ORARI TV
SKYSPORTF1HD
Giovedi 20 Maggio

Libere 1 Ore 11:30 - Libere 2 Ore 15:00
Sabato 22 Maggio
Libere 3 Ore 12:00 - Qualifiche Ore 15:00
Domenica 23 Maggio
Gara Ore 15:00

DATI CIRCUITO
umero di giri 78
Lunghezza circuito 3.337 km
Distanza di gara 260.286 km
Giro record 1:14.260
Max Verstappen (2018)
ALBO D'ORO PILOTI
VITTORIE
Schumacher, Hamilton 6
Prost, Mansell, Hakkinen 3
Senna, Räikkönen, Alonso 2
Vettel, Verstappen 1
Button, Rosberg 1

POLE POSITION
Schumacher 7
Hamilton 6
Senna 4
Häkkinen, Räikkönen, Rosberg 2
Mansell, Prost, Alonso 1
ALBO D'ORO COSTRUTTORI
VITTORIE
Ferrari 12
McLaren 8
Williams, Mercedes 7
Lotus 6
Red Bull 3
Renault 1

POLE POSITION
Ferrari 13
Mercedes 9
McLaren 8
Williams 6
Lotus 5
Red Bull 2
Renault 1
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“Hamilton e Verstappen”
• Formula 1 • GP di Emilia-Romagna: La pantomima della pressione


emilia romagna 2021 f1 hamilton verstappen redf1gp| F1 GP Emilia-Romagna 2021, Lewis Hamilton, Max Verstappen - FOTO BY @F1 |
Imola. Un circuito del Santerno bagnato ad accogliere la sua griglia di partenza d'annata, una delle novantanove di Lewis Hamilton in pole, agghirlandata da una Red Bull "messicana". Esaltata e trasformata in terreno di caccia dall'olandese volante, giunto in Emilia-Romagna con ancora l'amaro in bocca di Sakhir. Assetato di rivincita. Pronto a dimostrare di essere stato scippato di una vittoria meritata nel deserto, a iniziare la pratica di riscossione del debito, semmai coi primi interessi.

Uno schiaffo al volo, un tiro vincente al piattello, uno strike fulminante, una perla di manovra subita dal Re Nero, senza chance da immediata replica. Da rabbioso rintuzzo per un inaccettabile affronto di un giovane sbruffone, quella mina vagante di un Verstappen, sicuramente uno tremendamente veloce, ancora uno sbarbatello da poter tenere a bada specialmente su un manto d'asfalto bagnato.

Non fosse che 'sti giovani d'oggi sono gatte da pelare anche per uno come un mago della pioggia quale il Lord di Stevenage. Non fosse che proprio il sette volte iridato dovrebbe avere le giuste competenze per arginare l'irriverente, giovanissimo "Hamilton" di turno. La classe per non farsi fregare in simili situazioni di attacco frontale, soprattutto quando sferratogli in una condizione particolarmente amplificatrice del suo talento.
I conti non si fanno mai senza l'oste, Max ha subito capito di dover presentare un conto salatissimo all'ipotetico rivale d'annata per il mondiale, una spallata da non c'è più nessun domani. Una di quelle azioni capaci di far riaffiorare nel cuore degli appassionati la passione per una F1 scomparsa, per scatenare nelle menti di qualsiasi commentatore elucubrazioni sulla tenuta sotto pressione. Hamilton ha accusato il colpo?

Verstappen riuscirà a tenere questa determinazione, l'ardore da impresa epocale, quella di stroncare il dominio Mercedes? In tal caso, l'oste, anzi le locandiere con cui tirare le somme tappa per tappa, a fine 2021, hanno il nome di W12 e RB16B. Sarà lì la chiave, nelle due monoposto dei due sfidanti elettisi come candidati per la vittoria finale di stagione dopo queste prime due apparizioni.

Dal rendimento delle migliori vetture del lotto dipenderà la capacità di Lewis e Max di assorbire i colpi, di tenere duro, di attaccare o contrattaccare, di reggere la pantomima della pressione. Sebbene l'olandese possa rappresentare una minaccia più infima per l'inglese, un'avversario molto più imprevedibile, volante su un talento non secondo a quello proprio di nessuno, su una classe magari acerba, comunque esilarante.
Tutto un sogno, uno scenario da mondiale incerto fino alla gara numero ventitre del calendario, una eventualità poco credibile vista la grandezza, l'abitudine al successo, più precisamente, l'onnipotenza di Brackley dal punto di vista tecnologico e non solo. Tutto ancora da scoprire, si spera per una buona fetta di questo anno cruciale per Stoccarda, per il sovrano incontrastabile di questa discutibilissima era turbo-hybrid.

Per il leone di Hasselt, sulla carta con finalmente tutto in regola per contendere il titolo fino a evento da destinarsi, per regalare all'intero mondo ruotante sulla F1 una guerra senza quartieri tra il vecchio ed il nuovo che deve avanzare. La dicotomia più affascinante e altisonante di ogni sport che si rispetti, liddove è esplicita, quantomeno distillabile da realtà di squadra assolutamente condizionanti.

Troppo presto per pensare in grande, per pensare di archiviare questo campionato, appena iniziato, quale quello della definitiva consacrazione di Lewis Hamilton, quale quello della sua cacciata dalla somma posizione di primo della classe. Quale quello di un campione straordinario come Max Verstappen, il "Fernando" di turno capace di licenziare con effetto immediato l'altro seven time world champion della storia.

Gianluca Langella.

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“Don’t stop them”
• Formula 1 • GP dell’Emilia-Romagna: Da Lewis a Daniel, versi liberi del pilota


emilia romagna 2020 f1 ricciardo hamilton imola redf1gp| F1 GP Emilia Romagna 2020, Lewis Hamilton, Daniel Ricciardo - FOTO BY dunapress.org |
Imola. Primo giorno di novembre, come il primo di maggio di sedici anni fa, non per la tragedia ma per l’adrenalina vintage messa in mostra dai piloti. È palese ormai che su certe piste e, in particolare, in certe condizioni, anche i piloti di oggi riescono a tirar fuori una carica di quell’agonismo che ha fatto la grande F1 tra gli anni Ottanta e Novanta. Il successo di Hamilton, la rimonta di Kvyat e il podio di Ricciardo sono solo alcuni esempi di quanto sta (ri)accadendo nel Circus.

