ORARI TV
SKYSPORTF1HD
Giovedi 20 Maggio

Libere 1 Ore 11:30 - Libere 2 Ore 15:00
Sabato 22 Maggio
Libere 3 Ore 12:00 - Qualifiche Ore 15:00
Domenica 23 Maggio
Gara Ore 15:00

DATI CIRCUITO
umero di giri 78
Lunghezza circuito 3.337 km
Distanza di gara 260.286 km
Giro record 1:14.260
Max Verstappen (2018)
ALBO D'ORO PILOTI
VITTORIE
Schumacher, Hamilton 6
Prost, Mansell, Hakkinen 3
Senna, Räikkönen, Alonso 2
Vettel, Verstappen 1
Button, Rosberg 1

POLE POSITION
Schumacher 7
Hamilton 6
Senna 4
Häkkinen, Räikkönen, Rosberg 2
Mansell, Prost, Alonso 1
ALBO D'ORO COSTRUTTORI
VITTORIE
Ferrari 12
McLaren 8
Williams, Mercedes 7
Lotus 6
Red Bull 3
Renault 1

POLE POSITION
Ferrari 13
Mercedes 9
McLaren 8
Williams 6
Lotus 5
Red Bull 2
Renault 1
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“Un altro muro”
• Formula 1 • San Marino 1995: Un anno dopo, paura per Schumi


san marino 1995 f1 imola schumacher redf1gp| F1, Start GP San Marino 1995 - Foto by Motorsport Images |
Un anno dopo la “tragedia di Imola”, quella che ha portato via Ayrton Senna e Roland Ratzenberger, la F1 è dominata da un giovane tedesco già campione del mondo: Michael Schumacher. È al terzo appuntamento iridato, ancora una volta sul circuito imolese, che ricordi e nostalgie si mescolano oscurando la rivalità tra il tedesco iridato e il suo acerrimo rivale di quegli anni, Damon Hill su Williams-Renault.



I
mola 1995. The show must go on. A distanza di un anno, il circus della F1 torna a Imola. La classe regina del motorsport è cresciuta molto da quel week-end che sembra distante anni luce, sebbene sia rimasto così vicino nei cuori spezzati della gente, migliorando la sicurezza in pista e ai box e imparando, con dolore, a stare senza Ayrton. Il 1994 ha incoronato un nuovo imperatore, ma non mancano le polemiche.

Damon Hill, “erede” in Williams di Senna, ha perso il titolo ’94 per un soffio, dopo il contatto con Schumacher ad Adelaide. Il ’95 è, sia per l’inglese che per il tedesco, l’anno fatidico: dentro o fuori, campione o perdente. E Schumacher, dopo una vittoria e un terzo posto nelle prime due gare del mondiale, ottiene a Imola la sua sesta pole in carriera.
La nuova Benetton è una versione ancora più performante e stabile dell’ottima B194 dell’anno precedente, con in più un motore Renault in sostituzione del vecchio Ford. Con le due vetture più forti “motorizzate francese”, si preannuncia una sfida ardua per la Williams e si sogna un ipotetico universo alternativo in cui, su quelle due monoposto, si scontrano Michael e Ayrton.

La gara imolese ’95 parte bene per Schumi. Pista umida e veloce: esattamente ciò di cui ha bisogno il Kaiser per distanziare gli avversari. Poi, al decimo giro, l’ombra della paura torna a coprire Imola per istanti che sembrano infiniti: dalle bandiere gialle la telecamera si sposta sui rottami della B195 di Schumacher. Il replay ci racconta la storia dell’incidente: un errore alla Piratella, l’incontro ravvicinato con un altro muro bianco così simile a quello dell’ormai ex curva del Tamburello.

Un déjà-vu: un timore reverenziale verso la signora vestita di nero e l’idea di una F1 macchiata dal peccato e irreversibilmente maledetta. Poi il sospiro di sollievo: Michael sta bene. La sicurezza, nel 1995, non vuol vedere morire i suoi figli. E Michael sarebbe uscito più o meno indenne anche da un altro incidente, anche peggiore, a Silverstone, quattro anni più tardi. Un paradosso amarissimo, se si pensa al tiro infame che la vita gli ha riservato su una pista da sci in quel bastardo inverno di otto anni fa.
Chissà a cosa pensa Mick, nei giorni che lo separano dalla sua prima volta a Imola, teatro di successi ma anche di dolore per suo padre. In contesto dove l’insufficienza tecnica dell’attuale vettura Haas metterebbe i due piloti di Günther Steiner sotto i riflettori mediatici, il figlio d’arte potrà ancora battere il suo compagno di banco Mazepin, complice l’umiltà e un carisma misurabile – come fu per il papà – non dalle interviste ma dall’applicazione delle risorse tecnico-umane in pista.

La seconda edizione del GP dell’Emilia-Romagna sta arrivando, per servire una F1 che ha ritrovato, nel 2021, nomi di prestigio e soprattutto una grande rivalità. In fondo ogni sfida tra i piloti, per evitare l’ultimo posto in griglia o valida per il titolo iridato, ha sempre un fascino speciale e ricorda quel duello antico che, come un orologio rotto, si è fermato alle 14:16 del 1° maggio 1994 e non è mai più ripartito.

Le atmosfere sono diverse. Del resto, sono passati ventisei anni da quella domenica imolese di rinascita per la F1, quando con una vittoria insperata Damon Hill lasciò intendere di poter lottare ancora per il titolo. Allora fu scortato al traguardo dalle due Ferrari. Una magra speranza, quella di rivedere il Cavallino almeno sul podio nella gara sanmarinese, che si ripropone anche quest’anno sotto "mentite" spoglie.

Claudio Santoro.

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“Priorità antropica”
• Formula 1 • Quel legame necessario tra Vettel e Schumi


sebastian vettel ferrari piloti 2020 redf1gp| F1, Sebastian Vettel, Ferrari - FOTO BY @SebVettelNews |
Alla fine è andata. Qualcuno se l’aspettava, tanti hanno gufato, al pari di quelli che, al contrario, credevano nell’amore indissolubile, doloroso ma “necessario”, tra Sebastian Vettel e la Ferrari. Un cordoglio, quello seguito all’addio tra il quattro volte iridato tedesco e Maranello, che ci porta a riflettere sugli amori effimeri della F1.



