, con il duo Ferrari tappato dal "traffico" dopo le soste.

Quel che conta è una Maranello che sembra ritrovare il Nord per questo lungo cammino mondiale, una strada troppo spesso impervia, più del previsto. Capace di contare su due stelle del firmamento dei grandissimi, la coppia migliore del mondiale, da preservare e "sfruttare" per la ragion di stato. La musica sta cambiando?

Christian Caramia.

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“Alba rossa”
• Formula 1 • GP del Belgio: Leclerc e Vettel, i fenomeni per la rinascita


belgio gp 2019 f1 vettel leclerc gp focus| F1 GP Belgio 2019, Sebastian Vettel, Charles Leclerc - FOTO BY FoxSports |
Spa-Franchorchamps. Nel capitolo belga dell’ambiguo manoscritto 2019, va in scena il ritorno di Maranello sul gradino più alto del podio. Un trionfo dal gusto agrodolce in un week-end segnato dalla tragica scomparsa di Anthoine Hubert, amico “di pista” di Charles Leclerc. Nel giorno in cui proprio il monegasco vince per la prima volta in F1, in Ferrari va in scena quello che a prima vista sembrerebbe un passaggio di consegne tra i piloti ma che, in verità, cela qualcosa di ancora più profondo.

Non è vero che bisogna essere aridi per sopportare certe batoste della vita. Saper accogliere le emozioni, in special modo quelle negative, è prerogativa di chi, le emozioni, le vive, le sente, le digerisce e, magari, le usa come basi per costruire qualcosa di grande. Nel week-end di Belgio 2019, Leclerc ne ha vissute parecchie, di emozioni forti, a cominciare da quella nera, nerissima del sabato, con la perdita di Anthoine. Un colpo durissimo per un giovane pilota che ha già dovuto assaporare la perdita in pista, in un motorsport che, la morte, finge spesso di dimenticarla.

Nella forma di resilienza prediletta dai piloti, ovvero la competizione, Charles ha trovato la sua occasione per nobilitare quel dolore; in una gara impeccabile, dimostrazione di un talento fuori dall’ordinario, proprio nell’università della F1, su una pista leggendaria, meravigliosa, difficilissima, a volte letale. Tra le Ardenne il monegasco ha piantato il seme di una carriera potenzialmente grandiosa, il suo primo “segno del comando”, la sua bandiera che, per metà, porta i colori della Ferrari.
È stato un podio triste, con un accenno di brindisi tra i piloti e nulla più; una mera ombra delle consuetudini festose, schiumose di champagne e di sorrisi, dove persino il primo dei perdenti riesce a sentirsi, per una frazione di secondo, un inafferrabile fenomeno. Grande assente sul podio è un pilota protagonista, in un ruolo per così dire inedito, di una gara tiratissima e complessa: il tedesco “number five”.

Una gara difficile, quella di Sebastian: macchina non settata nel migliore dei modi, pneumatici poco efficienti; infine, quello che pare un colpo al cuore. Un ordine via radio, di quelli difficili da digerire per uno scudiero, tremendi per un tetracampione. E in quell’istante, quando la Ferrari numero 16 passa la dignitosa numero 5 doverosamente “lenta”, sembra quasi di leggere, tra le righe di pneumatici disegnate sul rettilineo, un malinconico passaggio di consegne.

Eppure, nella gara del tedesco, vi è tutto ciò che contraddistingue il più in forma tra i pretendenti al titolo: velocità in principio, quando nel primo stint la possibilità di scappare da Hamilton pare una realtà, e raggiungere Leclerc una delizia plausibile; astuzia poi, quando l’unica scena che lo vede protagonista nel copione è quella del “tappo”. Abnegazione infine, meglio definibile come “fedeltà”: allo scudo di Maranello, al suo popolo sulle tribune, a un teorico futuro re lì davanti.
Una scena che ricorda, per l’epica dedizione, quella che ha visto protagonisti proprio Vettel (nella parte dell’ipotetico futuro re) e Raikkonen in quella che fu l’Ungheria del 2017. Ecco, forse in questa predisposizione al sacrificio per la squadra, in questa voglia di toccare il cuore, oltre che il successo, Sebastian ritrova (ma l’ha mai persa?) quella dignità che troppo spesso non viene considerata dagli esigenti tifosi Ferrari. Ed è da qui, forse, che bisognerebbe ripartire.