Date una vettura di F1 a Kimi Räikkönen, ordinategli di correre su un circuito vecchio stile, possibilmente veloce, una roba tipo Monza o Imola, e state sicuri che ci sarà da divertirsi. Se poi Iceman non dovrà affrontare noiose sfide per una eventuale e altrettanto noiosa lotta per il titolo, be’, la faccenda si farà ancora più semplice: lo avrete nel pieno della sua forma, non come quando la pressione mediatica affievolisce il suo spirito norreno.

Proprio Kimi, non a caso, grazie alla libertà raggiunta sulla mediocre Sauber dipinta come l’Alfa Romeo è stato quello che a Imola s’è fatto notare di più, con un ritmo gestito sullo stesso treno di gomme a livello semplicemente disumani. Il sogno del podio resta ancora lontano, considerati i mezzi a disposizione. Anche perché lì davanti c’era chi quel podio non era intenzionato a lasciarselo sfuggire: un certo Daniel Ricciardo.
Sono le situazioni eccezionali, quelle non previste dagli studi ingegneristici, dalle strategie partorite da quei geniacci calcolatori ai box, a rendere i piloti di nuovo protagonisti. Tutti hanno un carattere, parliamo pur sempre di esseri umani. Nessuno è un computer. Il punto è: come estrarre da queste apparenti “macchine umane” un po’ della loro pura, volgare e schietta umanità? Il pathos, la poesia, il desiderio proibito, ovvero la soluzione miracolosa riassunta dall’esperienza imolese di Pierre Gasly, che con il casco di Ayrton Senna ha voluto e dovuto affrontare la sfida delle sfide: quella con se stesso, di fronte al ricordo del proprio idolo.

Lo stesso desiderio, forse non espresso con la stessa giovanile impudicizia, deve aver dominato l’ora e mezza di gara di Lewis Hamilton, desideroso più che mai di raggiungere il trionfo a Imola: scisso tra il bisogno cannibale di portarsi a casa il trofeo imolese in quella che sarebbe stata la prima e ultima apparizione – sua e non soltanto – sullo storico tracciato, e la questione umana, psicologica e storica legata al suo mito Ayrton, è finito aggredito dai bisogni personali che lo hanno reso un uomo libero: «Don’t stop me», traducibile anche come «Fanculo Bono, me la vedo io». Per vincere. A qualunque costo.

Una dimensione che Daniel Ricciardo deve aver raggiunto da parecchio tempo, in una stagione in cui il suo avversario in casa, Ocon, non sembra in grado di tenere un passo decente. Esteban è distante, troppo, dal talento cristallino di Daniel, il quale ha trovato il mezzo per sbizzarrirsi proprio nel suo essere uomo squadra in senso quasi nichilista: è in partenza, è vero, ma resta ancora l’uomo indispensabile in casa Renault. Per un podio. O per sognare, da qui alla fine del 2020, una vittoria.
Come trasformare, dunque, una F1 tanto tecnica e ragionata, in uno sport più umano e disposto ad accogliere moventi del genere? Le occasioni accidentali non mancano – safety car, rimescolamenti delle carte, pneumatici Pirelli che paiono avere vita proprio – ma non possono e non devono essere la regola. Al bando dunque idee folli, stro*zate avanguardistiche, surreali, come quelle tirate in ballo di tanto in tanto dal buon vecchio Bernie. Serve qualcosa che sia in grado di rispettare la natura della F1.

La fattura dei tracciati contemporanei, condizionata in gran parte dalle tanto discusse vie di fughe ossessivamente in asfalto – con la scusa della sicurezza che, se si pensa a Baku, cade giù come un castello di carte – e una limitazione dei team radio, buoni per lo show televisivo da Grande Fratello ma sostanzialmente inutili se parliamo di sport, potrebbero essere una soluzione.

Quello che ci auspichiamo, al di là delle soluzioni prettamente tecniche, è una F1 che dia spazio a questa umanità dei piloti: persone dai caratteri troppe volte celati, vive, forti, intriganti, alcune diversissime tra loro – ed è anche questo il bello – e pronte, in virtù di queste differenze, allo scontro in pista. Perché la F1 non significa solo schiacciare i pedali e girare un volante. E il talento motoristico conosce strade che la ragione dell’ingegneria conosce solo in parte.

Claudio Santoro.

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“Armata tedesca”
• Formula 1 • GP del Belgio: Mercedes bellica da Caracciola a Hamilton


belgio 2020 f1 hamilton mercedes redf1gp| F1 GP Belgio 2020, Lewis Hamilton, Team Mercedes - FOTO BY @MercedesAMGF1 |
Spa-Francorchamps. A tuonare tra le Ardenne è l’inno tedesco: note ruggenti, assordanti, che soffocano il timido guaito di lampi e tuoni, presenti solo in quelle timide speranze di riformulare un dominio già scritto, già assorbito dalle pagine degli almanacchi, impresso nelle statistiche, rimarcato in Belgio dal team guidato da Toto Wolff e Lewis Hamilton. Una fanfara di lusso iniziata da una prima fila all black e un’atmosfera da parata. Un trionfo di belligeranza: olio e merletti, poca benzina sul fuoco ma una stella a tre punte che inasprisce la fiamma di un dominio storico.

La gara belga sembra, fin dal principio, una “spoglia” questione Mercedes, tanto da rendere protagonista, in telecronaca, il presunto malumore di Toto per il rinnovo contrattuale di Valtteri Bottas, “colpevole” di averlo scavalcato in fase di trattativa. Un sospetto da gossip, in un mondiale in cui lo strapotere teutonico è tale da indurre commentatori e appassionati a curiosare nei meandri contrattuali dei padroni di Stoccarda. Un rinnovo milionario per l’attuale vicecampione del mondo: una questione di merito. Ciò che salta all’occhio è l’aura particolarissima intorno a Wolff, non più (solo) quella del vincente team principal di fede tedesca.

Un passo indietro nel tempo, di quelli potenti. 1935. Nürburgring. Gran Premio di Germania, fulcro delle vicende sportive e politiche di quella che è l’antenata della F1. Non solo appassionati intorno alla pistola: si è scomodato addirittura il Führer per assistere al trionfo tedesco, quello di Mercedes e Auto Union, i baluardi del motorsport in Germania. Una vittoria annunciata, una caduta storica anticipatrice di quel che sarà l’esito del secondo conflitto mondiale. I tedeschi vengono battuti. Vince l’individuo, quel folle di Tazio Nuvolari, al volante dell’Alfa Romeo.
L’orgoglio tedesco va in frantumi. Il grande sconfitto è Rudolf Caracciola, pilota di punta della Daimler-Benz, uomo-chiave nei rapporti tra motorsport tedesco e regime, protagonista nella Formula Grand Prix degli anni Trenta e membro del Nationalsozialistisches Kraftfahrkorps, organizzazione passata alla storia con l’acronimo NSKK, realtà fondamentale nei trasporti durante i successivi anni di guerra.