I
n principio fu il Kaiser e il Kaiser era presso la Benetton. All’epoca il tedesco non era ancora stato investito di tale titolo imperiale, vi erano tutte le premesse per una nuova epopea rossa. Eppure, tra Schumi e la Ferrari non esplose quell’istantaneo colpo di fulmine che a tanti piace raccontare oggi. Vi fu una immediata stima reciproca, questo sì, una consapevolezza marcata dei valori in gioco: da un lato quelli del pilota, giovane e ambizioso bicampione del mondo, dall’altro quello di una squadra prestigiosa per tradizione e capacità di rinnovarsi.

Da lì l’inizio di tutto, a cominciare dalla pista, in un 1996 caratterizzato da risultati persino al di sopra delle aspettative e delle possibilità puramente tecniche e fisiche. L’amore, quello che fa riscaldare i cuori, quello buono per un racconto a tinte rosa, sarebbe arrivato più tardi, dopo il primo sudatissimo titolo all’alba del terzo millennio. Stima, dunque, e tanta fatica, furono le basi di quello che oggi viene presentato come un idillio ma che fu, prima di ogni altra cosa, un serissimo e faticoso connubio professionale.
Ed è così che deve necessariamente essere. Nulla di strano, nulla di nuovo. Altri legami, ugualmente degni e affascinanti – si pensi al rapporto umano e tecnico che ha visto protagonisti Senna e la McLaren – si sono alimentati dello stesso furore sportivo, della stessa “necessità” tecnica e agonista. L’affetto e le simpatie sono fasi successive, per certi versi accidentali, laddove la produttività di un rapporto conta più delle sue implicazioni romantiche. Così Ayrton lasciò la McLaren con le lacrime agli occhi, ma pronto ad aggredire la pista su quella che sarebbe dovuta essere una imbattibile Williams.

È stato così per Lauda e Prost, gli “antipatici” della F1, gli antisentimentali, i presunti calcolatori. Forse sarebbe stato così anche per Schumacher se non fosse capitato quell’evento capace di scuoterlo dentro e di portarlo di fronte a una sfida superiore, dotata d’un fascino più forte, di un dramma personale, in definitiva di una “responsabilità” ben maggiore di quella che dovrebbe scatenare una sfida per il titolo: il conflitto interiore, l’abbandono ai propri bisogni umani, quasi primari, affettivi.

Per Michael fu l’urgenza intima di affrontare il fantasma di Ayrton sull’unico territorio in cui avrebbe potuto sconfiggerlo: quello dell’ipotesi, dell’anfiteatro onirico, una dimensione parallela percorsa al volante di una Ferrari e di un sogno che il brasiliano non ebbe il tempo di realizzare. Ecco che la sfida tecnica si tramuta in qualcos’altro e solo in questa nuova dimensione incontra il suo senso, la sua Weltanschauung, il movente che va oltre la regolare concezione di amici e nemici, che tramuta gli indirizzi e le scelte, che sposta il baricentro dell’esistenza verso un azzardo, un paradosso o, che dir si voglia, una follia.
Al di fuori di questa guerra personalissima – e per certi versi antisportiva, senza dubbio fortemente egocentrica – nella F1 non vi è mai stato troppo spazio per l’amore tra i piloti e le scuderie. Vi sono solo rarissimi casi, come quello tra Gilles Villeneuve e la Ferrari, vicende che spesso sono state toccate dal dolore, dal male delle incomprensioni, sintomi questi d’un amore teoricamente impossibile e dove qualcuno deve per forza rimetterci qualcosa. Lo stesso amore, forse, che ha toccato Sebastian, in principio appagato da quattro mondiali giunti troppo presto.

Quale sfida accogliere per non mollare? Quale desiderio proibito inseguire per non dover rinunciare, giovanissimo, a quell’innato bisogno di superare i propri limiti, di rintracciare un fenomeno superiore? La strada, in un certo senso, era già stata disegnata per lui da un altro tedesco. Bisognava solo avere il coraggio di intraprenderla. E nei suoi anni in rosso, Sebastian è comunque riuscito, pur senza raggiungere l’iride, a creare una sua romanza, un nuovo pezzo di storia che segna la vita di questo sport.

La nuova strada sembra un cerchio che si chiude, a bordo di una macchina motorizzata Mercedes, marchio imprescindibile nella vita di Schumacher. Eppure, Aston Martin significa, sopra ogni cosa, una conclusione individuale di Sebastian Vettel, l’uomo dei record precoci, di una giovinezza volata via e di un talento naturale che ha bisogno più che mai di riesplodere nella piena maturità di un uomo profondo.

Claudio Santoro.

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“Mongolfiera rossa”
• Formula 1 • Se Schumi fosse nato nella DDR


schumacher ddr f1 redf1gp| F1, Michael Schumacher - FOTO BY ---- |
La Formula 1, all'oggi uno sport sperato globale, cercato dalla Russia, imposto negli Stati Uniti. Sognato o comunque fallito in altri grandi stati del mondo. Ignorato nel principio della Guerra Fredda dalla Germania Est, quella sovietica, la Deutsche Demokratische Republik. La famigerata menzogna democratica della DDR, un mostro affetto dal comunismo più decadente, ma pur sempre avverso ad una espressione del capitalismo come il motorsport. E se Schumi fosse nato nella DDR...



Il 1969 per la Germania Est significava l'ottava annualità in primissima linea al fronte orientale della cortina di ferro materializzata dal Muro di Berlino. E quel pargolo di nome Michael forse avrebbe concepito proprio a ridosso della fine di quella frontiera da ghetto d'avanguardia la dannosità di essere stato un compagno nei suoi primi vent'anni. Sull'onta della fede nella perfetta, sana, incrollabile ideologia del Partito di Unità Socialista di Germania.

Quella lingua di suolo tedesco strappata alla sua gemella dell'Ovest, rimasta per quarant'anni al palo, privata del progresso, marchiata all'interno alla stregua di una qualunque entità statale dell'allora URSS. E se papà Rolf si fosse trovato "bloccato" nella Germania comunista con Elisabeth, perché no, per lavoro proprio a Berlino Est, lì dove avrebbero dato alla luce quel 3 gennaio del '69 il loro primogenito, invece che ad Hürth, come avrebbe potuto mettere suo figlio all'età di 4 anni sui kart come a Kerpen?