Dall’espressione di Seb a fine gara, da quel sorriso sincero, affaticato, che denota la riserva di talento messo in stand-by. Un sorriso che pare voler dire: sì, sono un uomo Ferrari, sì, sono pronto anche a questo, ma voglio e posso ottenere di più. E lo sappiamo. L’abbiamo visto a Montréal, a Hockenheim e, chissà, lo si potrebbe ammirare ancora a Monza, territorio romantico del primo successo in F1 del tedesco, undici anni fa.

A guardar meglio, anche al netto dei limiti tecnici di una SF90 altalenante, si può scorgere il colore della rinascita. Un’alba rossa, certamente malinconica perché preambolo della fine di un ciclo, ma accecante per la bellezza dei talenti, umanamente notevole, ancora viva. Una rinascita che passa per due fenomeni capaci di rispettarsi in onore della prestigiosa bandiera comune.

Claudio Santoro.

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“Ecce Homo”
• Formula 1 • GP di Canada: I due numeri uno


gp canada 2019 f1 sebastian vettel lewis hamilton| F1 GP Canada 2019, Sebastiwn Vettel, Lewis Hamilton - FOTO BY Formel1.de |
Montréal. Ci sono gare che lasciano un segno. Per alcuni in Canada è stato lasciato un segno malvagio ai danni della Ferrari e dello sport in generale. Per altri, come il sottoscritto, è avvenuto in primis un duello, il più potente, quello che, con buona pace degli altri competitor, resta il solo e unico confronto capace di smuovere gli animi di ogni tifoso di F1.

8 ottobre 2000. Suzuka. Un occhio nostalgico al passato, che non fa mai male, penultimo e potenzialmente decisivo appuntamento del mondiale di F1. Per un appassionato del circus, ferrarista o meno, questa premessa lascia intendere un riferimento inequivocabile. La gara nipponica di inizio millennio.

Oltre a decidere le sorti di un mondiale combattutissimo e a dare l’avvio a quel magico ciclo che porterà a Maranello un totale di undici titoli, evidenzia quanto, anche su vetture come quelle del ventunesimo secolo, così evolute tecnologicamente, legate alla componente elettronica, al virtuale – nel 2000 vi era ancora il traction control – la componente individuale del pilota, quella legata al singolo talento, alla rivalità (dis)umana, possa fare la differenza. Per davvero.
A Suzuka, quel giorno, Schumi e Hakkinen “regalarono” ai loro rispettabilissimi compagni di squadra un gap superiore al minuto. Non furono sufficienti quella Ferrari e quella McLaren, per quanto dominanti, velocissime, di un altro pianeta rispetto alla concorrenza, a permettere a Coulthard e Barrichello di tenere il passo dei rispettivi capisquadra. Le macchine, in altre parole, non furono le vere protagoniste. La differenza la fecero quei due lì davanti. I due uomini.

9 giugno 2019. Montreal. Altra storia, altre vetture, premesse diverse con in ballo “solo” una singola vittoria, forse neppure così rilevante nell’ottica di un mondiale che sembra già consegnato alla Mercedes. Ciò che abbiamo rivisto, ciò che non possiamo non aver adocchiato tra le curve insidiose del circuito canadese intitolato a Gilles Villeneuve, è quella componente individuale, talentuosa, che sovrasta le aspettative tecniche, i numeri, i livelli prestabiliti che avrebbero dovuto avvicinare Leclerc e Bottas a quegli “altri due” lì davanti: Lewis Hamilton e Sebastian Vettel.

Una lotta che, forse, non poteva che finire com’è finita: con un metaforico incendio, tra tanti errorini di Lewis che inseguiva e un solo erroraccio di Sebastian nel tentativo di fuggire. E poi quel team radio, l’oscuro quanto plateale desiderio di far penalizzare il rivale; proprio nella gara in cui, a differenza delle ultime, il pentacampione inglese si è ben visto dal presentare la sua consueta gamma di timori e visioni fantasmagoriche, forse perché concentrato oltre ogni limite nell’unico, valido desiderio avvertibile: annientare Vettel.
E il tedesco? Umano, umanissimo nella resistenza in pista come in quella a fine gara, quando va a spostare i numeri dei vincitori, cercando di ristabilire l’ordine sancito dalla bandiera a scacchi, in un gesto forse criticabile nella forma, di sicuro inutile nei risultati, ma irrinunciabile come manifesto di quella fame che lo anima più degli anni scorsi quando era osannato, inevitabile illusione di una rivincita che non verrà scritta negli almanacchi ma che è già stata consegnata alla storia che conta, quella delle emozioni.