È il 1954 quando la Mercedes decide di rispolverare dai libri di storia il suo istinto guerresco. Ed è qui che avviene il primo, indelebile passaggio da uno spirito precedentemente definito, monumentale e patriottico, all’approccio individualista personificato da Juan Manuel Fangio. La Mercedes-Benz W196 lascia poco più che briciole agli avversari. La Germania torna sul tetto del motorsport mondiale, ma con una differenza: l’uomo, il calcolatore – in questo caso l’uomo dei record proveniente da una provincia sudorientale di Buenos Aires – ruba la scena alla mitologia Mercedes.

È un processo irreversibile che cambia le carte in tavola e rivoluziona la storia. Una differenza sostanziale, riconoscibile nello “stile” del motorista Mercedes negli anni Novanta, che trascina la nuova McLaren firmata Adrian Newey. C’è da superare una storia ben più “emotiva” di quella di Caracciola: l’epopea latino-nipponica, gli anni del casco giallo di Senna e del portentoso motore Honda. Non è più la Mercedes del regime, né quella dei vivai “muscolosi” di inizio decennio che hanno accompagnato Schumacher, Frentzen e Wendlinger in F1. È un’altra storia simboleggiata dalla sornioneria inglese di Ron Dennis.
Un “valore”, unico e inossidabile, resta però ancora a disposizione dell’osservatore: la necessità di dominare. Una dittatura motoristica d’altri tempi, che ricorda le mitologiche parate di epoche impronunciabili per il politically correct. La riproposizione di uno spettacolo antico in chiave moderna, la rivisitazione perfetta che parte nel 2010 da due personalità illustri, due “mostri” da palcoscenico motoristico: Ross Brawn e Michael Schumacher. Una progenie tecnicamente ancora acerba ma simbolicamente impeccabile, che lascia strada alla Hybrid Age e al copione di due nuovi attori, i veri Ritter di quest’epoca: Toto Wolff e Lewis Hamilton.

Del “vecchio ordine” non è rimasto quasi nulla. Toto è un ex pilota, è austriaco – come un altro uomo-chiave della nuova Mercedes, Niki Lauda – e non tedesco. Il suo pugno schiantato sui tavoli ricorda ancora, forse, quello di arcaici e impetuosi comandanti dal sangue bellico, ma c’è una novità: lo spirito del lupo imprenditoriale, la meccanica cerebrale dell’individuo solo al centro del mondo. Leonardesco e illuminista, erede di Bismarck, Toto Wolff introduce l’ultimo dei vessilli del nuovo assetto anglo-tedesco della Mercedes.

Lewis Hamilton, bombardiere di sangue caraibico e archetipo rivoluzionario di Stoccarda, riformatore illustre del Reich nel secolo XXI. L’individualismo ha soverchiato definitivamente il Sa vida pro sa patria, in favore di un No ducor, duco. Lo stile hip-hop, lo spirito della millennial generation e l’autoinvestitura nella lotta al razzismo lo collocano, da un punto di vista antropologico, a una distanza incalcolabile dal prototipo nazista di Caracciola, al termine di una storia motoristica lunga più di un secolo.

Claudio Santoro.

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“Magnifica illusione”
• Formula 1 • GP 70TH Anniversary: La (vana) speranza degli avversari Mercedes


70th anniversary 2020 f1 verstappen hamilton mercedes redf1gp| F1 70TH Anniversary GP 2020, Max Verstappen, Lewis Hamilton - FOTO BY @redbullracing |
Silverstone. Ancora in Gran Bretagna, per la grande festa del circus: settanta candeline di una vita lunga, tormentata, mai banale, spesso piena di polemiche. Così il teatro della F1 si (ri)presenta in Inghilterra, partendo da una doppietta annunciata per arrivare a un finale che lascia aperte strade ancor più intriganti di quell’ultimo giro che ha portato Hamilton a vincere nella race one. La speranza di un campionato mondiale combattuto è l’ultima a morire. Ma non sempre ciò che luccica è oro. A volte è... argento.

Partenza “regolare” al sabato, con una prima fila targata Mercedes. Valtteri Bottas in pole, Hamilton ad appena 63 millesimi. Una qualifica già vista, col boscaiolo in versione “Woodman”, pronto (almeno in teoria) a rovinare la festa al caposquadra. Una sfida tra Frecce Nere, messa in risalto dai fasti dell’evento celebrativo dei settant’anni di una F1 mai così discussa, ma pur sempre affascinante e prestigiosa.

La domenica, si sa, è roba di Hamilton, salvo le rare occasioni in cui Woodman resta tale, e non retrocede alla fin troppo comoda posizione di gregario incapace di assalire il leader. Tutto, ma proprio tutto, lascia presagire una replica di quella “prepotenza” che gli uomini di Stoccarda hanno più volte apparecchiato, con una cura maniacale, sulla tavola della F1: un dominio di rara portata, una condizione di assoluta forza capace di concretizzarsi nella più completa raccolta di risultati nella storia di questo sport.
Ed è proprio a questo dominio che assistiamo, nei primi giri del gran premio: un Bottas velocissimo, costante, si trascina dietro un Hamilton aggressivo fin dalle prime curve. Una vittoria annunciata, per l’appunto. Un’altra doppietta. Uno scenario perfetto... se non fosse per un piccolo dettaglio imprevisto: una nota stonata, bluastra, che risuona insolente alle spalle delle due Mercedes.

La Red Bull di Max Verstappen, in barba (forse) alle leggi della fisica, senz’altro macchina di gran pregio, prende il sopravvento su quella che pareva oramai una vittoria anglo-tedesca; rompe gli indugi, manda in frantumi le previsioni e porta a compimento quella vittoria sfumata per una manciata di secondi al primo appuntamento inglese. Una vittoria, questa del settantesimo anniversario, dal sapore ancora più “forte” per Max, capace di ottenerla sul campo, senza se e senza ma.