In uno stato dove la più decantata espressione automobilistica si incarnava nella Trabant, o nella Wartburg, case produttrici di auto popolari, utilitarie senza sentimenti, riluttanti alla lussuosità, usate per velleità sportive da gare turismo. Una terra disturbata dai motori internazionali a due ruote del motomondiale, dove al Sachsenring Mike Hailwood e Giacomo Agostini dominarono dal '61 fino al '72, quando la leadership sportiva della DDR decise di interrompere tutti i contatti in discipline non olimpiche con atleti occidentali.

Come avrebbe potuto Schumacher Senior consegnare ai posteri, alla Germania, al motorsport uno come suo figlio Michael? Sarebbe stato impossibile senza una fuga da quel Far Est europeo in tempi celeri, agli albori degli anni Settanta. Forse, gli Schumacher di Berlino Est sarebbero diventati famosi e passati alla storia solo per essere stati tra i pochi a fuggire ad Ovest, da sopra o da sotto quella maledetta barriera di cemento. Linda e sorvegliatissima con la striscia della morte lato socialista, schernita e sfruttata come tela per la street art lato federale.

Forse sarebbe stata la famiglia Schumacher a sorvolare l'epocale cortina di ferro con una mongolfiera colorata, cucita in grande segreto in casa dalla signora Elisabeth e montata da Rolf, Michael e Ralf, come fecero gli Strelzyk e i Wetzel nel 1979, o come fecero con altre leggendarie, brevettabili pratiche escapologiche i famigerati fratelli Bethke. Prima Ingo, poi Holger, infine Egbert, volato via, al di là del muro, solo nel 1989, su uno dei due deltaplani a motore pilotati dai suoi fratelli "pionieri" dell'adiacente Occidente a partire dal 1975.

Se Schumi fosse rimasto in DDR in quei suoi primi vent'anni chissà quando avrebbe saputo di J.F.K. proferire nel 1963 «Ich bin ein Berliner» ai cittadini del sindaco federale Willy Brandt. Sarebbe stato idealmente spiato dal compagno dei compagni, l'occhialuto e stempiato Erich Honecker, a mezzo quadretto alla Stalin a scuola, sul luogo di lavoro, in un tram, in macchina. A casa. Sarebbe rimasto sotto forma di fascicolo personale negli archivi segreti della STASI, la vera production del Grande Fratello della DDR, come dissidente, trafficante di letteratura indesiderata, innocuo compagno diligente. Semmai, infido informatore.

Altro che salto dai kart alle monoposto, nell'Est sarebbe potuto diventare un fenomenale pilota, l'erede della leggenda Ulli Melkus nei campionati a ruote scoperte DDR-Meisterschaften e DDR-Bestenermittlungen. E nel 1987, tra un cetriolino dello Spreewald e l'altro, dalla sua officina avrebbe assistito Ronald Reagan pronunciare davanti alla Porta di Brandeburgo «Mr. Gorbaciov, tear down this wall!». Un'ufficiosa conferma sulla dissoluzione della decennale "parata" nucleare degli euromissili, un segnale dell'inesorabile marcia di sfondamento bilaterale a mo' di carrarmato verso il Muro di Berlino. Fino alla notte del 9 novembre 1989, troppo tardi per diventare pilota Mercedes con Karl e Heinz-Harald, per conoscere quella Corinna.

E dalla chance di essere filmato per l'eternità al fianco di Lilli Gruber, a cavallo di quei costoni presi a picconate nell'euforica caduta della trincea emersa emblema della Guerra Fredda, siglare la fine di quei due decenni fuori dal mondo, finalmente libero dall'insostenibile follia ideologica comunista della DDR. Tutta un'altra vita per Michael Schumacher, vuota della sua leggendaria storia in F1, del glorioso capitolo Ferrari. Di quel crudele muro traumatologico issatosi sulle nevi di Meribel, dal quale pare impossibile levarsi per una fuga verso la vita in mongolfiera rossa.

Gianluca Langella.

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“Fenomeno assoluto”
• Formula 1 • La mutazione di Michael Schumacher


michael schumacher f1 ferrari redf1gp| F1 Michael Schumacher, Ferrari - Foto by Formel1.nl |
A cambiare la storia, a volte, è una via di fuga, o un team che ti comprende o che ti annulla. Può essere una singola gara in una stagione, ma può anche essere una vicenda che si svolge nell’arco di anni. Quest’ultima versione della “storia” è quella che ha portato Michael Schumacher, quel beffardo e spocchioso fenomeno a diventare un uomo mai sazio di successi, un pilota freddo e calcolatore; quello che, nel mentre delle sue imprese, avremmo epicamente chiamato… Kaiser.



I
n un pezzo di un anno fa ho scritto una sorta di lettere aperta a Michael, prendendo spunto dalle parole di quel folle genio che è Woody Allen: “La vita andrebbe vissuta al contrario”. In quella dedica al Kaiser uomo, prima che al pilota, ho provato a raccontare la storia da un punto di vista diverso malinconico, il solo possibile per sopportare la nostra ignoranza sulle sue condizioni di salute. Oggi voglio omaggiare Michael con una mia interpretazione: il punto focale della sua sfida in pista e della sua “carriera umana” in F1.

Lo Schumacher della Benetton è tutt’altra storia da quello per cui tiferemo in Ferrari. Schumi è un ragazzo sveglio, aggressivo, un po’ spocchioso. A venticinque anni, poi, è il re del della F1; un regno, quello del circus, rimasto orfano del re precedente, Ayrton Senna. Facile cadere nel tranello (dis)gustoso di Flavio Briatore: personaggio ambiguo, competente più di altri ma senz’altro spietato e “corruttore” come nessuno.
All’approdo in Ferrari, Michael non è di certo cambiato. Ha vinto due titoli, il suo ego è cresciuto, ma questo non lo ha ancora trasformato nel Kaiser, nell’uomo capace di vincere più di tutti. Certo è che la sfida in rosso è fondamentale, in quanto l’unica, dopo l’addio ad Ayrton, in grado di mettere Michael nella posizione di dimostrare di essere davvero il più forte, non per fortuna ma per destino.

Il 1996, da questo punto di vista, è importante ma non fondamentale: tre vittorie magnifiche, ma è ancora lui, il prodigio di Kerpen coi suoi pregi e i suoi difetti. Gli episodi dal ’97 al 99 sono quelli che segneranno più di tutto il resto la trasformazione: Jerez ’97 e quella voglia di emulare Adelaide ’94, poi la delusione, l’umiliazione bollente; Suzuka ’98, l’esitazione al via, l’inutile rimonta furiosa; Silverstone ’99, ovvero l’evento che rischia di abbatterlo definitivamente.