È così che va, con buona pace del formidabile Valtteri Bottas di quest’anno e di un Charles Leclerc senza dubbio destinato a vincere: una gara dove si scontrano i numeri #5 e #44 è, al momento, l’appeal più forte di questo sport, la quintessenza del duello in pista per caratteri personali e simbologie meccaniche, ma soprattutto per quel talento che lascia poche speranze dietro di sé, poca roba per gli altri, le briciole pregiatissime di un podio: quel terzo posto così alto se valutato in base a chi è davanti.

Oggi come ieri, davanti ci sono Hamilton e Vettel i quali, sebbene siano in due, rappresentano entrambi il concetto effimero ma potentissimo del “numero uno”.

Claudio Santoro.

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“Spettacolo innaturale”
• Formula 1 • In Canada va di scena la Formula Wrestling


f1 gp canada 2019 sebastian vettel ferrari monday debriefing| F1 GP Canada 2019, Sebastian Vettel, Ferrari - FOTO BY Scuderia Ferrari |
Poteva essere una domenica di quelle promettenti, di quelle in cui Sebastian Vettel e Lewis Hamilton erano designati quali attori di una memorabile Montréal. In effetti lo è stata, in definitiva ci si è messo becco, facendo crollare il piacere di seguire ed amare questo sport che da decenni appassiona orde di normali in ogni dove, come accade ogni volta per il Canada GP.


T
occa prendere quello che di buono resta di questo weekend canadese: la pole del sabato, la gara guidata dall'inizio alla fine. Più che sintomi di un Sebastian Vettel veloce, quando la macchina lo permette, impreciso nel momento clou che ha portato alla penalità di 5 secondi, consegnando la vittoria a un Lewis Hamilton involato verso il sesto titolo.

Sì, perché dopo 7 GP è facile ritenere questo mondiale già chiuso, con il rischio di non sapere di cosa parlare fino a fine stagione. Oddio, ci piacerebbe parlare di tutto quel che accade in pista, ma la FIA decide sempre di passare alla ribalta con decisioni discutibili, che accendono i tifosi e allontana chi vorrebbe vedere solo un po' di competizione in pista.

Quella competizione che sembra svanita, come se a qualcuno non piacesse e un copione già scritto fosse preferito al resto. Un resto che si stava identificando in un sano duello tra le due istituzioni correnti di questo decennio. Una scena ad alto rischio di restare unica per questa stagione, se la SF90 non dimostrasse di aver ritrovato il bel passo di Montréal altrove.
La Formula 1 non è uno fenomeno da baraccone, ma uno sport, pena la disaffezione verso uno spettacolo incespicoso che entusiasma ormai in pochi. E non lo diciamo perché la Ferrari non vince, ma perché domenica siamo stati privati di quella suspense che ci avrebbe accompagnato fino all'ultima curva.

Di quello show che nessun regolamento artificioso, nessuna diavoleria da format, nessuna neutralizzazione, e quant'altro, è capace di restituire. Anche perché, va bene le regole da dover rispettare, va benissimo un certo rigore, però a fronte di uno spettacolo come quello in divenire tra quei due campioni, tutte le altre questioni devono passare in secondo piano.

Soprattutto quando la gravità di certe intenzioni presunte sono semplicemente un miraggio di quelli grossi. E non si spiega il senso, o meglio, il rifiuto al buon senso nell'applicazione di certe regole, specialmente per episodi similari trattati in tutt'altro modo, a rappresentare comunque dei precedenti inevitabilmente scomodi per l'aleatorio metro di giudizio dei commissari di gara.

Che peccato, nostra amata Formula 1. Che occasione persa di lasciare una perla di puro sport ed antagonismo in questa stagione finita ancor prima di iniziare. Su questo bisognerebbe riflettere, iniziare un processo di revisione generale, perché stemperare in malo modo lo spettacolo regalato dalla tensione di un confronto eccezionale significa arrendersi all'effimera, incelabile artificialità.

Christian Caramia.

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