Al di là dei meriti austriaci – la Red Bull si è mostrata finalmente capace, dopo anni di promesse, di battere la Mercedes “di prepotenza” – e delle indubbie doti velocistiche di Max Verstappen, un vero “Super Max” in grado di mandare in estasi tifosi e non tifosi (a cominciare da Vanzini), ciò che è saltato all’occhio, ciò che sussurra, come una voce fuoricampo, è il sospetto che il titolo 2020, prenotato con largo anticipo da Stoccarda, sia in qualche modo ancora in discussione.
Poco importa, in fondo, se la debacle Mercedes sia stata o meno causata da condizioni particolari legate all’usura di specifiche gomme Pirelli; ancor meno conta la possibilità che la Red Bull, in fondo, altro non sia che lo specchio di quella Ferrari – tanto forte ma incapace di concretizzarsi in un trionfo iridato – che abbiamo visto nel corso degli ultimi anni. Il cuore dell’appassionato non vuole sentire ragioni, stavolta: Verstappen e la Red Bull sono lì, a un passo dalla Mercedes. Devono essere lì.

Una ragione che si annebbia e che non considera il secondo appuntamento di Silverstone come una gara a sé, uno di quei casi isolati buoni per mettere in scena un talento in ascesa (quello di Verstappen) e l’umana imperfezione del più forte (la Mercedes). Una “ragione che non vuole sentire ragioni”, che preferisce dimenticare la grandezza tecnica della scuderia di Stoccarda e lo stato di grazia del suo pilota di punta. Perché la ragione, stavolta, è più facile nasconderla, soffocarla.

Si dà via il raziocinio in cambio di una visione più affascinante: l’idea di una classifica mondiale tiratissima fino all’ultimo appuntamento, con tanto di duello decisivo, al limite, fra Lewis e Max; fra le oscure linee della dark Mercedes e il mostro blu di Adrian Newey. Un’immagine che piace in primis agli appassionati e, forse, persino a Lewis Hamilton. Una prospettiva che, per quanto affascinante, al momento resta soltanto una magnifica illusione.

Claudio Santoro.

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“Outcome pregiato”
• Formula 1 • GP di Gran Bretagna: Lewis Hamilton irride la rogna


gran bretagna 2020 f1 hamilton mercedes redf1gp| F1 GP Gran Bretagna 2020, Lewis Hamilton, Mercedes AMG F1 - FOTO BY AYM Sports |
Silverstone. Lewis Hamilton vs Valtteri Bottas, un duello per il campionato destinato a una conclusione ovvia, anche dopo la prima Gran Bretagna di stagione: non importa quanto a lungo "Wingman" lotterà per il titolo secondo l'aritmetica, alla fine sarà il campione affermato a prevalere, quel Lewis Hamilton destinato a un inesorabile avvicinamento, superamento di quei numeri che dai tempi di Michael Schumacher sembravano ineguagliabili. Tutta fortuna? Forse, o forse no, alla fine le fortune vanno costruite.

È indubbio che il tifoso ferrarista provi disappunto, noia o indignazione di fronte al dominio altrui, sensazioni più dettate dal colore argenteo-nero delle vetture, piatto al confronto con il rosso Ferrari o con il suo più recente sostituto, il rosso opaco. Numeri che con indosso la tuta giusta sarebbero stati accettati più facilmente e magari accolti con entusiasmo, adesso vengono considerati la rovina di uno sport del cui passato avvincente si parla con nostalgia.

Guardando al di là del tifo, tuttavia, noi appassionati di epoca non proprio recente, a nostro tempo abituati a seguire le scalate ai record di Michael Schumacher, possiamo cercare di raccogliere quel poco di positivo che la mancanza di vera competizione ci riserva: un giorno potremmo raccontare alle nuove generazioni di avere visto il percorso in Formula 1 non dell'unico pilota più vincente di sempre, ma dei due più vincenti di sempre, e magari di avere avuto sensazioni diverse, sia in un senso sia nell'altro.
Potremo raccontare ai nostri figli o ai nostri nipoti di quando a Silverstone l'imperatore vestito di rosso vinse contro ogni aspettativa passando per la pitlane, fermandosi a scontare una tardiva penalità dopo avere tagliato il traguardo, così come di quando l'imperatore vestito di grigio vinse sullo stesso tracciato, ventidue anni più tardi, con la vettura strisciante sull'asfalto a causa di un cedimento di uno pneumatico occorso durante l'ultima tornata, nonostante il sempre affamato Max Verstappen in agguato.

Potremmo narrare ai bambini del domani di quanto fondoschiena abbia avuto quel pilota con le treccine, a portare a casa una vittoria che sembrava ormai gettata alle ortiche. E allora, forse, i bambini del futuro, che non hanno assistito agli anni del dominio Mercedes, ci chiederanno: «Perché ha vinto di fortuna? Non ha forse passato in testa tutta la gara, dall'inizio fino alla fine, senza lasciare mai la leadership? Non sarebbe piuttosto da considerarsi un outcome pregiato?»

Bensì, l'outcome sfortunato è quello capitato a "Woodman": secondo fin dal primo giro, mai veramente di disturbo al suo compagno di squadra, stava portando a casa uno di quei risultati solidi per tenersi in lotta per il titolo, almeno sulla carta, almeno fino a ottobre. Mancavano due giri alla fine quando è stata una delle sue gomme a dare forfait, troppi chilometri prima della bandiera a scacchi, una mazzata dal punto di vista della classifica, un 25:0 pesante, sebbene a un Bottas iridato 2020 non ci crede comunque nessuno, e non da, per questa Silverstone.
Fortuna di Hamilton? Sfortuna di Bottas? La fortuna di uno che si compensa con la sfortuna dell'altro? Oppure la vera "predestinazione", di cui tanto si ama parlare in tempi recenti, è quella a cui abbiamo assistito in questo fine settimana? Domande a cui nessuno può dare risposta, anche se le immagini sono d'aiuto: mentre uno passava sotto la bandiera a scacchi, l'altro si piazzava undicesimo, nel più vano tentativo di sorpasso nei confronti di Vettel, al volante di una Rossa che in questo fine settimana sembrava come non mai un mezzo di fortuna.