E invece no. Nel 2000 torna più competitivo che mai. Ma l’aria non è delle migliori. Ne sappiamo qualcosa, noi che viviamo la F1 di questi anni Dieci e Venti, dove un campione ferrarista non è più degno di lucidare la scocca della macchina se non mantiene la promessa data: vincere. È facile cadere, anche se sei il più grande pilota sulla faccia della terra. “Vincere, devi vincere, Michael”.
E alla fine ci riesce, il “giovane Michael”, a sconfiggere i propri fantasmi, a mettere a tacere le malelingue, quelle che non hanno mai compreso lontanamente la profondità del legame – anche postumo – tra Schumacher e Senna; le voci di chi lo voleva fuori dalla Ferrari. Michael ingrana la marcia più alta, quella di chi sa di avere il talento “adatto” per vincere: Suzuka 2000, l’apoteosi. Inizia l’era del Kaiser.

A distanza di sei anni, la sfida più grande risiede in quel #keepfightingmichael che cresce in rete come sa crescere solo l’amore, su questa terra inquinata dai germi dell’egoismo. Una sfida “a porte chiuse”, uno stile che lo contraddistingue da sempre; una “battaglia privata” nel suo letto o nella sua poltrona, “incatenato” per alcuni, “cosciente” per altri. Nessuna notizia ufficiale al riguardo. Pertanto, la sfida vale anche per noi.

E riguarda soprattutto Corinna, la biondina col cappello Ferrari a cui Michael andò a stampare un bacio sulla bocca proprio dopo quella vittoria gloriosa in Giappone, là dove sarebbe iniziata la storia più vincente di questa giostra pazza che è la F1. Allora, stavolta, te lo diciamo noi, Michael; vista la tua spiccata capacità di trasformare un momento buio, un momento “al limite”, in spirito agonistico: Vincere, Michael, devi vincere!

Claudio Santoro.

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“Inno alle folle”
• Formula 1 • Giro di Monaco secondo Michael Schumacher


michael schumacher f1 ferrari monaco 96 redf1gp| F1 Michael Schumacher, Ferrari, Monaco '96 - FOTO BY wall.alphacoders.com |
Un giro alla morte per il nuovo cavaliere del Cavallino Rampante tra le stradine più celebri della F1, del motorsport. Un tedesco fresco a Maranello, l'uomo della provvidenza per una Ferrari che da anni attendeva il pilota giusto capace di dirigere l'inno alle folle. Michael Schumacher lanciò il suo segnale sbalordendo in primis il cronometro, il giudice più severo tra la gloria e l'anonimato.



Alcuni giorni fa l'amico Claudio Santoro mi ha chiesto se volessi partecipare all’iniziativa lanciata su Red F1 GP riguardante Michael Schumacher. Non potevo assolutamente tirarmi indietro! La mia scelta, o forse sarebbe meglio chiamarlo ricordo, è ricaduta sulla pole position fatta registrare dal tedesco tra le stradine di Montecarlo nel 1996.

La pista del Principato è quella per antonomasia dove il manico del pilota prevale ancora sul mezzo meccanico. Ma quel gesto tecnico che compì Schumi in quell’occasione trascende dal comune gesto tecnico. Un preludio di una carriera dalla caratura ipoteticamente non convenzionale, nonostante i due allori iridati già archiviati in cascina Schumacher.

Qualcosa di soprannaturale che solo Michael, oltre il compianto Ayrton Senna, poteva regalare nel salotto dorato di Monaco. Quel terzo settore è ancora oggi nella mente di tutti dove tra Tabaccaio, Piscine, Rascasse e Anthony Noghes costruì un autentico capolavoro.

Dai 219 millesimi di ritardo accusati dalla Williams di Damon Hill al T2, Schumacher passò sul traguardo con mezzo secondo di vantaggio sul pilota britannico. Sbriciolando così, tra lo stupore generale, il crono segnato in precedenza dalla FW18 numero 5. Indimenticabile il sorriso di Jean Todt al muretto box della Rossa, conscio del miracolo sportivo a cui aveva assistito.

Al quale ne seguiranno tanti altri nel decennio in rosso del Kaiser. Per coloro che non avessero ancora visto questa magia rimediassero subito a questa lacuna: andassero su Youtube e si godessero lo spettacolo! Perché gemme del genere meritano di essere viste, godute e tramandate ai posteri.

Piero Ladisa.

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“Da robot a umano”
• Formula 1 • Michael Schumacher, calcio alla noia


michael schumacher f1 mercedes redf1gp| F1 Michael Schumacher, Mercedes - Foto by Pinterest |
La Formula 1 è quel campionato in cui chi vince viene portato su un piedistallo, specie se il colore della sua tuta protegge dalla “noia” percepita. Quando i giorni di gloria finiscono, il destino è segnato: bisogna tornare a casa, ormai sazi del proprio successo, a compiacersi del proprio passato. E se fosse questa la vera noia? Cosa succederebbe se l’unico modo per combatterla fosse rimettersi in gioco, abbandonare il ruolo di vincente e diventare un “pilota normale”?



D
ieci anni fa succedeva proprio questo: la Brawn GP, fresca di titolo, veniva ridipinta di grigio argento, diventava Mercedes e Michael Schumacher, la leggenda della F1, poteva affrontare una seconda carriera, proprio con quel marchio che lo aveva mostrato al mondo delle corse. Dopo i primi test, si volle computare il due più due che fa quattro: la Mercedes poteva lottare per il campionato, Schumacher poteva inseguire il suo ottavo titolo mondiale... e poi il risveglio.

Il Kaiser non lottava per il titolo. Non era in competizione nemmeno per qualche vittoria occasionale. Non solo, anche il podio sembrava quasi un miraggio, un risultato inavvicinabile. La realtà dei fatti, difficile per molti di noi da prendere in considerazione prima di vederla concretizzata davanti ai nostri occhi, era che spesso e volentieri il pilota più titolato di sempre scendeva in pista con la speranza di arrivare settimo... finendo per arrivare ottavo!
Provate a calarvi nei panni di un pilota. Immaginate di essere il più vincente di sempre, il più amato e rispettato della vostra generazione. Va bene, sono d’accordo, non tutti amavano l’Imperatore Rosso, specie i non ferraristi, specie i tifosi dei suoi avversari, ma godeva almeno di una certa ammirazione. Fingete di essere in questa situazione e chiedetevelo: come la prendereste se il successo non fosse più alla vostra portata? Se proprio non ci fosse verso nemmeno di intravedere le prime posizioni?

Questo stava accadendo al sette volte campione del mondo, messo da parte mentre gli altri si “spartivano” pole position e vittorie, battuto da avversari del passato, da nuove stelle della Formula 1 e spesso e volentieri - un po’ troppo spesso, in realtà - perfino dal ragazzino con cui condivideva il box. Era raro che i numeri parlassero a suo favore, proprio quei numeri che spesso, per lui, avevano significato primati da battere.
Il vecchio eroe non c’era quasi più, se non di tanto in tanto, per ottenere un risultato memorabile, dopo una serie di gran premi dall’esito tutt’altro che soddisfacente. In più la fortuna non sembrava girare sempre dalla sua parte, tra ruote non imbullonate, DRS impazziti e problemi di ogni sorta. Provate di nuovo a calarvi nei panni del pilota. Siete sulla vostra pista preferita, a qualificarvi e a festeggiare il ventennale del vostro debutto. Perdete una ruota: 24° tempo. Come reagireste?

È troppo facile, vivendo la Formula 1 in modo distaccato, liquidare in poche parole quei tre anni in Mercedes: stagioni inutili, delusioni evitabili... Per chi ha vissuto quegli anni con partecipazione, tuttavia non lo è. Fare qualcosa senza secondi fini, perché lo si ama e non perché ci sono concrete possibilità di essere il migliore, rimettersi in discussione, accettare i propri limiti anche se non sono più quelli di una volta. Questo è quanto l’ex ferrarista stava facendo, lasciando un messaggio trasversale anche alla nostra quotidianità.

In quel sabato di agosto del 2011 il Kaiser reagì con classe, piuttosto con integrità professionale: era uno abituato a girare su tre ruote a Spa. Si, Michael Schumacher scherzò sul celebre incidente con Coulthard al GP del Belgio 1998. L’inimmaginabile era diventato realtà, il robot dagli occhi verdi, programmato per vincere gran premi e stabilire ogni giorno un nuovo record era, a sorpresa, finalmente diventato umano. Anche questa, tutto sommato, è la sua, ennesima, bellissima storia.

Milly Sunshine.

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“Maniera intima”
• Formula 1 • Michael Schumacher, compagno di viaggio


michael schumacher f1 mika hakkinen redf1gp| F1 Michael Schumacher, Mika Hakkinen - FOTO BY Pinterest |
Perché Michael ci fa ancora amare questa F1, dopo la sua era di qualche decennio fa, piombata in uno scrigno del passato più remoto. Un effetto strano, continuamente a cavallo di questo ventennio appena terminato, legato indissolubilmente a Schumacher, il metro di paragone prepotente per gli appassionati più attempati, per quelli più in erba. Come a dire, tra Lauda, Senna, Mansell o Prost, Alonso Raikkonen, Hamilton e Vettel, in mezzo c'è quel pilota nativo di Kerpen, Germania.



Ho subito accolto con grande entusiasmo l'idea di raccontare in maniera personale, praticamente intima, ciò che Michael Schumacher ha rappresentato per me, sicuramente anche per voi, nel corso di questi anni. Lego Michael alla mia infanzia: io che da bimbo adoravo il casco giallo di Ayrton Senna e la passionalità di Jean Alesi, ho imparato ad amare Schumi con il tempo, quasi fosse un compagno di viaggio lungo la mia, la nostra esistenza.

Perché in fondo è così: con le sue imprese noi ci siam cresciuti, qualcuno ci è invecchiato, sicuramente Michael è presente nel libro dei ricordi di ognuno di noi. Lo ammiravo, lo ammirerò sempre. Per ciò che ha trasmesso, per aver insegnato a tutti noi che si deve lottare fino all'ultimo. Il #KeepFightingMichael che tanto va di moda oggi, non è certo nato per caso.

L'ho ammirato ancor'più quando decise di svestire, qualora li avesse mai indossati, gli abiti del pensionato per rimettersi tuta e casco, decidendo di abbracciare la sfida Mercedes. Ricordo lo scherno, gli insulti, con cui molti tifosi delusi accolsero quella sua decisione. Al solo pensiero che gli stessi ora rivolgono a Michael messaggi, carichi di speranza, mi sale un po' d'acido, ma tant'è. La gratitudine non appartiene a questo mondo.

In effetti, i risultati ottenuti di spazio a certe discussioni ne hanno lasciato eccome. Ma la pole di Monaco, anno del Signore 2012, racchiude tutta la classe di Schumi. Una pole position annullata dalle statistiche ma non dalla memoria, dalle immagini ancora impresse nella mente. Frammenti della classe di quel pilota che, allora 43enne, fu capace di guidare con una mano alle Piscine e mettersi dietro i ben più giovani Alonso, Hamilton, Vettel.

Fu proprio quello il giorno in cui, più che mai, spiegò al mondo il significato del suo "Mai arrendersi, finché esiste una minima possibilità". E tu Schumi, non arrenderti ancora, che qui siamo tanti ad aspettarti. Prima o poi, questo velo cupo che ti ha avvolto sono sicuro che verrà via, magari quando meno ce lo aspetteremo. Perché con te, funziona così, lo sappiamo ormai da decenni.

Christian Caramia.

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“La sfida più grande”
• Formula 1 • Fantasmi: la conversazione con Piero Ladisa


niki lauda f1 fantasmi la conversazione con piero ladisa redf1gp| F1 Niki Lauda - Foto by rollingstone.it |
Fantasmi, spettri che alle volte possono essere avversari in carne ed ossa, altre volte eventi, ricordi; ferite, fisiche o emotive. In ogni caso “entità” che acquistano, agli occhi di chi le vive, una forza e una dimensione maggiori rispetto alla realtà. Incubi ad occhi aperti. Spesso, un motivo in più per lottare. Per correre. Per vincere. Da Villeneuve a Lauda, da Schumacher ad Alonso: quando anche i più forti della Formula 1 devono fare i conti con le proprie debolezze.