Difficile arrivare a conclusioni univoche, anche per uno sport che amiamo e conosciamo meglio delle nostre tasche. Impossibile non lasciarsi influenzare dai nostri desideri e ciò che ad oggi appare come uno scandalo o un oltraggio, magari non ci avrebbe fatto né caldo né freddo in passato. Se fosse capitato sedici anni fa, con Michael al posto di Lewis e Rubens al posto di Valtteri, ne sarebbero uscite fuori gloriose affermazioni sul primo, battute sul secondo sempre in balia di circostanze strane, al limite del tragicomico.

Michael lo chiamavano "cannibale", perché spesso e volentieri divorava avversari con una supremazia netta, ma allo stesso modo faceva delle situazioni avverse la propria linfa vitale, domandole con sublime maestria. Ci sta il non volere riconoscere in questo "nuovo cannibale" il suo erede contemporaneo, ma ricordiamoci che, quando eravamo ragazzini e affermavamo «Schumacher è uno dei piloti migliori di sempre», qualcuno replicava, pur restando con la mente a Maranello: «Facile dirlo, se non hai mai visto gareggiare Lauda o Villeneuve».

Milly Sunshine.

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“Lezione dal Gattopardo”
• Formula 1 • Cambiare tutto per non cambiare niente nel 2021


lewis hamilton mercedes f1 2020| F1, Lewis Hamilton, Mercedes AMG F1 - FOTO BY USA Today FTW |
Era attesa per il 2021 la nuova F1 ultra futuristica che già faceva sognare gli appassionati. Tutte le scuderie avrebbero iniziato dallo stesso punto e magari qualche outsider avrebbe potuto detronizzare l’ineluttabile Mercedes, con la buona gioia del resto dei tifosi oramai sempre più annoiati e indifferenti davanti agli schermi. Ma addirittura una pandemia mondiale si è messa in mezzo pur di far proseguire ancora per un altro anno lo strapotere della scuderia di Stoccarda, e intanto qualcuno inaspettatamente ringrazia.



A
causa della situazione sanitaria mondiale dovuta alla pandemia di Covid-19, il World Motor Sport Council ha approvato alcune modifiche al regolamento tecnico, sportivo e finanziario della Formula 1. Pertanto slitta al 2022 la rivoluzione tecnica inizialmente prevista per il 2021, con alcune conseguenti variazioni al regolamento tecnico attuale che rimarrà in auge per tutto l'anno venturo. Insomma, si prospetta una ennesima stagione sulla falsa riga di questo 2020 martoriato perché, citando il Gattopardo, bisogna “cambiare tutto per non cambiare niente”.

Si sta un attimo a perdersi nel labirinto dei regolamenti, e solo chi pensa fuori dagli schemi prestabiliti riesce a ritrovare la via d’uscita. È quello che ha fatto la Mercedes col DAS, già vietato dalla FIA per la prossima stagione e già ampiamente criticato e attaccato dalle altre scuderie. «Il reclamo ufficiale della Red Bull è stato rigettato, perciò la FIA dice che questo sistema è legale? Allora montiamo un DAS anche noi!», commenterebbe stizzita la scuderia austriaca.
Si prospetta un biennio di stallo insomma, dal momento che nel 2020 sono limitati gli aggiornamenti delle power unit, con la possibilità di "giocare" solo due gettoni di sviluppo. I cosiddetti "Token", un sistema ripescato da qualche stagione addietro, rivelatosi fallimentare per l'incapacità nel garantire efficacia di sviluppo a fronte degli investimenti stanziati da ogni singolo team per assicurare l'effettivo progresso prestazionale in stagione della propria vettura.

Per quanto riguarda solo il 2021, la parte più significativa dei cambiamenti riguarda il regolamento finanziario, all'apparenza una manna dal cielo per una migliore resilienza economico-finanziaria dei piccoli team, svantaggiati da sempre per disponibilità di budget relativamente esigui rispetto alle finanze di colossi mondiali del settore automobilistico come Mercedes, Ferrari, Renault, Honda, rispetto alla ricchezza di imperi industriali planetari di personaggi di successo come Mateschitz e Stroll.

La Formula 1 promessa dell'epocale cambio regolamentare stava già alimentando le speranze, oramai sepolte da troppi anni, di vedere un campionato combattuto e non prerogativa solo dell’ineguagliabile Mercedes. I tifosi e le scuderie “terrestri” riponevano tutte le loro aspettative proprio in questa rivoluzione, dato che finora con qualsiasi tipo di modifiche al regolamento le Frecce d’Argento (ora “Frecce Nere”) sono sempre state e restano le monoposto più complete sotto tutti i punti di vista.
Ci ha pensato il SARS-CoV-2 a bloccare le nuove regole che avrebbero potuto riaprire i giochi, così da permettere a Hamilton & Co. di imporre opzionalmente ancora per un altro anno lo strapotere della Mercedes, con immenso piacere del Toto che continua ad ingrassarsi d’orgoglio per il suo intramontabile gioiello a tre punte. E l’inizio di questa stagione non fa che confermare l’andamento degli ultimi sei anni della scuderia di Stoccarda, con tre vittorie nei GP d’Austria, Stiria e Ungheria.

Se vogliamo usare un eufemismo, diciamo che il team di Brackley non è snobbato dalla buona sorte. Tutti i rivali sono rimasti con un pugno di mosche in mano, Ferrari e Red Bull in primis. Queste scuderie erano già proiettate verso il 2021 con grandi sforzi a livello di progettazione per concepire la vettura che avrebbe potuto prendere il testimone alla Mercedes. Ma così non sarà: dovranno passare altri dodici mesi di agonia nel tentativo di arginare lo strapotere tedesco.

La pandemia ha comportato anche non pochi problemi e polemiche: se l’unico brio di questa F1 si riduce alle proteste e alle frecciatine più o meno eloquenti rintracciabili nelle dichiarazioni dei piloti, dei team manager e chi ci sta dietro, insomma, ad un miasma di screzi fuori pista, capace di distruggere istanti di gara dove si trattiene il respiro per un sorpasso al millimetro, allora, forse, la Formula 1 deve sbrigarsi a cambiare per cambiare tutto.

Sara Tollardo.

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“Eros e Thanatos”
• Formula 1 • Mondiale 2019: allucinante o insignificante?


f1 2019 verstappen leclerc knockout f1 redf1gp| F1 Verstappen vs Leclerc - FOTO BY @F1 |
Una sorta di Eros e Thanatos per una stagione di F1 vacillante tra spunti reali di interesse e noia galoppante, crisi mistiche, costruite anche dai media, e criptate influenze regolamentari. Ingredienti antipodici di una ricetta inventata dalla Mercedes, cucinata da Lewis Hamilton, tra sfide epocali allucinanti e esiti finali insignificanti. Una dicotomia filosofica con cui gli amanti della F1 devono fare i conti dopo un 2019 così controverso, dentro e fuori pista.



"Eros"

Un 2019 in apparenza insignificante dal punto di vista meramente numerico, ricco di significato se si va a scavare più a fondo. Sei titoli, ottantaquattro vittorie, numeri che ricordano quelli di Schumacher, facendo vivere a noi appassionati qualcosa di già vissuto quindici anni fa e che all'occorrenza ci apparve emozionante.

Non la massima ambizione per chi spera in un mondiale combattuto, una situazione che talvolta rasenta la piattezza, specie fintanto che Red Bull e Ferrari troppo raramente si sono fatte vedere sul gradino più alto del podio. Ma scomodando il 2004, questo 2019 ha un suo valore aggiunto che difficilmente salta all'occhio.

Quei numeri di Schumacher non avevano veri e propri paragoni, erano frutto di un'epoca distante da quelle precedenti, di un pilota che lottava per battere se stesso. Oggi costituiscono un benchmark, uno standard non solo teorico, cifre che Hamilton può raggiungere, in un vero scontro tra presente e passato recente, quello sfuggito alla vista in un batter d'occhi.

Una storia nuova, alla base differente, ma che ricorda quella che avevamo amato un tempo: una scuderia che traduce il proprio lavoro in dominio, mentre dietro si accendono, a vari livelli, diverse guerre "tra poveri", a partire dagli altri due top team contendenti della prima posizione di rincalzo, anche tra le polemiche, col resto in lotta per qualche occasionale, piccola gioia.

In questa rivisitazione odierna della Ferrari dei record, tinta da ben altri colori, emerge quella che potrebbe, dovrebbe diventare la first row dei prossimi anni. Giovani arrembanti, scalpitanti, in bella mostra in pista, sono senza dubbio i protagonisti del domani, convinti che la Formula 1 non sia un campionato per senatori.

Di contro, gli "attempati" senatori trainati dal Re Nero non perdono la speranza di mantenere il potere. Ancora più che quindici anni fa, quando piloti dell'età di Schumacher, sebbene tranquillamente al volante, iniziavano ad essere relegati nelle ultime file dello schieramento, questo 2019 ha attinto l'Eros dall'esaltante scontro generazionale in corso.
"Thanatos"

Una stagione dalle promesse sfavillanti, un mondiale finito nelle solite mani dopo le prime battute, in quel quarto di appuntamenti d'annata dove la ratifica dell'esito ultimo ha trovato l'immediata archiviazione. Il resto? Una passerella di stelle affermate, in affermazione, decadenti del jet set di una griglia di partenza 2019 abbastanza calda e energica.

Quanto non è bastato per reputare questa stagione di F1 sensazionale, al netto delle fratricide, incrociate, generazionali schermate in pista. Sul momento, roba da urlo, soprattutto nelle battaglie a vita persa tra le vetture dei ventiduenni terribili, o qualche ricordo sporadico del confronto diretto tra i pluricampioni del decennio.

Dicasi specchietto per le allodole, quella sensazione da intrattenimento occasionale, da fenomeno da tendone, da tutti in piedi sul divano. Da tutti nuovamente seduti nell'attesa del numero da circo successivo, dell'ennesimo show individualistico sconnesso dal gioco grosso, da quella raccolta punti per la conquista del premio più prestigioso.

Film differenti girati in giro per il calendario di questo 2019, arricchiti nelle trame dai personaggi di contorno, quei piloti promettenti in eterno stato di promessa ancora non mantenuta. Una cerimonia d'apertura e chiusura per il predestinato sei volte campione del mondo, Lewis Hamilton, dopo aver compreso la portata della W10 made in Brackley.

Un ennesimo trionfo, dal sapore leggendario, dal risvolto banale in chiave titolo mondiale. Una gloria deteriorata da un sistema F1 solo apparentemente spettacolare per il livello prestazionale assoluto delle vetture, per il genio di certi piloti oppositori capaci di trovare la differenza col talento.

Un Circus afflitto da un clima occulto di accuse, denso di analisi psichiatriche sommarie, condito con interpretazioni denigratorie dai media fondate solo su concause minori di certe disfatte, di questo doppio sesto sigillo iridato Mercedes facente del grigiore la caratteristica da Thanatos in questo insignificante 2019.

La Redazione.

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“Mr Blessed”
• Formula 1 • Lewis Hamilton, questione di fondoschiena


lewis hamilton mercedes amg f1 piloti 2019 redf1gp| F1, Lewis Hamilton, Mercedes AMG F1 - FOTO BY @LewisHamilton |
In Formula 1 esiste un solo Comandamento: vincere in rosso è puro merito, con altri colori è ignobile fortuna, volgarmente nota come posteriore. Il pilota più #blessed del motorsport, tuttavia, sta andando incontro a uno strano destino: all'oggi argomenti come predestinati, meme e vecchi bolliti prevalgono sul suo cammino verso il sesto sigillo iridato. Per far continuare a parlare del suo cu*o, anche Lewis Hamilton dovrà correre ai ripari: la prossima foto succinta, per cortesia, vista da dietro!


E
sistono due grandi categorie di piloti: c'è chi vince gare e mondiali, c'è chi fa parlare di sé per quello che fa fuori pista. "Mr Blessed", per gli amici intimi Lewis Hamilton, appartiene a entrambe le categorie. Quando non è al volante, va in giro come uno sfaccendato insieme a celebrità random (parte delle quali personaggi da reality show, ovvero veri sfaccendati). Quando scende in pista, mette a tacere il clan "per avere successo nello sport devi vivere come un monaco di clausura e andare a letto alle dieci di sera" (tradotto in termini motoristici, "non puoi ambire a emulare Schumacher, se mentre non guidi emuli Irvine").