Piero Ladisa è una penna sportiva autorevole e dalla forte sensibilità. Collaboratore di Motorionline nella sezione dedicata alla F1, è un profondo conoscitore della storia di questo sport. Per questo, e per la sua spiccata capacità di individuare meccaniche umane e di scavare nella psiche dei nostri beniamini, la redazione di RedF1GP ha deciso di farsi una chiacchierata con lui a proposito di tre leggende della F1… e dei loro fantasmi.

I più grandi campioni della storia hanno avuto i loro fantasmi. Il più delle volte si è trattato di colleghi, nemici onnipresenti in pista, a volte anche fuori, tra parole dal potere bellico degne di una ruotata in pista. Per alcuni, i fantasmi sono stati rappresentati da eventi, incontri o scontri al di là dell’umano. Per il Kaiser, sette volte iridato di cui cinque sulla Ferrari, il fantasma per alcuni anni è stata proprio la difficoltà di arrivare al titolo con la Ferrari, vuoi per una macchina inferiore, vuoi per un incidente come quello di Silverstone nel ’99 che, secondo alcuni addetti ai lavori dell’epoca, avrebbe potuto mettere fine alla carriera di Michael.

"La storia ci ha dimostrato che quell’incidente, del quale abbiamo celebrato da poco i 20 anni, ha reso Schumi ancora più forte. Nel suo primo quadriennio a Maranello il tedesco ha dovuto fare i conti con alcuni deficit tecnici delle Rosse che ha guidato, a cui purtroppo va aggiunta la famosa sportellata rifilata a Jacques Villeneuve nella gara di Jerez 1997: anche i grandi campioni sono umani e “peccano”. Tornando alla stagione 1999, possiamo tranquillamente affermare che quell’anno finalmente la Ferrari aveva il mezzo per lottare ad armi pari con la McLaren, al contrario della stagione precedente dove il gap era stato sopperito dall’enorme talento del Kaiser. Sembrava il campionato perfetto per tornare a stappare lo champagne nel Mondiale piloti, ma complice l’infortunio di Michael (che tornerà più forte di prima, in barba alle critiche. La pole di Sepang, in tal senso, fu FENOMENALE!) e la favola di Irvine interrottasi sul più bello, la Ferrari fece festa con il solo titolo costruttori. Suzuka 1999 rappresenta però il trampolino di lancio verso la storia scritta negli anni successivi da Maranello e da Schumi: ineguagliabile dal punto di vista delle emozioni."

Un’ambizione che ha rischiato di trasformarsi in un incubo, quella di Schumi e che poi, di colpo, si è trasformata nel sogno più bello, il sogno agognato dalla Ferrari e dai suoi tifosi. Ma quando un campione del mondo, fresco vincitore, tra l’altro, ai danni proprio di Michael Schumacher, passa dalla squadra che lo ha cresciuto (Renault) a una leggenda motoristica come la McLaren, di fantasmi e timori non dovrebbero essercene; non ci si aspetta di certo di ritrovarsi “tra le palle” una seconda guida destinata a diventare uno dei piloti più vincenti della storia della F1. Alonso arriva in McLaren e trova Hamilton: una stella della GP2, un pilota senz’altro promettente, ma… Nando era determinato. Eppure accade il peggio, sportivamente parlando: Alonso perde la testa contro un Hamilton che, da promettente scudierio, diventa un vero e proprio fantasma per l'asturiano.

"Purtroppo la carriera di Fernando è stata sempre caratterizzata da scelte che, alla lunga, si sono rivelate errate. Anche l’opzione McLaren fa purtroppo parte di questo novero. Una delle leggi (non scritte) del motorsport prevede che il primo avversario sia il tuo compagno di squadra. Se ci aggiungiamo che il teammate in questione era anche il “cocco” di casa… il gioco è fatto! Se si esclude il rallentamento strategico di Alonso nelle qualifiche dell’Hungaroring, non ci furono in pista momenti di tensione o incidenti scatenati dall’uno nei confronti dell’altro. Segno comunque di grande rispetto reciproco, nonostante all’esterno venisse amplificato il tutto per creare mediaticità. Però come accade in questi casi, tra i due litiganti il terzo gode. A godere (per nostra fortuna) fu Kimi Raikkonen che a Interlagos riportò la Ferrari sul tetto del mondo in una stagione condizionata purtroppo da altre vicende che con lo sport hanno poco a che fare. Ma questa è un’altra storia…"

Tornando invece allo sport che ci piace, ti faccio un nome: Gilles Villeneuve. E se parliamo di Villeneuve non si può non parlare di Pironi. In questo caso è facile cadere nel giudizio negativo ai danni del francese. Sappiamo quello che è successo a Imola nel 1982. La storia del tradimento… Pironi diventerà, forse, il fantasma di Villeneuve... e a sua volta Villeneuve diventerà, purtroppo, il fantasma di Pironi. Un pezzo di storia che avremmo preferito non dover studiare...

"Partiamo da una doverosa premessa: la vita è fatta di dettagli. Un dettaglio che, nell’economia di questa vicenda, si rivelerà determinante è l’assenza di Mauro Forghieri dal muretto box Ferrari. Con la sua presenza la fiumana di polemiche derivanti da quei cartelli esposti ai piloti non ci sarebbe stata. E forse Gilles, qualche settimana dopo a Zolder, non sarebbe andato incontro a un infame destino che successivamente non avrebbe risparmiato neanche Didier. Ma la sorte in quel caso sbancò il tavolo privando la Ferrari delle sue punte in un Mondiale (quello piloti) che, senza gli incidenti in Belgio e in Germania, avrebbe fatto suo. Negli anni però si è ‘demonizzato’ un po’ troppo il personaggio di Pironi. Il francese, dal suo canto, non ha fatto altro che pensare esclusivamente al proprio ego, ai propri interessi e dunque alla massima posta in palio. Tratti peculiari del dna dei piloti che vivono e si ‘alimentano’ solo di vittorie che portano gloria e fama."

Un uomo tra le fiamme, dato per spacciato, finito senz’altro come pilota. E poi quella gara divenuta leggendaria, l’immagine delle bende macchiate di sangue intorno alle mani, quelle mani pronte sul volante della sua Ferrari a Monza. Niki Lauda sembrò uscire dall’incidente del Nurburgring addirittura più forte di prima. Forse non è neppure un discorso di prestazioni, ma di mentalità. Secondo te in che modo quell’incidente ha influito sulla carriera (e sulla psicologia) di Niki? Un dramma del genere, umano prima che sportivo, non può che essere il “fantasma” di Lauda…

"Come ho scritto nel mio pezzo celebrativo su Lauda, pubblicato per F1GrandPrix il giorno in cui Niki si è congedato da questo mondo, quel 1 agosto 1976 ha segnato nettamente un prima e un dopo nella carriera del compianto austriaco. Nella quale l’ego del pilota, desideroso come sempre di vincere e di continuare a scrivere la storia della Formula Uno, si scontra successivamente con quella componente umana che lo stoppò al Fuji dopo un incredibile ritorno in pista a pochi mesi dal rogo del Nurburgring. In Lauda, come abbiamo potuto vedere e constatare, questi due “mondi” hanno trovato il giusto equilibrio. Una stabilità che non abbiamo visto in altri drivers. "
Claudio Santoro, Piero Ladisa.


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“È proprio vero, Schumi”
• Formula 1 • La vita andrebbe vissuta al contrario


michael schumacher f1 schumi 50| Michael Schumacher, 50 anni - Foto by GettyImages |
Cinquanta candeline, mezzo secolo. Un’esistenza vissuta intensamente, tra trionfi memorabili e sfide impossibili. Nel momento più delicato della vita di Schumi, l’omaggio è riservato all’uomo, in una ricerca che tenta di afferrare quel mistero celato dietro l’immagine del robot. Buon compleanno, Michael e keep fighting.


L
a vita andrebbe vissuta al contrario, dice Woody Allen. È un po’ come sfogliare certi libri e scrollarsi subito di dosso la paura della morte. Il capitolo di oggi è, per Schumi, non l’ultimo, ma il primo di un nuovo libro dalle tinte tristi e sconosciute: i suoi tifosi e i sostenitori, ma anche i detrattori e i nemici, vorrebbero sapere come sta. Tutti, oggi, in qualche modo, gli vogliono bene. È la riscoperta della fragilità di un uomo che per oltre vent’anni è sembrato invincibile in pista e intoccabile fuori.

Il nastro gira all’indietro e troviamo un Michael, sette volte campione del mondo, con 91 trofei in bacheca e svariati record (pole position, giri veloci…). È il 2012 e il tedesco è alla sua ultima stagione in Formula 1. Parla italiano, ci prova, si lascia andare all’imperfezione che un tedesco mai dedito particolarmente a imparare la lingua ferrarista porta con sé. Fragilità. Umanità. Persino umiltà manifesta! Proprio lui, che potrebbe permettersi qualunque cosa con i numeri che ha collezionato in carriera. La macchina (Mercedes) non è buona, sono stati tre anni al di sotto delle aspettative. L’età non è a suo favore (43 anni, a certi livelli, si fanno sentire).
Eppure ottiene una pole a sorpresa, non valida nel computo delle statistiche ma concreta, storica, quasi commovente. A Montecarlo, dove non è nuovo a qualifiche leggendarie su macchine trascurabili. Nel 1996, al primo anno in rosso, il suo giro fu una lezione al mondo che lo guardava, anche a quel Jean Todt che, forse, non aveva ancora compreso appieno il fuoriclasse che aveva piazzato sulla Ferrari insieme a quel numero 1 sul musetto. A Montecarlo dove, il 15 maggio 1994, Michael corse per la prima volta nella sua vita senza il suo rivale prediletto. Ayrton Senna.

In questo nastro che gira al contrario, scorrono istantanee dei primi anni 2000: immagini di trionfi, di bandiere ferrariste, di salti sul podio e pugni resi ancora più stretti dalla convinzione di avercela fatta. Perché solo chi ha coscienza dello sforzo necessario ad arrivare così in alto, tra gli dei, può comprendere ciò che gli osservatori esterni, estasiati da numeri da circo e numeri da tabelle, possono solo intuire. A Suzuka, dopo una gara all’ultimo millesimo vinta contro Mika Hakkinen, le mani sul casco, Michael non ci crede: l’uomo e la sua Ferrari ce l’hanno fatta. Poi, tra tutti i fotogrammi del film, subentra il più emozionante, il più umano: il bacio a Corinna, un bacio dolce e al contempo rabbioso, prima di salire sul podio. Il nastro continua a girare e ci riporta al 1994.
Per capire il motivo di quella che, per molti, è diventata una certezza, ovvero la disumanità di Schumacher, è necessario tornare all’origine di questo imprinting mediatico. La sua freddezza, la forma del prototipo vincente, di un pilota predestinato a vincere. Ecco chi appare agli occhi lucidi di Imola. Ma l’uomo? Nel 1994, due settimane prima di Monaco, in quel primo maggio dannato, avviene il maledetto fraintendimento. Schumi sorride, a stento ma sorride, su quel podio sporco, insozzato da un cinismo che né la morte di Roland né quella di Ayrton sono riuscite a smorzare. Schumi ha corso, ha vinto, ha fatto quello che la FIA ha voluto.

Ha corso come un ragazzo di poco più di vent’anni che qualche ora prima aveva scambiato l’ultimo saluto col suo rivale e amico, quel brasiliano che da ragazzino ammirava nelle gare, di cui teneva i poster in cameretta. Un idolo divenuto di colpo rivale, a un passo, a pochi metri, a pochi centesimi. Finalmente è possibile, l’intoccabile è diventato un avversario alla pari. A Michael, quel sorriso appena accennato scaturito dalla soddisfazione di aver vinto ancora una volta, anche a Imola, le persone non glielo perdoneranno mai. Il problema è sempre lo stesso: si guarda il risultato ma non la fatica.

Sul podio Schumi non sapeva un bel niente. Briatore, uno dei primi a venire a conoscenza della morte di Senna, non informa Michael. Il «briatorismo» che ha sporcato più volte la F1, rischiando di macchiare talenti del calibro di Schumi, ma anche Alonso, va in scena nella sua quintessenza. Quando viene a sapere la verità, Michael piange, un fotografo ruba quell’immagine, subito evanescente, perché evanescente è la sfera privata di Michael, nascosta, come oggi, celata in una privacy degna, rispettabile, anzi, «da rispettare».
Una sola altra volta Michael piangerà davanti alle telecamera, quando eguaglierà le vittorie di Ayrton Senna. Da quel giorno, scacciato forse il fantasma di quell’avversario, di quell’amico (sì, i rapporti si erano distesi, i due collaboravano anche per la sicurezza in Formula 1, con buona pace dei giornalisti che vedevano odio e nient’altro tra i due) scomparso nel momento in cui, per tante ragioni, era indispensabile, in pista e fuori, al ragazzo di Kerpen, Schumacher diventa il Kaiser, l’imbattibile, l’inarrivabile per chiunque. Ci prova un arrembante, spocchioso e velocissimo colombiano; ci prova un giovane finnico di ghiaccio dal talento enorme riconosciuto dallo stesso Michael; ci prova persino il fratello; ci prova Alonso, che con la ferocia giovanile e un pizzico di fortuna riesce a spodestarlo, appena dopo la novantunesima vittoria in carriera di Schumacher.