Detestato dai suoi detrattori, idolo dei suoi fanboy, rei nel tempo di preferirgli piloti più giovani (sbarbatello sta a figo come ultratrentenne sta a vecchio e retrò), nonostante tenti l'impossibile per tradire la sua età con abitudini improbabili: più invecchia e più sfoggia look da rapper della West Coast all'ultimo grido, si scatta selfie in bagno, porta occasionalmente il proprio cane in conferenza stampa... insomma, perfino la faccenda "vincente per cu*o" passa in secondo piano.
Considerato da molti ferraristi un avversario rispettabile al tramonto in McLaren, quando la lotta per il titolo in genere terminava prima per lui che per la Ferrari, è divenuto un genio incompreso con il passaggio "dalla competitiva McLaren alla pessima Mercedes". Poi la pessima Mercedes è divenuta vincente e la rispettabilità è stata dimenticata. È tutto un komplottohhhh a suo favore. Sono perfino stati cambiati gli orari dei gran premi per favorirlo: irrilevante nei primi venti eventi della stagione, ma ad Abu Dhabi si parte alle 17.00, per lasciargli il tempo di rispettare il britannico rituale del tè delle cinque. Tutto ciò è inaudito, nessuno pensa ai piloti che non bevono il tè?

I numeri suggeriscono una verità inequivocabile: il Gangster Rapper è l'uomo dal fondoschiena più immenso della storia del motorsport. Cinque mondiali e mezzo (il sesto ancora non l'ha vinto, ma è vicino), oltre ottanta gran premi vinti, un numero di pole position da perdere il conto. Il tutto, senza mai essere stato santificato dalla grazia illuminante del rosso Ferrari. Nulla di tutto ciò è meritato, vestendo quella tuta grigia, qualsiasi Sirotkin piazzato a caso sulla stessa monoposto avrebbe fatto lo stesso, o forse addirittura meglio: nel timing di investitura in uniforme Mercedes.

Ovviamente nel suo curriculum esistono anche piccole sbavature. Ha perso un mondiale contro quel vecchio bollito di Raikkonen, per esempio (non era un vecchio bollito ai tempi, ma la storia della F1 inizia per prassi un minuto fa e Iceman ha quarant'anni). Ne ha perso un altro contro lo youtuber a tempo pieno Rosberg (anche lui all'epoca non faceva lo youtuber, ma valgono le stesse considerazioni). Sebbene mai incapace di tenere testa, fin dal suo esordio, a piloti più altolocati.
È forse questo il suo difetto più grande (a parte la sua totale mancanza di buongusto nel vestiario): avversari meno quotati non si traducono sempre in vittoria facile, una riperpetrata dimenticanza. I suoi detrattori, però, tendono a non notarlo e, anzi, se il primo di questi due casi è stato il trionfo della giustizia divina che ha portato il titolo a Maranello, il secondo era giudicato ai tempi un komplottohhhh contro di lui. D'altronde mai nessuno sembra averlo preso per le orecchie per una bella cazziata: "basta pensare a Snapchat, cosa credi, di essere in lotta per il titolo con uno addormentato due gare su tre come Bottas?"

Facendo una metafora più vicina alla nostra realtà, Lewis è un po' come quegli studenti che passano il pomeriggio in giro, la sera a giocare ai videogiochi, e il giorno seguente prendono un buon voto all'interrogazione. Il suo 2007 e il suo 2016 possono tranquillamente essere equiparati al giorno in cui, gli stessi studenti, tentati dal campare di rendita, chiudono i libri pensando di saperne già abbastanza, finendo poi per prenderselo nell'ormai famoso posto.

La bilancia del Re Nero evidenzia come il piatto merito sia equamente compensato dal piatto cu*o: se gli stessi risultati fossero stati ottenuti su una Ferrari sarebbe stato messo su un piedistallo... ma il fondoschiena non può essere sottovalutato così, come se niente fosse. Il suo deve essere davvero molto bello da vedere, se i suoi colleghi hanno fatto come scelta di vita quella di stargli quasi sempre dietro, per poterlo contemplare in corsa.

Milly Sunshine.

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“Punto di non ritorno”
• Formula 1 • Belgio 2008: Gocce di pioggia tra Raikkonen e Hamilton


belgio 2008 gp spa raikkonen hamilton redf1gp| F1 GP Belgio 2008, Kimi Raikkonen, Lewis Hamilton - Foto by motorsport-magazin.com |
Il 7 settembre 2008, sulla pista che quattro anni prima aveva suggerito il passaggio di consegne a Maranello, con la vittoria di un certo giovane finlandese e la festa per il settimo titolo del Kaiser, va in scena il più bel duello tra la McLaren MP4/23 e la F2008: Kimi contro Lewis. Uno scontro che vale più di una singola vittoria al GP del Belgio o di un mondiale e che rappresenta il momento decisivo della sovrapposizione tra due generazioni di fenomeni.


S
pa-Francorchamps 2008. Hamilton è in testa alla classifica mondiale. L’unico che sembra potergli rovinare la festa, già rimandata l’anno precedente per varie ed eventuali cause, è Felipe Massa. Il ferrarista di San Paolo sta correndo la sua migliore stagione, in veste di sostituto spirituale del finlandese campione del mondo in carica, fino ad ora sfortunato e non poco; a tratti, forse, non all’altezza di se stesso. In ogni caso, sconfortato.

In Belgio, però, scatta qualcosa nella testa di Kimi. La pista è quella che preferisce: anfiteatro sinuoso e velocissimo, Spa è il luogo ideale per mettere in scena talento e predisposizione al rischio. La rincorsa al titolo sembra proibitoria per lui, a causa del ritardo in classifica, ma non impossibile. L’idea di poter recuperare quel dannato distacco accumulatosi durante la stagione e la voglia di abbattere il giovane inglese, sono tentazioni troppo grandi.
Partito dalla quarta piazza, il finlandese si sbarazza presto dei rivali, incluso Hamilton, e inizia a fare il vuoto. Un dominio netto, con una Ferrari che si comporta da regina, tenuta per mano dal sovrano ideale di Spa-Franchorchamps, fin qui degno erede del Kaiser sull’asfalto belga. Lewis lo insegue: la belva feroce che abita il suo casco pare calma, consolata dai punti ipotetici guadagnati sul più diretto rivale Massa.

A rimescolare le carte, però, arriva la pioggia. Poche gocce in crescendo: l’ideale per smuovere una F1 che soffre della sua stessa perfezione tecnologica. La pista bagnata annulla gli ipotetici vantaggi tecnici ma, soprattutto, sopprime le remore, i timori: bagna la coscienza dei piloti e la loro fame di trionfo. Il duello tra Kimi e Lewis si accende a cinque giri dalla fine. I due non possono più rinunciare al corpo a corpo.