Ecco rintracciato, forse, anche il movente di un delitto che ha «ammazzato» la Formula 1 con i ripetuti e strepitosi successi di un inarrivabile pilota: non è stata la freddezza da robot a trascinarlo, caratteristica innegabile, certo, ma non fondamentale del Kaiser, piuttosto il suo lato umano, quella parte emotiva capace di tremare, e tanto, in quel maggio di tanti anni prima; quella paura da superare e quel bisogno urgente di andare oltre, di annichilire qualunque numero, qualunque record. Di mettersi in paro col destino. Troppa umanità, per un sette volte campione del mondo? Troppa, per uno che ha vinto come ha vinto lui?

Ancora una volta, è questione di prospettiva: per chi è abituato a calcolare numeri senza la coscienza dello sforzo che vi è dietro, l’umanità di Schumi resterà un fantasma. Chi riuscirà a guardare al di là della siepe, tra le emozioni private, troverà un uomo di cinquant’anni, in piedi sul gradino più alto del podio, tra le mani la coppa del più scandaloso dei talenti, del più osceno e miracoloso dei pregi: la fragilità. La vita, si dice, è un cerchio che si chiude. Auguri, Michael. La tua fragilità sarà la tua forza.

Claudio Santoro.

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“Dimostrazione di grandezza”
• Formula 1 • Il tango alla Michael Schumacher


Buenos Aires. Fu l'ultima apparizione della terra del tango nel mondiale di F1. Fu una delle più memorabili affermazioni di "Sua Maestà" delle 91 in carriera. Una danzante Ferrari tra le stupende pieghe del tracciato argentino, una marcia inarrestabile e cattiva verso la bandiera a scacchi.


U
na giornata indimenticabile. Un successo emblematico di un campione dalla "c" maiuscola rispondente al nome di Michael Schumacher. Volendo, l'esempio della vittoria dell'uomo sulla macchina, quantomeno il trionfo della tenacia, della positività, alcuni dei baluardi inespugnabili propri del tedesco. Alcuni degli ingredienti segreti utili a deliziare la sua classe, buoni per corroborare all'onnipotenza il suo sconfinato talento di guida.

Uno scenario critico, proveniente da una relativamente fresca pagina delle più controverse della sua storia sportiva, la famosissima "sportellata" di Jerez de la Frontera. Una mossa infelice che consegnò il mondiale '97 a Villeneuve, Jacques, che indignò le orde di sostenitori e detrattori del nativo di Kerpen. Attuata maldestramente proprio alla guida della Leggenda delle corse. Un contesto caratterizzato da un inizio di stagione '98 nel segno delle famigerate McLaren-Mercedes di Adrian Newey, una sorta di spettro del tempo che fu di Ayrton Senna, quando a Woking consumò il grosso dei suoi trionfi.
Furono due le gare, le prime della stagione post Jerez '97, Australia e Brasile. Due doppiette delle sorprendenti MP4/13 in qualifica, la domenica. Tutti doppiati a Melbourne, altrettanti doppiati ad Interlagos, tranne Schumacher e Wurz, finiti comunque ad oltre un minuto. Un miasma di dubbi, tecnici, accuse su quelle frecce d'argento imbattibili. Una Ferrari che, oleata dal Triumvirato più glorioso della F1 di tutti i tempi, seppe rispondere in pista per sdoganare il non c'è il due senza il tre.
Su tutto, la lucidità fondamento di Schumacher, il pilota capace di suggellare le contromisure approntate per tentare il contrattacco lampo. Uno pneumatico anteriore più largo, portato dalla Good Year, quale ritocco finale sulla F300 del tedesco, protagonista indiscussa di una performance eccezionale.

Due ceffoni. Uno a Mika Hakkinen, l'altro a David Coulthard. Poche tornate per issare la rossa '98 finalmente in testa ad un gran premio. Un tango coinvolgente, sublime, scandito con eleganza, velocità, estrema efficacia di guida, tra una virgola nera sull'asfalto e l'altra. Ad un incessante escalation da ritmo da qualifica. Una leggiadra F300 proiettata a cannone, senza incertezza alcuna, con forza e consistenza, innanzittutto verso la prima affermazione stagionale. Verso la sfida mondiale numero due in rosso dopo il naufragio in Andalusia.
Sta qui l'altra, ennesima, faccia della grandezza del Kaiser, un professionista modello, un uomo che non ha mai amato piangersi addosso. Continuamente incentrato al divenire, a mezzo di una serenissima, irriducibile determinazione del tutto fuori media. Un pilota follemente innamorato del suo lavoro, fedele ai suoi obiettivi, alla causa ferrarista. Per questo, totalmente immune a quel sentimento di nome noia. Il rivale più duro che il secondo finlandese iridato della storia si trovò a dover fronteggiare. Quella furia, generosa, bonaria, di un tedesco di nome Michael, etichettato, poi, bensì dal Mika, quale: "Colui che non si arrendeva mai."

Un prodigio oratorio finnico denso di significati, un riconoscimento dello spessore professionale di cotanto avversario. Un elogio alle connotazioni caratteriali proprie di quell'uomo straordinario, imbattibile sul piano mentale.
Schumi vinse in Argentina con una prestazione capolavoro, da degno glorificatore degli sforzi della sua di Ferrari, più di tutto, era oramai il trascinatore di una marea di gente. Dalla fabbrica, all'angolo più sperduto rosso d'Italia, finanche del mondo, trasportò gli animi congiuntamente verso un incrollabile sogno iridato.

Verso una realtà, di lì a poco, quella del quinquennio imperiale, possibile dalla lectio magistralis del Barone Rosso. Alquanto incomprensibile a primo acchito, congetturale, forse, per qualche annata di troppo. Comprovata dalla basilare dottrina del saper perdere.

Gianluca Langella.
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