Nel momento dell’incontro ravvicinato, Hamilton va lungo alla Bus stop e taglia la chicane. Il sorpasso alla prima curva è inevitabile ma non decisivo. Raikkonen non molla, resta attaccato all’inglese, sfrutta la pista e l’asfalto che la circonda. I due rivali sono ormai immersi in una sfida che va al di là di ogni concezione matematica. Posseduti dal diavolo della competizione, vivono due giri infernali: è una questione di principio, un principio sacro.
Si sfiorano. Kimi si gira. Lewis rischia di tamponare un doppiato. Assaporano entrambi la dolcissima visione dell’avversario in difficoltà e l’ossessiva e amara constatazione di vederlo scappar via di nuovo. “Agrodolcezza” all’ennesima potenza. Fino al punto di non ritorno, quello che cambia la carriera di Raikkonen: un’uscita di pista che lo condanna al muro. Fuori dalla partita. Fuori dal mondiale. Senza possibilità di appello.

Hamilton taglia il traguardo per primo. Il mondiale si avvicina… almeno in teoria. Al momento della “conta”, l’inglese paga con una penalità, forse esagerata, il precedente taglio della chicane. La vittoria va a Massa che può così gongolare, insieme al box Ferrari, per quei punti dal sapore fondamentale guadagnati sul rivale inglese. Ma ciò che è accaduto va al di là della più "banale" questione iridata d'annata.

Ciò che nessuno può immaginare in quel momento è il peso che la sconfitta belga avrà su Iceman e sulla F1 in generale. In quell’uscita di pista si cela il massacrante passaggio di consegne fra due generazioni: quella di Raikkonen e Alonso, che avrebbero potuto dominare in quegli anni, e quella di Hamilton e Vettel, quest’ultimo prossimo alla sua prima vittoria appena una settimana dopo, a Monza.

Claudio Santoro.

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“Caccia al trono”
• Formula 1 • GP di Ungheria: Verstappen e Hamilton, i guerrafondai


ungheria gp 2019 f1 verstappen hamilton gp focus| F1 GP Ungheria 2019, Max Verstappen, Lewis Hamilton - FOTO BY @RedBullRacing |
Budapest. In un palcoscenico mondiale segnato dall’assolutismo Mercedes e dalla tirannia di Hamilton, le luci dei riflettori illuminano Verstappen. Feroce, rapidissimo, preciso: il Max di oggi non è il Max che abbiamo amato e odiato negli anni passati. Siamo di fronte a un talento maturato all’ombra di una gavetta di lusso in Red Bull. Anni passati a sognare questo momento: la caccia al trono del Re Nero messa in scena in Ungheria.

Era nell’aria. Da un lato i “complimenti” di Hamilton al giovane arrembante. Dall’altro le dichiarazione esauste dell’olandese, stanco delle vie di mezzo, desideroso di lottare per il titolo, di raggiungere il king inglese in cima alla classifica. Preamboli intriganti, buoni per alimentare il fuoco di una F1 desiderosa di certe brutali rivalità. Una sfida già assaporata lo scorso anno e ritrovata, ampliata a Budapest, in uno scontro diretto, bellissimo e… bivalente.

Il teatro non l’hanno scelto loro, forse. Hungaroring, tracciato amatissimo dai piloti, meno da una parte del pubblico a causa delle difficoltà di inanellare sorpassi. Non proprio l’ideale per un tête-à-têtez, specie considerando l’aggressività dei due avversari e certi loro precedenti in curriculum: contatti (im)puri quelli di Max; manovre più subdole quelle di Lewis. In ogni caso, roba buona per finire fuori pista.
Che quella ungherese fosse una questione personale, Hamilton l’ha chiarito alla partenza. Onboard dell’inglese: obiettivo puntato su Verstappen in un atto di deliberata, quasi inconscia dimenticanza nei confronti di quel Bottas che sulla carta doveva rappresentare il suo unico vero rivale in campionato, in verità messo da parte al primo giro, “gettato via”, non più utile alla “causa interiore” che trova stimoli solo in una rivalità alla pari.

Il vuoto accumulato dai due dominatori non è un dettaglio di poco conto, considerando il comparto tecnico in dotazione ai compagni di squadra. Mercedes e Red Bull sono, senza ombra di dubbio, le due macchine più performanti, supportate al meglio dalle menti laboriose ai box. Tuttavia, i due protagonisti bellicosi riescono ugualmente a evidenziare una differenza, a sottolineare una supremazia, con distacchi imbarazzanti rifilati ai teorici rivali interni.

Il carattere da guerrafondai e quel bisogno di spazzar via il nemico, di divorare la preda sottomessa assaporandone al contempo la forza – specchio inequivocabile del proprio valore di cacciatore – viene alimentato dal bisogno di altri uomini, protagonisti di una sfida parallela, meno affascinante ma altrettanto “motoristica”: quello degli strateghi, personaggi dediti al lavoro nell’ombra, la cui voce riecheggia, come nel profondo di una coscienza, negli auricolari dei piloti. Sono loro gli elementi essenziali dell’altro, fondamentale “valore” bellico.
Lo scontro tra forze della fisica in pista si allarga, diventa guerra della teoria (o della premonizione) tra le fazioni di Stoccarda e Milton Keynes. Alla ricerca della genialità, come in una partita a dama la cui mossa finale sorprende per la sua efficace, naturale conseguenza vincente. In pista, intanto, si incendia la foga di un Hamilton ben disposto a rinunciare al suo stile “purificato”, negli anni che furono, dalla saggezza di Niki Lauda. Un Hamilton di nuovo “à la GP2”.

La risposta di Verstappen è la durissima, calcolata e febbricitante manovra che porta Lewis a mischiarsi alla polvere della via di fuga in curva 4. Da lì nasce, respira, vive e cresce la sfida tra i due: il re viene rapito da un’inarrestabile furia tipica di chi avverte la minaccia di essere spodestato; sull’altra sponda di questo Piave motoristico, il giovane che sente di avercela quasi fatta e, rinvigorito dal profumo del trono, tenta di affondare il colpo di grazia.

Non v’è neppure bisogno del consueto “It’s hammertime” via radio. Il campione del mondo sa cosa deve fare. Verstappen non può resistergli. Il sorpasso è (quasi) pura formalità: la sferzata finale di un ventaglio di giri da record. Il giovane usurpatore è costretto a cedere. Una detronizzazione mancata, almeno per il momento. Ma la minaccia è lì.

Claudio Santoro.

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